Una vita da sardina

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20 Novembre 2019

La piazza di Bologna gremita di sardine ha colto di sorpresa un po’ tutti, persino i suoi organizzatori.

In questi giorni si leggono i commenti più disparati, che tentano di rispondere alla domanda: chi sono e cosa vogliono i partecipanti al riuscitissimo flash mob, definito la prima rivoluzione ittica della storia?

E’ difficile tracciare il profilo di una moltitudine che si è ritrovata sulla base di un appello fantasioso e improvvisato; ma la velocità con la quale manifestazioni analoghe si stanno autoconvocando in altre parti d’Italia fa sospettare che in questa iniziativa ci sia qualcosa di più profondo della semplice goliardia di quattro amici. Per capirci qualcosa, è utile esaminare il simbolo con il quale questi attivisti hanno scelto di rappresentarsi.

Sulla principale enciclopedia on line, alla voce “sardina” si legge che:

“è una specie gregaria in ogni stadio vitale, che forma banchi molto fitti e disciplinati, composti da centinaia o migliaia di individui. Le sardine si riuniscono in banchi assieme ad individui di altre specie di taglia simile, come acciughe, altri Clupeidae e perfino giovanili di tonno rosso e palamita. Effettua migrazioni nictemerali: di giorno si mantiene in genere in acque profonde (25–55 m), spostandosi verso la superficie durante la notte (15–35 m). La durata massima della vita è di 5 anni nel mar Mediterraneo e può raggiungere i 14 nell’Atlantico.”

Il primo aspetto che colpisce l’attenzione è il fatto che le sardine vivono in enormi banchi: stare insieme è il loro modo di vita. La sardina non è individualista; sa di essere vulnerabile, ma non cerca una tana in cui rifugiarsi, perché la sua sicurezza risiede nella presenza dei suoi simili, insieme ai quali può sfidare il mare aperto.

Osservando un banco di sardine, si rimane affascinati dalla loro velocità e dalla capacità di coordinarsi perfettamente: viene spontaneo domandarsi come facciano a comunicare con una rapidità quasi istantanea e ad eseguire movimenti pressoché identici. E’ impossibile stabilire quali siano gli individui che guidano il comportamento del gruppo: i membri del banco sono tutti uguali, non vi è alcun leader riconoscibile. Ovviamente, le sardine non hanno bisogno di alcun segno o simbolo esterno: sanno perfettamente riconoscere gli individui della loro specie, ma offrono volentieri ospitalità e rifugio a quelli di una specie diversa. Come ricorda l’enciclopedia, le sardine emergono preferibilmente di notte e, pur non essendo particolarmente longeve, in condizioni favorevoli possono vivere a lungo.

Definirsi con il nome di questo umile pesciolino significa insomma dichiarare l’intenzione di unirsi contro la paura, per correre tutti insieme il rischio di una nuova avventura, prescindendo da simboli e appartenenze partitiche; scegliere come proprio metodo l’azione collettiva, coordinata attraverso una comunicazione rapida e efficace tra gli individui; rifiutare di seguire un “capo”, per riconoscersi tutti uguali e aperti all’accoglienza della diversità; attivarsi in un momento di buio e cercare la via per dare continuità alla propria iniziativa. Una metafora davvero efficace.

Certo il movimento delle sardine, nato come reazione contro l’arroganza di un leader di partito, non ha un vero programma politico; pur nell’ambito di una chiara collocazione a sinistra, è difficile pronosticare quali scelte elettorali faranno in futuro i suoi attivisti. Ma nel loro improvvisato raduno si intravvede il riconoscersi di individui simili, interpreti di quello che forse Umberto Eco avrebbe definito ur-antifascismo: un viscerale attaccamento ai valori dell’uguaglianza e della democrazia, del pacifismo e dell’accoglienza; una congenita diffidenza verso la leadership populista e spregiudicata; un’atavica repulsione verso la retorica razzista e nazionalista e un’identificazione nella storia della Resistenza e nella Costituzione, simboleggiata dall‘inno condiviso dalla piazza.

Solo il tempo ci dirà se questa esperienza è destinata a trasformarsi in un progetto politico compiuto; per il momento, le sardine si accontentano di ritrovarsi e di testimoniare insieme un desiderio di rappresentanza. Forse è poco, ma è un segnale che infonde fiducia e ottimismo nelle sardine solitarie che da tempo aspettavano un banco in cui rifugiarsi…

(immagine originale: “2014 11 Moalboal 21 sardine run” di Lakshmi Sawitri, CC  BY 2.0, da qui)

TAG:
CAT: costumi sociali

2 Commenti

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  1. evoque 10 mesi fa

    Non credo che la goliardia abbia mai sfiorato le intenzioni dei quattro amici, piuttosto la voglia di mostrare a questo paese rassegnato e/o incanaglito che osare si può e si deve. La democrazia è un valore da cui non si può prescindere. Il bello della manifestazione bolognese, ma ieri sera un’altra altrettanto affollata si è svolta in una altra città dell’Emilia-Romagna, è che ha doppiato come numero di partecipanti quelli presenti al Pala Doza per la kermesse leghista. La prima infatti era stata organizzata in un amen, quell’altra sicuramente era stata preparata con giorni e giorni di anticipo. Risultato: 2-1 per le sardine.

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  2. alesparis69 10 mesi fa

    Bel pezzo. Hai approfondito la metafora della sardina. Io l’ho pensata dal punto di vista generazionale.

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