Il permalosissimo (e omertoso) mondo del food incarognito dalla vita

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13 Agosto 2018

Non ho avuto mai grande considerazione per il nostro mondo, considerandolo spregevole per certi versi, il verso acuto della sottomissione al potere, e omertoso al suo interno sino a livelli patologici, dove cane non ha mai mangiato cane, dove la difesa della categoria era sempre “a prescindere”, dove si faceva blocco verso l’esterno, quando l’esterno premeva pericolosamente sul mondo dorato dei giornalisti. E pensavo in tutta onestà che nessun’altra categoria avrebbe mai potuto eguagliare i nostri primati e per molti anni effettivamente è stato così, sino a che, in tempi più recenti, si è fatto strada il meraviglioso mondo del food, che tutto rumina, che tutto inghiotte. Un mondo esageratamente omertoso, dove (pubblicamente) nessuno critica nessuno, e dove (privatamente) tutti parlano male di tutti. Ma allora, cosa lo differenzia dal mondo dei giornalisti? Semplicemente la politica, la benedetta politica.

L’avvento di Silvio Berlusconi ha cambiato radicalmente la nostra categoria. L’ha cambiata al suo interno, in termini di rapporti personali e collettivi, l’ha cambiata in termini più generali nei gruppi editoriali, coinvolgendoli in uno scontro lungo vent’anni che non ha risparmiato nessuno. Qualcuno può ragionevolmente considerare tutto questo un imbarbarimento dei costumi, una deriva progressiva dello stile di un’intera categoria e anche chi vi scrive ha coltivato per molti anni questa illusione. Non era così. Silvio Berlusconi ci ha consentito di insultarci l’un altro. Ci ha consentito, pur in un disordine politico di rara vischiosità, di perdere via via particelle omertose, sostituendole con una visione più liberatoria dei rapporti personali e collettivi. Naturalmente ognuno di noi è entrato in questo nuovo mondo con il suo, di stile.

Per capirci, facciamo un esempio pre-Berlusconi: nessuno si sarebbe mai sognato di criticare pubblicamente il pezzo di un collega, sarebbe stato uno sfregio nel tabernacolo molto borghese e protetto della categoria. Lo avremmo fato nel segreto dei nostri conversari, con gli amici più cari, sempre comunque sottotraccia. E perché cambia questa situazione, come è possibile che cada un’omertà secolare che sempre aveva governato i nostri mondi a cui sovrintendeva il pentapartito della prima Repubblica? Proprio l’ingresso dell’uomo più divisivo della nostra storia moderna, Silvio Berlusconi. Grazie al quale, ognuno decide da che parte stare, le divisioni assumono una forma concreta, persino “fisica”, nessuno si sottrae al dibattito, nessuno riesce a starne fuori. Ognuno giudica. Ognuno critica. Cade il velo maledetto, finalmente. Ci si libera, al nostro interno, di tutte quelle secolari incrostazioni. (Lo ripetiamo qui e ancora una volta: ognuno con il suo, di stile.)

Ecco, il mondo del food, oggi, è come il nostro mondo venticinque anni fa. Omertoso, spocchioso, spregevole per certi versi, dove cane non mangia mai cane, dove nessuno è mai (pubblicamente) un cane, dove il rapporto tra food e giornalismo è qualcosa di sommamente problematico, dove migliaia di blogger si aggirano voraci per le tavole, dove il cosiddetto cliente ha davvero scarse possibilità di orientarsi poco più che dignitosamente. Quando, ragazzi, si girava per tavole decorose, tutta questa menata aveva ancora il sapore buono dell’avventura e, soprattutto, era vivo un sentimento fondamentale come la sorpresa, l’emozione di una scoperta, la strada sconosciuta che ti portava a destino. Senza nostalgismi, ma neppure senza ipocrisie, l’emozione è finita.

E poi, c’è una cosa davvero insopportabile. Un mondo così infelicemente suscettibile non si è mai visto. L’altro giorno la Gabba ha fatto un paio di post semi-scherzosi su un pre-antipasto, che i fighetti chiamano amuse-bouche, servito in un ristorante stellato poco fuori Bologna. Lo ha fatto in modo pop, vogliamo dire sgrammaticato?, per le anime belle del food, che subito hanno strillato allo scandalo, che la regina delle nostre inchieste si fosse permessa di ridere un po’ su un piatterello triste di una brava cuoca stellata. Ma via, signori, un po’ di leggerezza! Perché altrimenti,  si dovrà pur dire che quello snack era esteticamente e cromaticamente depressivo, l’impiattamento ospedaliero, e sulla bontà nulla da dire perché non si è provato. Apriti cielo. Addirittura cannoncini alzo zero si sono levati dalla tolda del Gambero Rosso, dove Massimiliano Tonelli ha scritto un pippone infinito sul niente, chiedendo che Dataroom, creatura della Gabba all’interno del Corriere, si occupi davvero del food in maniera costruttiva invece che di stuzzichini. Ma la Gabanelli, a dire il vero, si era già ampiamente occupata del Gambero e di Tonelli medesimo con una puntata di Report sulla vischiosità dei rapporti tra pubblicità e contenuti giornalistici. Viene forse da qui l’ardore postumo del Gambero?

Ci vorrebbe l’avvento di un Berlusconi anche nel food, così divisivo da generare più fazioni, da liberare energie, rancori antichi, che consentano a tutti di sgrassare le malefiche incrostazioni di un mondo troppo paludato e ipocrita, che era davvero molto, molto, molto divertente e che negli anni si è soltanto incarognito. Ecco la domanda finale è: perché cazzo vi siete così incarogniti?

TAG: Gambero Rosso, milena gabanelli
CAT: cibo & vino

2 Commenti

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  1. lina-arena 2 anni fa

    A Catania in un ristorante ubicato in una viuzza dedicata a Santa Filomena, ho mangiato un piatto tradizionale chiamato NORMA. Si tratta di pasta con la salsa, le melenzane fritte e la ricotta salata in capo. Bene, seduta in un tavolo su un marciapiede , invaso sovente da cattivi odori di fogna, ho mangiato e pagato una pietanza chiamata NORMA , dallo schef del locale , e costituita da cinque bottoncini, sistemati su un lungo piatto, costituiti da un lembo di pasta; una trancia di melenzana; un cucchiaino di salsa; una cremina di ricotta salata sul colmo ed una fogliolina di basilico. Ho pagato 25 € e sono andata via.Queste le modalità di assaggio di un piatto serotino a Catania in una via del centro dove la movida ha messo in moto una frode sui pasti quotidiani serviti al desco di ristoratori d’assalto.

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  2. lina-arena 2 anni fa

    A Catania in un ristorante ubicato in una viuzza dedicata a Santa Filomena, ho mangiato un piatto tradizionale chiamato NORMA. Si tratta di pasta con la salsa, le melenzane fritte e la ricotta salata in capo. Bene, seduta in un tavolo su un marciapiede , invaso sovente da cattivi odori di fogna, ho mangiato e pagato una pietanza chiamata NORMA , dallo schef del locale , e costituita da cinque bottoncini, sistemati su un lungo piatto, costituiti da un lembo di pasta; una trancia di melenzana; un cucchiaino di salsa; una cremina di ricotta salata sul colmo ed una fogliolina di basilico. Ho pagato 25 € e sono andata via.Queste le modalità di assaggio di un piatto serotino a Catania in una via del centro dove la movida ha messo in moto una frode sui pasti quotidiani serviti al desco di ristoratori d’assalto.

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