Il conservatorismo anarchico del vecchio Clint

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3 marzo 2019

I geniali sceneggiatori della commedia all’italiana li chiamavano “salsicciotti”, ossia dei riempitivi, scene di contorno che accompagnavano l’intreccio e avevano carattere di svago, di allentamento sapiente del plot, o di disvelamento malizioso delle reali intenzioni redazionali dell’autore.

In questo “The mule – Il Corriere” (vi risparmio la recensione) vi sono alcune scene che svelano il conservatorismo anarchico di Eastwood. Vi ammollo almeno tre “salsicciotti”, sui messicani, i neri, le lesbiche.

1) “Ci guardano tutti”, “Vi guardano perché siete dei mangiatori di fagioli in un posto dove si mangia carne”, dice  Clint ai  boss messicani del narcotraffico, dipinti “tel quel”, ossia truci, lurchi e turchi, non in quanto narcotrafficanti, ma in quanto messicani, ma con cui condivide in più momenti il vitalismo contagioso e plebeo, compreso il sesso puttanesco 2) “Mi piace aiutare voi negri…”. “Non si dice, preferiamo neri, siamo persone…”, ma lui nicchia e sembra ribadire il “negri”, è invece il dialogo con una giovane famigliola di colore, che crede di poter cambiare la gomma bucata consultando Google. Il fatidico e grullo “Non c’è campo” in mezzo al deserto messo in bocca proprio a loro. Ma verso cui si prodiga poi con la sostituzione dello pneumatico forato. E infine un salsicciotto malvagio costituito da una scena di lesbiche in motoraduno,  effigiate malevolmente e intenzionalmente grasse e sfatte, bullonate, chiodate, ipertatuate, repellenti, che tuttavia Clint signorilmente aiuta dopotutto indicando con esattezza l’origine del guasto della moto.

Ambivalenza tra apertura e chiusura, tra politicamente scorretto nelle intenzioni e accomodamento pratico seppur con ghigno recalcitrante  con i dati incontenibili del reale. I messicani, i neri, le lesbiche esistono, prenderne atto pare dire e soprattutto dirsi il vecchissimo e cadente Earl Stone protagonista della pellicola. Clint è un Vittorio Feltri burbero e scortese fuori, e “forse” un Giuseppe Sala, con un pizzico di opportunismo, dentro. Non scioglie inequivocabilmente, perché non vuole, non sa e forse intimamente non può,  l’enigma della sua postura ideologica.
È come molti tra noi, progressisti con la retromarcia conservatrice innestata, o idealisti fortemente provati e sfibrati, che sfileremmo volentieri per i diritti di tutti, ma con il “salsicciotto” tacito incorporato commentiamo spaventatissimi: “Sì, ma chi paga i costi sociali dell’integrazione di masse infinite di diseredati”?

TAG: Clint Eastwood
CAT: Cinema

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