diavolo veste zara

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il diavolo veste zara

25 Marzo 2026

A cosa servono, in fondo, vent’anni? Per far uscire il sequel de Il diavolo veste Prada sono serviti tutti questi ultimi due decenni: il tempo necessario a elaborare il seguito del più sminuzzato, che mitizzato, blockbuster dei duemila. O forse, il processo del successo passa proprio dalla “coriandolizzazione” che meme, post e cosplayer fanno scorrere nel torrente della storia — quella che ormai corre più su TikTok che nelle televisioni o sugli schermi gracchianti dei cineforum.

Riuscirà l’armadio di Miranda a tener conto della botta che il mass-market ha sferrato al lusso agognato dalla capitana e dalle sue delfine? Poiché la moda è stata la forma d’arte più rappresentativa degli ultimi decenni, esattamente come lo furono la musica a fine Settecento o la pittura a fine Ottocento: epoche in cui potevano finire a cazzotti certe repliche del Trovatore, o ci si poteva trovare a battagliare in Parlamento per le tele rifiutate ai Salon.

Oggi vestirsi come battaglia, come conquista o come protesta è un fatto comune, e comunemente accessibile a tutti; e quindi salutiamo, democraticamente pulsanti, il battesimo di fuoco di John Galliano da Zara. Adesso sì che arrivano i nostri! E il culetto di Bad Bunny che dondolava in Zara al Super Bowl cos’era, se non la trombetta di un giudizio che stava arrivando?

Quindi tutto benissimo, tutto accessibile, tutto per tutti. Felicità e gaudio nel regno.

O no? Possibile che la morale dei costumi non possa planare anche su quella del costume, nel senso fisico del termine e dell’oggetto? Il vestito come prodotto prima che simbolo, il vestire come fatto etico prima che estetico: possibile che le due cose ambiguamente si diano manforte senza smascherarsi mai?

Beh, beh, eh… basti guardare, ad esempio, un pochino il canale TikTok di una Sarainsidefashion per capire che quel che costa poco a te, costa tanto a qualcun altro: a chi lavora, ad esempio, in un maglificio in Bangladesh o in Vietnam, o a un fiume del Marocco in cui scorre la tintura della tua tutina spaziale un po’ drag.

Insomma, se è vero che i sogni muoiono all’alba, meglio non svegliarsi in quelle parti del mondo che ti permettono di avere un armadio-archivio che andrebbe sparato nello spazio profondo della tua coscienza.

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