La forza tranquilla di Carlo Ancelotti

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23 maggio 2018

Questa storia inizia trent’anni fa, una domenica di Maggio. A Napoli, proprio a Napoli.

Sì, quella domenica di maggio. 1 Maggio 1988.

Di quel Milan che dal San Paolo spicca il volo per conquistare il mondo del calcio, un volo ventennale che di fatto si concluderà davvero con la fine della sua lunghissima guida tecnica al Milano, Carlo Ancelotti è forse il marchio più profondo. La “forza tranquilla”, per ricordare uno straordinario slogan elettorale che fu di Francois Mitterand che ha segnato la parte migliore del temperamento della più grande squadra di calcio di tutti i tempi.

Già. Quando Silvio Berlusconi inventa la fine dei salotti buoni del calcio, e archivia i trionfi in bianconero del Milan per scrivere un futuro a colori, affida le chiavi di casa ad Arrigo Sacchi. Tra i primi nomi che Arrigo fa piovere sulla scrivania del Cavaliere c’è quello di Carlo Ancelotti.

Era un altro tempo, quel tempo, e a ventotto anni un centrocampista – per di più dotato dello straordinario appetito che deve stare scritto nel dna di chi è nato e cresciuto in Emilia – la parte migliore di sé l’aveva già data. Non solo era vecchio, era rotto: aveva le ginocchia sfasciate, negli anni in cui non c’erano i laser e le rieducazioni americane. Insomma, per tutti Carletto era un bidone fatto e finito, ma Arrigo non volle sentire ragioni, non volle ascoltare le perplessità dell’ambiente e dei critici, non credette di dover mai prendere sul serio i sorrisi di sufficienza di tanti soloni che guardavano il vate di Fusignano come uno destinato a non mangiare il panettone, mentre Silvio si sarebbe dovuto rassegnare a tornare da Liedholm col cappello in mano e tante scuse.
Così arrivò Carletto, quello che ormai era finito, e quella vittoria del Primo Maggio è il sigillo della ragione folle di Arrigo e della forza tranquilla di Carletto. Ti danno per morto, per finito, per sconfitto? Tu sorridi, versati un bicchiere di rosso e taglia una fetta di salame, che si ragiona meglio a partita finita, stagione finita, a stomaco pieno.

Non è un caso se, proprio nella seconda partita che scrive senza dubbio la storia del mito rossonero, un anno dopo, una sera di Aprile a San Siro, Carlo ha un ruolo da protagonista assoluto. Milan-Real Madrid, 5 a 0. Non doveva giocare lui, in realtà, doveva giocare Alberigo Evani.

“Ma in allenamento un ragazzo della primavera, Albertini, entra duro e gli rompe una gamba. E allora io decido di sostituirlo con una persona speciale, il più generoso, il più serio, il più umile di tutti, Ancelotti, anche se non aveva nessuna delle caratteristiche tecniche e tattiche di Evani”. Primo gol memorabile, partita da leader sornione, la forza tranquilla di chi non avrebbe dovuto giocare. Del resto, lo davano finito due anni prima, quando di anni ne aveva 28: sai lo sfizio e la voglia di parmigiano e lambrusco che ti viene, a salire sul tetto del mondo con le chiavi in tasca, quando di anni ne hai due in più?

 

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TAG: Carlo Ancelotti, napoli
CAT: calcio

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