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Il buio digitale: quando lo Stato spegne la voce del popolo

In Iran, lo shutdown di Internet è un’arma tattica: il regime usa blackout totali e l’Intranet nazionale (NIN) per isolare i cittadini, impedire il coordinamento delle proteste e nascondere la violenta repressione. Un muro digitale che trasforma la rete in prigione.

12 Gennaio 2026

Introduzione

Nel XXI secolo, il diritto di accesso alla Rete è diventato il presupposto fondamentale per l’esercizio di ogni libertà democratica. Eppure, in regimi autoritari come quello iraniano, il “pulsante di spegnimento” di Internet si è trasformato in una delle armi più affilate dell’arsenale repressivo.

Non si tratta di semplici disservizi tecnici, ma di manovre strategiche deliberate, volte a isolare intere popolazioni proprio nel momento in cui la loro voce si alza più forte contro il potere. 

Dall’oscuramento totale alla creazione di “recinti digitali” nazionali, lo shutdown in Iran è il chiaro preludio alla violenza fisica, una cortina di fumo elettronica che impedisce al mondo di guardare oltre il confine della censura. 

Analizzare ciò che sta accadendo in Iran significa comprendere come il controllo dei dati sia diventato, a tutti gli effetti, una questione di vita o di morte.

 

Lo shutdown come strumento repressivo.

In Iran, la libertà digitale è fortemente a rischio, forse mai come in questi ultimi giorni di proteste. Infatti, dall’inizio di gennaio 2026, il paese è precipitato in blackout digitale pressoché totale, circa 84 ore al momento in cui scrivo con un livello di connettività all’1% secondo Netblocks, una misura estrema adottata dal regime per soffocare le più grandi proteste popolari degli ultimi anni.

Lo shutdown in Iran è stato utilizzato come strumento di repressione delle manifestazioni, e non tanto in un contesto di guerra.

Secondo Access now nel 2024 si sono registrati 296 blocchi della Rete, ma altri esempi sono rinvenibili anche più indietro nel tempo: proprio in Iran, a seguito delle proteste per leccessivo aumento del prezzo della benzina, tra il 15 e il 16 novembre 2019 si sono registrati blocchi della Rete (Wired, FrancePress).

Sempre in Iran, nel settembre 2022 il governo ha bloccato Whats App e Instagram a seguito delle proteste contro luccisione di Mahsa Amini (anche in quel caso la repressione fu violentissima, come raccontato anche qui da Massimo Ferrarini) mentre nel giugno 2025 ci sono state diverse limitazioni (dal 40% al 90% della connettività).

Ovviamente, specie nel periodo del conflitto Iran-Israele, ufficialmente è stato segnalato che vi erano motivi di sicurezza alla base delle limitazioni, ma è possibile (o forse è più corretto dire che è probabile?) ritenere che un accesso libero e aperto ai media avrebbe potuto minare una narrazione favorevole, in questo caso al regime iraniano.

 

La “National Information Network” (NIN): l’Intranet di Stato 

Lo shutdown quindi è un’arma tattica sofisticata, parte integrante della dottrina di sicurezza dello Stato che trasforma l’infrastruttura digitale in uno strumento di controllo e repressione violenta.

Il blocco crea una “zona d’ombra” dove le forze dell’ordine possono usare la forza letale senza il timore che video di uccisioni o torture vengano trasmessi in tempo reale al mondo e quindi stemperando la pressione internazionale e la possibilità di un allargamento, anche all’estero, delle proteste. 

Il blackout implica un ritardo nella documentazione dell’accaduto che permette al governo di imporre la propria narrazione ufficiale prima che le prove contrarie emergano.

Parallelamente, l’Iran ha investito miliardi nella creazione della NIN (spesso chiamata “Halal Internet”), con implicazioni gravi e profonde: avere tutto il traffico su un’unica rete nazionale permette un monitoraggio capillare. Chiunque utilizzi la rete interna è identificabile e i suoi messaggi sono soggetti a censura automatizzata tramite parole chiave.

I collegamenti Internet possono essere selettivamente tagliati, non danneggiando l’economia di Stato ma isolando i cittadini (e penalizzandone anche il coordinamento delle proteste o l’individuazione dei percorsi sicuri). 

Sotto il profilo psicologico, la possibilità sempre maggiore di isolamento può far pensare allo shutdown anche a una tortura collettiva: in momenti di crisi, l’impossibilità di sapere se un proprio caro è vivo o arrestato aumenta il terrore e il senso di impotenza della popolazione: in un simile contesto il digital divide è fortemente acuito, poiché solo chi ha le risorse tecniche o economiche per acquistare costosi strumenti di elusione o hardware satellitare (quando disponibile) può sperare di restare connesso, creando una frattura tra chi può testimoniare e chi resta isolato. 

 

Conclusione: oltre il blackout. La resistenza nella “prigione digitale”

In sintesi, lo shutdown in Iran rende possibile l’uso della forza letale eliminando il principale deterrente moderno: l’occhio dello smartphone. La trasformazione della Rete in una “prigione digitale” è forse la sfida più difficile che il movimento di protesta deve affrontare, poiché trasforma una tecnologia nata per connettere in un muro insormontabile che isola.

In definitiva, lo shutdown in Iran non è che la manifestazione digitale di una dottrina di sicurezza arcaica, che vede nella libera circolazione delle informazioni la più grande minaccia alla sopravvivenza del sistema. 

Se la National Information Network mira a trasformare Internet in un panopticon di Stato, e il blackout totale serve a garantire l’impunità per la repressione di piazza, l’impatto di queste misure va ben oltre il blocco delle comunicazioni. 

Il tessuto sociale è lacerato, le disuguaglianze esasperate da un continuo tentativo di soffocare la memoria collettiva in tempo reale.

La sfida oggi non è solo tecnologica, ma profondamente umana: impedire che il silenzio digitale diventi il complice definitivo della violenza.

 

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