Quei 7 minuti e quelle carezze che ci aprono gli occhi

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11 marzo 2019

Quando il servizio pubblico svolge a pieno la sua funzione, va riconosciuto senza troppi giri di parole.
Ritrasmesso l’8 marzo su RaiTre, in occasione della Festa delle Donne, “7 minuti” di Michele Placido, vincitore del Nastro D’argento 2017, per l’attenzione al cinema civile in particolare sul tema del lavoro, accompagna gradualmente il telespettatore fuori dalla caverna, lo esorta con l’aiuto di diversi espedienti a squarciare un velo calato sugli occhi di un potenziale elettorato, che si vuole mantenere all’oscuro di alcune dinamiche qui affrontate finalmente con una certa chiarezza.

Il valore aggiunto di questo film sta proprio nell’uso davvero scarno delle figure retoriche: metafore pochine. La più importante, forse la più utile, la fabbrica.

La trama si ispira a una storia realmente accaduta in Francia, nel comune di Yssingeaux, e racconta la battaglia fra il consiglio delle operaie di una azienda tessile contro la proposta di una multinazionale estera, nuovo socio maggioritario che, senza effettuare licenziamenti, chiede il “piccolo” sacrificio di quei soli 7 minuti tolti alla pausa pranzo.

Ruolo discreto, calmo, ma centrale nel dibattito è quello di Bianca, la portavoce del Consiglio operaio, interpretata da Ottavia Piccolo.

«Leggete quello che ci chiedono, quello c’è scritto, ma leggete anche e soprattutto quello che non c’è scritto»

Nel dibattito emergerà con una chiarezza cristallina che dietro la carezza benevola dell’imprenditore cedente (Michele Placido) sul viso pulito di Bianca, si nasconde il ricatto netto a cui le operaie vengono esposte: o accettate la perdita progressiva e inesorabile dei vostri diritti, o accettate l’idea che prima o poi a furia di una manciata di minuti in più da sacrificare, ridurremo il personale o perderete il lavoro adesso.

Sull’onda emotiva di questo ricatto uscirà il meglio e il peggio delle operaie, delle donne, degli ultimi. All’inizio vorranno dire sì, accettare quei 7 minuti pur di preservare il posto di lavoro, per dare un senso all’omertà che fino a quel momento le ha rese un po’ meno perdenti: tutto e il contrario di tutto pur di mantenere il salario, persino la propria dignità di donne, di persone, persino il proprio ruolo di rappresentanti di categoria. Pur di concludere l’accordo arriveranno a offendersi tra loro, a ferirsi. Esplicita la frase di Greta, interpretata da Ambra Angiolini, che rinfaccerà alle colleghe immigrate da paesi dell’Est o dell’Africa, di essere talmente disposte a tutto pur di lavorare da intensificare la forza dei potenti, da rendere le operaie italiane sempre più ricattabili, più deboli. Non finirà la lotta tra poveri, e bersaglio della frustrazione sarà anche Marianna, la contabile già a suo tempo vittima di un incidente sul lavoro, rimasta paralizzata, che le altre credevano avvantaggiata e che invece fu costretta a firmare l’assunzione della propria responsabilità, non certo la denuncia sulla mancata manutenzione dei macchinari.
Nella disperazione del dibattito tre figure spiccheranno, apparentemente defilate: Ornella (Fiorella Mannoia), madre e futura nonna; Isabella (Cristina Capotondi), figlia incinta di Ornella che a furia di sacrifici immaginiamo cosa otterrà dalla sua maternità, ed Alice (Erika D’Ambrosio), la più giovane del consiglio.
Di Alice emergerà l’astensione durante la seconda votazione, emergerà il senso di inadeguatezza, quel sentirsi giovane, ingenua, quella legittima pretesa di spensieratezza e sul finale la speranza del suo NO al ricatto, del suo SÌ a un futuro migliore.

Innegabilmente questo film è una denuncia profonda al sistema capitalistico, o almeno a un sistema capitalistico incontrollato, degenerato, poco liberale e tanto libertino. È una denuncia al panorama internazionale europeo, al potere sempre più pressante di alcuni stati a svantaggio di altri: il debito sale per qualcuno, diminuisce per altri, aumenta il potere creditizio di alcune banche sul fallimento di altri stati; una comunità europea non troppo amica come sembra.

Tuttavia il film dice anche altro e forse questo “altro” non si palesa davanti ai nostri occhi con la stessa ostentazione di quanto finora descritto. Procede su una strada più accorta, ma l’idea la suggerisce ugualmente seppur in maniera surrettizia.

Le operaie dicono NO, la giovane Alice dice NO. No al capitalismo, no all’opportunismo di partiti estremisti che cavalcano l’onda della frustrazione e della violenza, no allo strapotere dei paesi protetti e no alla carezza dell’imprenditore. Ma la mano… La mano che accarezza Bianca fingendo di tutelarla, che le chiede il voto per permettergli di cedere l’azienda a condizioni favorevoli per lui e per la sua famiglia di democratici imprenditori, che accoglie con assoluto spirito umanitario l’immigrato con la promessa delle briciole per poi sfruttarlo, che magari non abbraccia il capitalismo estremo spenceriano, ma quello più soft di stampo keynesiano e che dovrebbe tutelare la propria “fabbrica” contro le allettanti lusinghe di potenti sempre più potenti, quella mano di chi è?

 

TAG: 7 minuti, 8 marzo, Cultura, fabbrica, film, Lavoro, Michele Placido, ottavia piccolo, politica, Rai3
CAT: Cinema

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