La parodia della cultura – 2

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21 Ottobre 2019
  1. In copertina la parodia della Scuola d’Atene di Raffaello secondo Massimo Rotundo

 

2 – continua da

La parodia della cultura – 1

È così che si arriva a Inter arma silent Musae. Il percorso, in realtà, è molto più accidentato e le subdole maniere di tagliare un pezzettino al giorno di cultura e libertà sono più articolate e complesse di un’analisi rapida e incompleta come la mia. Chiedo perdono per saltare da un argomento all’altro apparentemente così disordinatamente, forse all’occhio dei più. All’occhio mio, tuttavia, non appare così, perché io credo che tutto sia connesso e che un atteggiamento affine nei confronti dei vari aspetti della realtà sia collettivo. Una sintesi, seppur generica, può forse aiutare a capire meglio cosa stia succedendo. Trovate il fil rouge e approfondite.

Il cuoco furioso, invasato da Gastriope

Le muse. L’arte, la poesia, la musica, la danza, la tragedia, la commedia… aggiungiamo oggi la fotografia e la cinematografia, arti recenti, potremmo chiamare le nuove muse Photòmnia e Kinémato. Introdurrei, se mi è concesso, anche la musa della cucina, Gastriope, che ha conquistato il piccolo schermo e che ha surclassato le altre, relegandole a sorellastre di Cenerentola. Ormai i principi azzurri sono i cuochi e i supercuochi. Apollo, dio della bellezza, danzava sul Parnaso colle sue nove muse, facendo ricadere sul mondo i benèfici effetti di questa danza perenne. La nostra identità non è solo il risotto alla milanese o la pizza o il prosecco, che, per carità, sono cose buonissime, ma non esistono solo prove del cuoco o chef bisbetici che maltrattano allievi in competizione per creare il piatto assoluto. La nostra identità è anche fatta dei milioni di opere d’arte del passato, dall’antica Grecia in poi, da quando Eschilo e Omero e poi Virgilio a Roma e, secoli dopo, altri poeti del Rinascimento hanno iniziato a scrivere di vicende umane e divine, cristallizzandole in personaggi d’uomini e dèi che perfino ai nostri giorni, ma chissà per quanto tempo ancora, sono dei punti di riferimento. Lo sono stati per artisti, scultori, pittori, musicisti, psicanalisti fino a oggi: Tiepolo affrescava le ville con episodi dell’Eneide e della Gerusalemme Liberata, così come Orfeo è stato il soggetto di opere di Monteverdi, Offenbach, Stravinskij e anche Savinio, mentre Dürrenmatt e Borges ci parlano di Pizie e Minotauri, e non è che una briciola della nostra identità culturale. Ma se non si propaga la memoria di questo passato culturale, il medesimo svanisce. Non resta nulla dopo la catastrofe, sia essa naturale come un’esplosione vulcanica, un terremoto, un uragano, un’inondazione o causata dall’uomo come una guerra o un genocidio, se non c’è nessuno che ricorda cosa c’era prima. Atlantide fu inghiottita dal mare: Thera, esplodendo, distrusse per sempre la civiltà minoica e solamente grazie a scavi archeologici si capì di cosa si trattava.

Se i nazisti avessero vinto e quindi continuato l’olocausto degli ebrei, non ci sarebbe rimasto nessuno a raccontare ciò che è accaduto veramente. La catastrofe culturale è lenta ma inesorabile. Le catastrofi naturali sono connaturate al pianeta, ci sono sempre state e sempre ce ne saranno e sono immediate. La catastrofe culturale è un atto di volontà. Chi dovrebbe difenderne le basi, un parlamento eletto dal popolo perché protegga e continui l’opera degli antenati, si rivela a volte il suo potenziale nemico più distruttivo nel nome del profitto, personale o di amici e parenti. È un atteggiamento che ha varie componenti, non solo le speculazioni private. Ci sono anche schegge d’inconsapevolezza da parte di chi governa, schegge che giocano il loro ruolo ed è un rincorrersi di concause. Indebolita la scuola, distrutte o modificate per il profitto di pochi le strutture che servono a preservare e propagare la cultura – i teatri e i cinema, cultura che non è un superfluo hobby di un’élite bensì le nostre radici, ciò da cui noi veniamo – mentre avviene una cristallizzazione sterile e museale di ciò che c’è, ormai resa solo business piuttosto che essere declinata nella conoscenza e nella rielaborazione per occhi e orecchie moderni, intelligibili quindi a chi si affaccia adesso in questo mondo, resta solo la schiavitù di cui parlavamo prima. Lo schiavo non ha accesso a nulla, lavora e vegeta. Non ha il tempo per fare nient’altro che lavorare per un padrone, nutrirsi a malapena, dormire per recuperare le forze e il giorno successivo ricominciare il ciclo. Il servo della gleba del feudalesimo moderno, con pochi feudatari e moltissimi schiavi, condizione che pensavamo ottimisticamente fosse stata cancellata dalla Storia. Questa sembra essere, sempre più chiaramente, la prospettiva a lunga scadenza per le società occidentali, ma forse per tutte le società. La schiavitù non ha mai finito di esistere in molti continenti e, in nome della “produzione”, si è moltiplicata ferocemente nei paesi a più alta densità abitativa, quelli africani e asiatici, dove esistono addirittura delle caste a gerarchia inaccessibile. Gli alberi fruttiferi e avvelenati del capitalismo hanno attecchito perfino in nazioni originariamente anticapitalistiche che, inevitabilmente, si ritroveranno presto coi problemi dell’Occidente se non li hanno già. Quei paesi sono di difficile interpretazione anche perché mantengono spesso una certa riservatezza e molte cose vengono scoperte per caso e non sempre sono divulgate. La memoria va all’epidemia nascosta dell’Henan, provincia rurale cinese, rivelata oltre vent’anni fa dalla dottoressa Shupin Wang, scomparsa di recente negli Stati Uniti, la quale, nel suo paese, fu ostracizzata insieme alla sua famiglia per aver sollevato la cortina di silenzio imposta dal potere.

Charlie Chaplin, schiavo moderno, ingranaggio tra gli ingranaggi in Tempi moderni (1936)

Le caste più elevate, lì come anche nei paesi occidentali, hanno accesso alla conoscenza, perché ai pargoli di quest’élite è permesso di studiare e di conoscere il passato, le radici e servirsene per elaborare un avvenire, il loro. Questo, ovviamente, è il 10%, forse meno, della popolazione. Il restante 90% corre, si agita, si dà da fare per cercare di sopravvivere e non ha il tempo materiale per pensare o per riflettere a “sciocchezze” come le discipline protette dalle muse. Ed ecco che le muse tacciono, tra l’assordante impercettibile baccano delle armi raffinatissime del potere, il dominio dei media, il dominio dell’istruzione, il dominio del consumismo, il dominio di una finta crisi, utilizzata strumentalmente per soggiogare quel 90%. Qualcuno avrà tentato di spiegare tutto ciò alla bambina svedese ossessionata dalla sua idea che gli adulti le abbiano sottratto il futuro? Qualcuno le avrà spiegato che, in parte, è lei stessa a precluderselo non andando a scuola e che facendo unicamente la superstar del cambiamento climatico in realtà fa un danno a sé stessa?

Che fine fa quindi l’immenso patrimonio del passato che abbiamo ereditato e di cui dovremmo passare il testimone a chi verrebbe dopo di noi?

A poco a poco tutto quest’immenso patrimonio svanisce. Svanisce la prima volta perché non viene più propagato, soprattutto per ciò che riguarda le arti rappresentative, che vivono appunto nel momento della rappresentazione, quindi effimero: se i teatri, sempre più in crisi, vengono a mancare, la rappresentazione non c’è più. Svanisce la seconda volta perché a poco a poco se ne perde la memoria. Svanisce anche perché l’arte non viene presentata come un vero e proprio lavoro redditizio ma come un passatempo e quindi i giovani artisti sono anche demotivati a seguire il proprio talento e, tutt’al più, a considerare l’arte unicamente un diversivo rispetto alla “vera” occupazione. Gli archivi, le biblioteche, piene di cartacce inutili, potranno essere divorati dai tarli, non importa, o essere distrutti volontariamente, come accadde ad Alessandria, mentre Ipazia, la scienziata custode del sapere, venne assassinata; come accadde a Firenze, dove Savonarola fece bruciare libri e opere d’arte, nel nome di una religione oscurantista; come accade oggi dove le biblioteche e gli archivi storici diventano sempre più inaccessibili per i tagli al personale e dei musei si fa spesso unicamente mercimonio con balli e feste come se fossero collezioni private e non un bene da fruire, certo, ma anche da salvaguardare da possibili danni. Il sovraffollamento dei musei da parte di orde di turisti distratti, fonte d’immensi guadagni per le società (private) a cui sono stati dati in gestione,  causa il rapido deperimento delle opere d’arte, per l’impossibilità di controllare la temperatura, l’umidità e le molte condizioni atmosferiche di cui un dipinto antico ha necessità. Chiaro, no? Dando i musei pubblici in gestione ai privati, soprattutto per la biglietteria selvaggia, si socializzano le perdite e si privatizzano gli utili, senza curarsi di un serio mantenimento delle opere da parte del privato. Svanisce, il patrimonio culturale, una terza volta ancora, perché una volta eliminato il sapere si perdono le relazioni esistenti tra un popolo e un altro, tra una lingua e l’altra, tra un paese e l’altro, non c’è più una legislazione, non c’è più nulla che possa supportare alcunché, perché non c’è più Storia. La damnatio memoriae, nell’antichità, era la cosa peggiore che si potesse fare a un nemico, perché di lui non sarebbe rimasta alcuna traccia.

Umberto Eco, in un suo parodistico Diario minimo, Frammenti (1963), ipotizza un avvenire post atomico in cui vengono ritrovati dei frammenti di un canzoniere sanremese che viene interpretato dagli archeologi del futuro in maniera originale ed esilarante, totalmente avulso dall’effettiva realtà, metaforicamente figurando un funerale simbolico della cultura aulica, soppiantata dalla deflagrazione atomica della cultura di massa, ben diversa dalla cultura popolare. Cinquantasei anni fa, mica male per il nostro ironico autore: all’affacciarsi della parodia della cultura, Eco ne colse i segnali e li tramutò in un piccolo gioiello. Un frammento anche quello.

Ma sembra più importante e allarmante che i giovanissimi oggi manifestino romanticamente contro un ineluttabile e impersonale cambio climatico, le cui cause sono più che molteplici, a seconda dei punti di vista, piuttosto che per la difesa delle civiltà e dei loro patrimoni culturali, per un reale progresso e una consapevolezza della maturazione dei popoli che comporta, naturalmente, una coscienza.

La damnatio memoriae è quello che lentamente ma inesorabilmente sta succedendo a noi, e siamo noi stessi che la stiamo provocando, ma non per l’incremento di anidride carbonica: per distrazione, per non usare la materia grigia al 100%, per equivoci di lotta, per comodità, per ignavia, per accidia, per superficialità e per semplificazione.

 

2 – fine

© Ottobre 2019 Massimo Crispi

TAG: Alessandria, Cultura, damnatio memoriae, Diario minimo, firenze, frammenti, Ipazia, muse, parodia, Savonarola, schiavitù, Shupin Wang, Umberto Eco
CAT: costumi sociali

2 Commenti

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  1. ravera 11 mesi fa

    Grazie.

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  2. ravera 11 mesi fa

    Grazie.

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