L’ufficiale e la spia. Roman Polansky e il mito sempreverde del complotto

16 Novembre 2019

Ci sono molti motivi per andare a vedere L’ufficiale e la spia, il film sull’Affaire Dreyfus di Roman Polanski, che uscirà nelle sale italiane il prossimo 21 novembre. Il film prende il titolo dal famoso intervento di Émile Zola che esce sul quotidiano «L’Aurore» il 13 gennaio 1898 [ora riproposto insieme ad altri testi di Zola sull’affaire Dreyfus da Garzanti con il titolo Io accuso).

Clotilde Bertoni ne ha analizzato la struttura, i punti di forza, e quelli di debolezza, con precisione, individuandone anche i punti di distorsione su come la vicenda andò, su cosa e per quali percorsi Zola decide di scendere in campo nella seconda metà del 1897, di come matura la scrittura e poi la pubblicazione di quello che indubbiamente resta ancora oggi il testo essenziale di quella partita pubblica.

Il film, forse per le leggi dello spettacolo non può essere diversamente, propone una filiera fondata sul caso di «mala giustizia». Dato che indubbiamente caratterizza il caso.

Ma forse, prima di sedersi e guardarlo, e dopo averlo visto dovremmo pensare al tema della trasformazione dell’opinione pubblica, di come si crea un’opinione pubblica di cui quel caso contemporaneamente rappresentò l’iniziatore di un’epoca, ma anche l’ultimo grande caso di “malagiustizia” riparabile o annullabile facendo giustizia, ovvero individuando il vero responsabile.

Ciò che si genera infatti da quella vicenda, non è una educazione alla fine della “caccia al colpevole”, o del “prenderli ad ogni costo, anche se innocenti” (non andando lontani da casa nostra che cosa non sono i molti processi per stragi, a cominciare da Piazza Fontana, se non appunto “prenderli ad ogni costo, anche se innocenti”?) bensì come si definisce e se funziona la costruzione del “capro espiatorio” e perché la procedura del tribunale, sia essenziale per costruirlo, oppure, viceversa, non più essenziale. La mia sensazione è che se noi oggi siamo di nuovo in una congiuntura di mentalità che costruisce “capri espiatori” e che essa non derivi da, o non sia conseguenza di, una questione di “malagiustizia”. La mala giustizia è, invece, la macchina mitologica che consente di rimettere in corso il mito sempreverde del complotto. Ovvero di fargli fare un nuovo “giro di tavolo”

Che significa?

Provo a descrivere il processo a cominciare dall’agire pubblico come atto che descrive il farsi della storia.

È stata Hannah Arendt a intuire e a proporre che il verbo della storia sia l’agire. L’agire politico presume che si compia un atto che cambia radicalmente le condizioni date nel presente politico. Dunque, la possibilità di porre un initium, di far cominciare qualcosa di totalmente diverso è ciò che contraddistingue l’agire politico.

In questo senso tanto l’avvio dell’Affaire Dreyfus, come l’azione che trasforma Zola da intellettuale riconosciuto in intellettuale pubblico rientrano in questa sfera.

L’atto che rende credibile l’accusa a Dreyfus è la possibilità di poter connettere una credenza diffusa, ma latente, ovvero la visione di un astio verso il mondo ebraico che nei decenni centrali del XIX secolo si è collocato tanto in alcune aree del pensiero politico socialista (p.e.: Fourier, Proudhon, Leroux, Toussenel, quest’ultimo con il suo Les Juifs, rois del’époque, è probabilmente uno dei contributori alla costruzione del mito del complotto giudaico che tanta fortuna ha avuto negli ultimi due secoli nella propaganda e nelle convinzioni antisemite) ,come a destra.

A questo si assommano le prime ondate di antisemitismo che connettono il crollo finanziario di Union générale, istituto di credito cattolico, che si diffondono per tutta la Francia. Convinzioni che ritornano nel 1892 con il crack della Compagnia del Canal e di Panama. In quel decennio che intercorre tra i due eventi finanziari prende sempre più spazio Edouard Drumont che nel 1886 pubblica La France juive, trattato di taglio complottista che spiegava la storia come conflitto eterno tra “ariani” e “semiti”. Nel 1892 Drumont lancia “La Libre Parole”, quotidiano antisemita.

Il terreno dunque è pronto.

L’accusa a Dreyfus definisce il terreno e si dispiega su tre diversi parametri:

  • Il primo coinvolge il mondo della piccola borghesia: negozianti, artigiani, impiegati. L’antisemitismo testimonia del loro malessere e il rifiuto di quelle iniquità che sembrano costituire l’essenza del processo di modernizzazione che in gran parte subiscono.
  • Il secondo ha un contenuto di tipo religioso e coinvolge il cattolicesimo popolare in cui ritornano anche precedenti malesseri, sociali, e culturali che si riversano nella Francia della III  Repubblica (1870-1940) e  connessi con il processo di laicizzazione delle strutture pubbliche (La scuola prima di tutto).
  • Il terzo è espresso dal profilo nazionalista. In questa corrente la principale preoccupazione è data dall’ossessione dei nemici interni, più che dalla diffidenza o dall’astio verso i nemici esterni (un tratto che per molti aspetti è tipico anche del movimento nazionalista italiano tra 1911 e avvento del fascismo).

Gran parte del movimento socialista e della sinistra che inizialmente è decisamente antidreyfusarda ha punti forti di convergenza con le destre sul primo e sul terzo terreno.

L’inizio è dunque definito da u prodotto alchemico che combina attori distinti, ma immaginari simili.

A questo tuttavia contribuiscono anche altri fattori che non sono solo il malessere sociale o la scontentezza. La forza del movimento antidreyfusardo non è solo a destra, o la capacità di presa de “La Libre parole” che arriverà a vendere circa 200.000 copie, un dato che per l’epoca – considerato anche il tasso di analfabetismo – ne fanno indubbiamente un quotidiano di massa.

La forza di quella convinzione è anche negli strumenti che fondano le convinzioni, le mantengono, le rafforzano.

Ci sono molti veicoli che rafforzano questa convinzione.

Sono per esempio i giochi di società (l’immagine in copertinane riproduce uno), la diffusione di mazzi di carte in cui le figure sono quelle coinvolte nell’Affaire. Giocare con quelle carte significava dunque sapere e individuare “il cattivo”, il “fedele”, il rappresentante dell’ordine, il difensore della società. Ma anche la diffusione di arte popolare come calendari illustrati, caricature e vignette. Senza dimenticare i racconti, la letteratura popolare.

In breve, quello che si può indicare come il processo di acculturazione che accompagna la costruzione e il consolidamento della democrazia della III Repubblica  almeno nelle prime due generazioni di cittadini che si formano nella sua storia (ovvero tra primi anni ’80 e inizio del nuovo secolo) avviene e si definisce in relazione a quel codice culturale.

Codice che ha una battuta d’arresto con l’uscita di Zola, ma soprattutto con la spaccatura che quell’uscita determina in una delle componenti essenziali dell’antidreyfusismo: ovvero il movimento sindacale, il partito socialista, gli intellettuali progressisti, fino a quel momento o conniventi o silenti, comunque incapaci di trovare un altro linguaggio da contrapporre a quello dei propri avversari.

Quel tema ritorna a partire dai primi anni del’900 e ha in Francia il suo terreno di cultura come ha ricostruito dettagliatamente lo storico israeliano Zeev Sternhell nel suo La destra rivoluzionaria.

Quel brodo di cultura dove è forte la componente nazionalista, di una Francia della provincia contro Parigi(piùgenerivamente la città) che corrompe il buon costume nazionale e la catena delle tradizioni.

Un mito che nella Francia è fortissimo per tutto il ‘900 e anima una componente fortissima della destra francese, ma anche del socialismo operaista. Fenomeno che attraversa le destre e le sinistre radicali francesi tra 1908 e 1940; si innesta in una parte significativa del collaborazionismo durante la Francia di Vichy; innerva gran parte del codice letterario di Celine, di Drieu de La Rochelle, ma anche di Simenon, soprattutto nel cosmo umano che connota il mondo in cui si muove il Commissario Maigret.

È quel “brodo di immagini e di convinzioni” che ritorna nel composto culturale del FN nel tempo del disagio e della deindustrializzazione dei primi venti del XXI  secolo come hanno raccontato Hervé Le Bras e Emmanuel Todd, nel loro Le mystère français.

A ben guardare quel codice culturale, che è prima di tutto mentale, non ha bisogno che il tribunale sentenzi, per il semplice motivo che diffida del potere rappresentato, perché lo ritiene comunque non solo corrotto, ma inaffidabile, “venduto allo straniero” non più “nazionale”.

La prova dell’innocenza di Dreyfus così non è la vittoria della ragione sul pregiudizio, ma è vissuta come l’ennesima dimostrazione che i poteri forti vincono, sempre.

E questo il vero tema che immette il profilo del “Caso Dreyfus”: non è il trionfo della giustizia, ma la sua inaffidabilità nella mentalità di chi si sente abbandonato dal potere e non pensa più che il sistema della rappresentanza politica sia capace di difenderlo, né di rappresentarlo. E dunque per questo non sia da escludere che la legittimità a “farsi giustizia da solo”

Per questo il caso di Dreyfus, più che come la nuova vicenda che racconta come la verità si possa fare strada lentamente e faticosamente non è che il momento di distinzione tra una possibilità di fermare il complotto per vie legali, e la sua impossibilità e dunque la necessità di proporre una nuova forma di mobilitazione che abbia come parola d’ordine la guerra al complotto.

Anche per questo non è improprio il profilo sulla rappresentazione del nemico che Carlo Ginzburg ha delineato, proponendo di anticipare l’inizio della diffusione dei Protocolli dei Savi Anziani di Sion, vero testo pedagogico per ogni complottista che voglia riconoscersi tale, non più all’inizio del’900 considerando la Russia dello Zar come il luogo di produzione e di confezionamento di quel testo, ma di collocarlo a Parigi nel 1898, quando appunto Io accuso di Zola inizia a prendere il volo.

In breve nel momento in cui il caso giudiziario si smonta e emerge la verità del tribunale, la convinzione diffusa è questa svolta rappresenti la prova provata che la corte d’accusa non era più capace di «assicurare giustizia», edunque di tutelare il popolo,  perché il cmplotto è dominante. “Avere giustizia” è dunque un esito possibie, non certo, solo avviando un discorso persecutorioche si presenta come “legittima difesa”

Ed ecco così servito un segmento rilevante delle convinzioni vissute e dei sentimenti praticati che hanno dato forma al XX secolo. Ma anche, si potrebbe aggiungere, capaci di avere nuove primavere, nel XXI.

Da questo punto di vista, e per rirendere da dove ho iniziato, l’Affaire Dreyfus è un initium, forse con un significato diverso da quello con cui è stato a lungo raccontato. Profilo che a me pare più vero e più appropriato.

L’ufficiale e la spia non parla solo di passato, ma anche di presente. Probabilmente allude  alle vicende giudiziarie del regista. Soprattutto  parla a noidi noi. Oggi. Meglio: Ora.

TAG: Alfred Dreyfus, Edouard Drumont, Emile Zola, L'Ufficiale e la spia, Roman Polanski, Zeev Sternhell
CAT: Cinema

Un commento

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  1. dionysos41 9 mesi fa

    D’accordo. E proprio per questo è un film che fa paura. Ma non il film in sé, quanto la realtà che denuncia, attualissima e attivissima.

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