Non vi scaldate tanto: global warming e inazione, il dilemma

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19 Novembre 2016

Questa mattina mi sono messo a preparare una lezione di macroeconomia sulle dinamiche di medio periodo quando, distraendomi naturalmente in meno di quindici secondi, mi sono imbattuto in questo grafico.

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I dati sono affidabili e arrivano dal National Snow and Ice Data Center. Essi mostrano l’area occupata dai ghiacci sulla Terra, con l’evoluzione (nel corso degli anni) mese per mese.

Il grafico mi ha colpito, innanzitutto, perché comincia nel 1978 e io nel 1978 ci sono nato.

Non so, forse l’ho presa sul personale

Ovviamente, però, il grafico mi ha colpito per quella drammatica, e mai tanto perfettamente metaforica come ora, linea rossa. Il 2016, l’adesso, che si staglia come un unicum e che comincia a divergere cocciutamente per i fatti suoi.

Diciamo subito che il motivo di tale dinamica, assai probabilmente, è che questo è il primo anno in cui lo scioglimento (con contestuale riduzione dell’area) ha coinvolto simultaneamente Artide ed Antartide.

Beh, insomma, a me è venuto in mente Inferno di Dan Brown: confesso, al Signore degli eserciti e a voi fratelli, che a me Dan Brown piace e che mi sono andato a vedere pure l’ultimo film, quello con un Tom Hanks imbolsito e impresentabile che corre per le strade di Firenze a distruggere affreschi del Vasari.

E il punto è che, in Inferno, senza spoilerare in alcun modo la storia, c’è una cosa intelligente che muove un po’ tutto il libro: non è che, magari, l’unico incentivo cui gli esseri umani rispondono è la paura o il dolore per una perdita tragica?

Si è conclusa la conferenza di Marrakech, nel silenzio assordante di media e dei social networks: non ne parla nessuno. Siamo tutti concentrati sullo scannarci per il prossimo referendum o sulla composizione della squadra di Trump. O sulla post-truth.

E io, ogni volta, non me ne faccio una ragione.

Lo scriverò volgarmente perché volgarmente il pensiero mi nasce in testa: cosa cazzo serve all’umanità per spaventarsi, per sentirsi responsabile, per indurla all’azione?

Ho capito che siamo in un gigantesco caso di free riding e ho capito pure che il cambiamento climatico, nella percezione che ne abbiamo, è un problema psicologicamente più subdolo e meno evidente di un attentato terroristico in cui muoiono un centinaio di persone.

Il fatto è che, per cambiamento climatico (sono stime, ma vengono dal WHO), tra il 2030 e il 2050, moriranno 250 mila persone in più al mondo.

A noi le cause indirette ci fanno un baffo. Noi questi morti (sono 250 mila eh, ogni anno una Verona in meno di gente per capirci) non li vediamo, non li sentiamo.

E io ancora non capisco perché.

Perché, a ben guardare, non è neppure più una guerra contro i clima-scettici.

Alla fine molte delle discussioni, in quell’arena, non sono concentrate sul fatto (il clima si surriscalda e ci sono problemi enormi, in vista, per l’innalzamento degli oceani) in sè; sono piuttosto fiumi di parole (visto che l’acqua ci mancava proprio) su quale sia lo causa.

E fa una qualche differenza?

Sarebbe come vedere una squadra che gioca senza portiere che prende goal a raffica.

Salviati e Simplicio si mettono a litigare perché il primo dice all’altro:

“Oh, ma è chiaro: non c’è il portiere” mentre Simplicio replica: “Niente affatto, il portiere non c’entra nulla.”

E intanto i goal sono lì che si accumulano uno sull’altro, come i gradi di temperatura.

Ora, l’anno scorso, me colpevole, ho sanato dopo 37 anni il grave difetto di non avere letto prima la Banalità del male. Ma è un libro che mi ha cambiato la vita e sono contento di averlo affrontato nel momento giusto, subito dopo avere visitato Auschwitz e con il tempo che meritava.

E quindi continuo, perché la cosa riguarda sia la banalità del mare sia lo tsunami di disaffezione alla democrazia e alla politica dentro il quale siamo già tutti  con la tristezza alle ginocchia.

E la domanda è sempre quella: quando (ripeto, quando) ci decideremo a prenderla sul personale?

Qual è l’incentivo di dolore che spinga finalmente me, i pochi che mi leggeranno e, più in generale, gli esseri umani come specie, a prenderla sul personale e ad agire?

Basta, volevo solo farvi questa domanda.

Ora torno alle dinamiche di aggiustamento di medio periodo in seguito a un consolidamento fiscale. Da qualche parte, a nord e a sud, a migliaia di km, un pezzo di ghiaccio si crepa.

E una distesa d’acqua, che è lì da tempi immemorabili, da ben prima che questo pianeta lo abitassimo, continua a fare quello che ha sempre fatto e che farà anche molto dopo che noi non ci saremo più: esiste.

Viene in mente quel libro splendido che è Dissipatio H.G. E quelle righe finalmente distese, con il mondo privo di uomini e “mai così vivo, pulito, luccicante, allegro come oggi”.

Prendiamola sul personale, finché siamo in tempo. O il mondo andrà avanti a prenderla sul mondano.

TAG: climate change, COP22, Global Warming, scioglimento dei ghiacci
CAT: clima

Un commento

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  1. franco-pecchio 4 anni fa

    Forse serve toccare il portafoglio, ma una carbon tax toccherebbe così tanti interessi trasversali e lobbies che è, al momento, difficilmente pensabile. Non ci sono scorciatoie per i problemi complessi, occorre agire su tutti i fronti, penso al nuovo e poi efficace movimento vegano e vegetariano in genere, alla piccola rivoluzione dell’uso di fonti rinnovabili, al economia circolare e alla share economy. Il problema è che è tutto troppo lento rispetto alla velocità dei cambiamenti. Ciao

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