Fenomenologia della percezione del rischio

28 Febbraio 2020

Mentre in Italia dilaga la psicosi del Coronavirus, sembra utile interrogarsi quali siano i meccanismi individuali e sociali per i quali alcuni rischi vengono percepiti come più pericolosi e dannosi di altri. Esiste una fenomenologia della percezione del rischio che può aiutare a comprendere come tendenzialmente e collettivamente reagiamo di fronte a stimoli, situazioni e contesti che non rientrano nelle categorie comunemente riconosciute e accettate come “normali” e “controllabili”.
Stiamo vivendo una situazione di emergenza al cui centro vi è sì la diffusione di un virus per la quale devono scaturire cautele e prevenzioni, ma la cui gravita aumenta essenzialmente a causa delle reazioni di allarmismo collettivo che tendono a perdere l’ancoraggio con il fatto in sé e assumono i connotati di una percezione collettiva alterata del rischio.
A contribuire a questa dinamica, che si autoalimenta e si propaga più velocemente dell’emergenza sanitaria stessa, ci sono diversi meccanismi propri del sistema sociale e mediale, che a loro volta si vanno ad innescare sulla usuale percezione della realtà e sul biologico rifiuto dell’incertezza.
“Noi tutti pensiamo con il cervello” scrive Lakoff nell’introduzione al suo più celebre libro Non pensare all’elefante!. Questa affermazione che può sembrare una ovvietà, in realtà non lo è perché determina una implicazione fondamentale, vale a dire che il pensiero è fisico, cioè legato ai processi neuronali che strutturano il cervello umano. Si comprende solo ciò che il cervello ci permette di comprendere e la maggior parte delle nostre convinzioni morali, sociali e politiche sono determinate dalle attività, per lo più inconsapevoli, della nostra mente. Le scienze cognitive, così come le neuroscienze della percezione, definiscono, esplicitano e portano ad un livello consapevole i meccanismi che delineano la nostra visione del mondo e che definiscono, di conseguenza, opinioni, atteggiamenti e comportamenti, individuali e sociali.
L’elemento che maggiormente tende a condizionare le percezioni individuali è l’esigenza biologia dell’uomo di ridurre l’incertezza, ridefinendo situazioni imprevedibili e impreviste sulla base di un contesto noto, che fornisce la sensazione di dominare la realtà e quindi rassicura. L’incertezza è ilproblema per la cui soluzione il cervello umano si è evoluto: il cervello ha costantemente teso il proprio sviluppo allo scopo di trasformare in certezza tutto ciò che è intrinsecamente incerto, ogni istante di ogni giorno. La motivazione biologica di molte delle abitudini, degli automatismi sociali e culturali, compresi quelli religiosi e politici, financo il razzismo e l’odio, è quella di diminuire l’incertezza attraverso l’imposizione di regole e contesti rigidi e elaborare le informazioni il più velocemente possibile attraverso meccanismi di semplificazione chiamati scorciatoie cognitive.
Per comprendere come si attivano le azioni e reazioni neuronali che ci permettono di muoverci nel mondo e di interagire con esso, è necessario comprendere quale ruolo cognitivo abbiamo le percezioni nella definizione della “nostra” realtà, una realtà che spesso condividiamo con una comunità di riferimento nella quale interagiamo. “La percezione non è un’operazione che ha luogo nell’isolamento del nostro cervello, bensì fa parte di un processo incessante all’interno di una ecologia, termine con il quale intendo la relazione di ogni cosa con le cose che la circondano, e le loro reciproche influenze” scrive con molta chiarezza Beau Lotto. Ma quali sono le variabili che condizionano le percezioni definendo queste relazioni e le relative reciproche influenze? La distinzione essenziale deve essere operata tra le variabili interne, legate alla dimensione culturale e identitaria dei singoli, e quelle esterne derivanti dalle interazioni sia dirette sia mediate che l’individuo esperisce nel suo quotidiano. L’ambiente fisico e le relazioni personali, il vivere in comunità, definite in termini di identità, valori e credenze, condiziona la percezione del mondo così come lo condizionano gli eterogenei flussi informatici e massmediali.
Proprio nel momento in cui l’uomo è iperconnesso e immerso in potenzialmente numerose relazioni, si dimostra più radicalmente solo e piegato sul proprio narcisismo autoreferenziale. La solitudine reale si interpone alle relazioni virtuali, alterando la percezione del reale. Oggi la costruzione percettiva è legata, come mai prima, a flussi informativi disconnessi dalla percezione esperienziale diretta.
Nel caso dell’emergenza sanitaria in corso, il sistema dei media ha contribuito in modo sostanziale a costruire una percezione alterata del contesto, i singoli non potendo contare sulle procedure abituali di percezione, categorizzazione e comprensione perché di fronte a una situazione non abituale, non prevedibile e quindi assolutamente incerta, hanno reagito ancorando la propria percezione da un lato alle descrizioni operate dai mezzi di informazione sensazionalistici e spettacolarizzati; dall’altro facendo riferimento ad un immaginario catastrofico imposto nel tempo dalla produzione narrativa di fiction.

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CAT: costumi sociali

Un commento

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  1. gmajorino 7 mesi fa

    Sono perfettamente d’accordo. Farei solo delle osservazioni sul problema di un attuale narcisismo autoreferenziale e sulla componente biologica di comportamenti ed atteggiamenti. Quando Freud,con la solita noncuranza introdusse il termine narcisismo, da allora stiamo cercando di capire non solo quello che veramente volesse dire(noi analisti trattiamo le sue affermazioni come se fossero la Bibbia)ma anche caratteristiche, funzionalità e indispensabilità di tale concetto. Preferirei per ora di una utilizzare termini come senso di identità o simili. Anche per non incorrere nel rafforzamento ideologicamente moralistico per il quale oggi siamo tutti egoisti (e in passato..?).Per quanto riguarda le basi neurofisiologiche delle nostre componenti psichiche ,dato per scontato ,per non partire per derive metafisiche, che il nostro substrato neurologico è alla base di comportamenti,atteggiamenti e sentimenti, sarei cauto nella costruzione di un modello di causalità diretta. Allo stato attuale delle nostre conoscenze biologiche e di quelle psichiche, la distanza tra biologia e psichicità è ancora enorme e necessita di una costruzione di modelli esplicativi molto complessi, che forse necessitano sia di strumentazioni tecniche che di paradigmi metodologici che per ora sembrano abbastanza grossolani. Per questo,noi che lavoriamo in campo clinico, preferiscono avere una concezione provvisoria semplificata della psichicità.Per esempio su questo “maledetto”corona virus,cerchiamo di utilizzare concetti quali persecutorietà paranoide e il “misterioso” sado-masochismo. Sono in ogni caso molto interessato al discorso dell’input-output dei flussi informativi. Mi chiedo se dobbiamo cercare anche a questo proposito se si possono ancora utilizzare modelli causali semplici o è ora di ricorrere a modelli multi causali (ovviamente,purtroppo di difficilissima gestione).
    Cordialmente Giorgio Majorino

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