Viaggio a San Patrignano: “Salvarsi la vita è questione di concentrazione”

15 settembre 2019

San Patrignano – “Devo chiedervi due cose, prima di iniziare la visita. La prima: questa è la più grande area no-smoking d’Europa, io sono cinque anni e mezzo che non fumo, voi potete anche non farlo per le prossime tre ore. La seconda: se dentro vedete qualcuno che conoscete, per qualunque ragione, non salutatelo. Ci sono situazioni complicate, ovviamente, qui dentro. E c’è chi non ha voglia di essere visto qui da qualcuno che conosce, e in qualche caso non è bene che abbia contatti col suo passato di provenienza. Semmai, chiedete a noi se potete salutare qualcuno”. Alle nostre spalle, mentre ascoltiamo il discorso introduttivo di “Mario”, chiamiamolo così, un giovane piange a dirotto mentre abbraccia la famiglia. Si stanno separando, per almeno un anno non potranno vedersi nè sentirsi in alcun modo.

Benvenuti a San Patrignano, dove quarant’anni fa, su un podere abbandonato Vincenzo Muccioli ha iniziato da zero, con qualche tossico e qualche volontario, e dove non c’era niente oggi c’è una piccola città con più di mille residenti, un’impresa diversificata che fa formaggi, oltre mezzo milione di bottiglie di vino, lavora le carni, costruisce le tapezzerie, un villaggio dello sport, e il tutto fattura oltre 20 milioni di euro l’anno, che servono a pagare la vita e il recupero degli ospiti. All’ingresso, sotto il simbolo della comunità, c’è un fitto elenco di loghi aziendali. Gli sponsor di una comunità che, in una quarantina d’anni, è diventato punto di riferimento e anche, ovviamente, snodo di potere. “Noi qui mangiamo tre volte al giorno, scuse per non lavorare non ce ne sono. Quindi qui anche se uno ha le crisi di astinenza, lavora. E siccome siamo qui per risolvere delle dipendenze, anche sulle medicine, andiamo molto cauti. Se uno ha mal di testa, per cominciare gli si dà un pezzo di pane. Poi, se proprio non passa, vediamo”. La visita alla collina di San Patrignano è stata organizzata nel contesto della Summer School della Scuola di Politiche, fondata da Enrico Letta. Mi sono fermato fino al venerdì sera – dopo aver discusso della politica di oggi, assieme a Monica Fabris e Giliberto Capano, a una trentina di giovani molto attenti – anche e soprattutto per cogliere l’opportunità di vedere “Sanpa” da dentro, di starci un po’. È un’esperienza che vale la pena di fare: lo pensavo prima e ne sono certo ora.

Per noi che eravamo bambini negli anni ‘80, del resto, la memoria dei “tossici” che barcollavano per strada, delle siringhe in ogni angolo o infilate negli alberi, dei morti di overdose anche tra i conoscenti e i vicini di casa è un elemento generazionale condiviso. E il nome di San Patrignano familiare fin da allora, come lo erano i baffi e l’accento romagnolo di Vincenzo Muccioli. Per gli studenti della scuola, che ovviamente sono molto più giovani, è tutto diverso. Muccioli moriva, vincitore controverso della sua epoca, mentre loro nascevano o ancora non erano nati, e dopo vennero anni in cui “la droga” sembrò altro rispetto all’eroina dei tossici di prima. Fino a quando la ruota è in qualche modo tornata da dove era partita: e assieme alla coca, alle pasticche e a tutto il resto, è ricomparsa anche l’eroina, e pesantemente.

“La droga è democratica” ride amaro Mario, guidando uno dei gruppi in cui è stata divisa la School. “Ricchi, poveri, belli e brutti, la droga non fa distinzioni, distrugge tutti allo stesso modo. Per lei siamo tutti uguali”. Tutti uguali sono anche i circa mille ospiti di San Patrignano, almeno per il rispetto delle regole che sono dovute da tutti allo stesso modo. Niente telefono, niente internet, niente tv, salvo il telegiornale del giorno, registrato a ora di pranzo e poi visto a sera… “Purtroppo è il tg 5”, ride Mario. I giornali ci sono, invece, sono nella sala d’ingresso della grande mensa. “Poi ognuno invece ha la sua storia, io posso parlare della mia esperienza, della mia vita, non per tutti gli altri”. La sua storia, la sua vita, Mario le racconta così: “mi sono fatto le pere per 24 anni, a partire da quando ne avevo 15. Ho girato tutta Europa da drogato, ho conosciuto centinaia di persone, ma non ho mai avuto un vero amico, nè una vera relazione. Io non so cosa vuol dire davvero innamorarsi…”. Già, innamorarsi. E se due ragazzi si innamorano, cosa prevede il codice di San Patrignano? “Se un ragazzo e una ragazza provano un interesse l’uno per l’altra devono comunicarlo ai loro responsabili, ai referenti cui fanno capo. A quel punto la struttura si occupa di capire quanto è seria la cosa. E poi inizia un percorso di distacco a tempo indeterminato… per verificare se davvero quelle due persone vogliono vivere una relazione. E solo una volta terminata questa prova positivamente, la relazione può iniziare”. È contemplata l’ipotesi che le due persone che vogliono vivere una relazione siano dello stesso sesso? “No”.

Mario continua a raccontare le attività imprenditoriali e quelle ricreative, il lavoro del centro medico – “vedete che bel sorriso ho? Ecco, tutto ricostruito qui, che noi tossici i denti son la prima cosa che perdiamo…” – e le attività culturali – “io, ad esempio, ho scoperto di essere un cinefilo, qui dentro, e quindi tra le varie cose che faccio c’è occuparmi del cineforum settimanale…”. Il discorso è continuamente interrotto, quasi come un intercalare, da “io sono un tossico”, “io sono un drogato”: un continuo ritornare alla ragione dello stare lì, anche adesso che il suo percorso è finito, anche adesso che lui potrebbe andarsene in qualunque momento, anche adesso che lui ha un telefono e può uscire per andare a cena. Quando dirai che sei un “ex tossico”, quando dirai che hai smesso? “Mai. Semplicemente, mai. L’ho fatto per 25 anni, e so che per il resto della vita devo rimanere concentrato su di me, sui miei limiti, sulle mie fragilità che mi hanno portato a fare questa vita. Mi piacerebbe avcere una vita normale fuori, non dico dei figli, che sarebbe troppo, ma una compagna sì… ma non so neanche da che parte cominciare. Ovviamente, ho una paura fottuta”. Concentrazione. Concentrato. È il concetto che Mario ripete di più. Assieme a un altro: esperienza. “Non sono regole che ci impongono certe cose, è il tramandarsi di un’esperienza”. Come quella che gli è toccata appena arrivato. “Stavo lavorando, uno dei primi giorni, ed ero nervoso, infastidito, non a mio agio. I primi mesi, qua dentro, è normalissimo stare male, per tante ragioni. Avevo bisogno di un bagno e ho chiesto a un ragazzo che lavorava con me dove fosse. Lui mi ha detto che mi avrebbe accompagnato. Io gli ho spiegato che mi facevo le pere da prima che lui nascesse, e che quindi non avevo bisogno di essere accompagnato in bagno, bastava dirmi dov’era. Lui mi rispose: tu fino ad adesso sei stato capace solo di arrivare fino a San Patrignano. Ora devi imparare tutto il resto. Io sono quello che ti insegnerà a pisciare”.

Abbiamo passeggiato nel villaggio, guidati dal nostro Virgilio. Abbiamo visto le vigne, gli stabilimenti, in lontanza le case dove vivono. Adesso è ora di cena e siamo tutti assiepati fuori dalla grande mensa. Entriamo, è enorme, più grande di un campo da calcio. Gli uomini mangiano con gli uomini, le donne con le donne, gli ospiti – come noi – tra di loro. da un lato della mensa ci sono donne con bambini, ospiti di San Patrignano assieme alle loro madri. Ci raccontano che ci sono anche diversi minorenni, affidati dai servizi sociali o dai giudici dei tribunali minorili. Quando ci sediamo, un po’ per fame, un po’ per abitudine, prendo un pezzo di pane e un bicchiere d’acqua. “Il vino in tavola lo mettevamo, fino a qualche anno fa, ma siccome i casi di alcolismo unito a tossicodipendenza sono sempre di più, abbiamo smesso”. Mentre mangio i miei compagni di tavolo, come me presenti lì per la Scuola di Politiche, mi dicono: “ma forse non si puà ancora mangiare, sai?”. La forza di San Patrignano è sicuramente anche qui, nella capacità di farti sentire subito parte di una comunità, sottoposto a un sistema di regole. In cui tutti controllano tutti, e quasi prevengono la “violazione”. Penso più o meno a questo, nei trenta secondi di silenzio che precedono la cena: “sono dedicati a ricordare e ringraziare il nostro fondatore, Vincenzo Muccioli”.

Finita la cena usciamo tutti. Per loro, per i ragazzi ospiti, è il momento della socialità. Si avviano a sciami verso le palestre, le panchine, i viali in penombra. Alla luce, in un angolo discreto, ma non troppo, dell’androne che dà accesso alla mensa, una coppia di giovani ospiti si accarezza, si bacia, sorride, sussurra parole all’orecchio. Loro hanno sicuramente “passato la prova”, come ci ha detto Mario, e possono amarsi. Parleranno, sicuramente, nella penombra di come sarà bello incominciare a vivere la loro vita e il loro amore, “fuori”. O forse no: decideranno che “la bolla” di San Patrignano resterà casa loro anche dopo, anche una volta “guariti”. Che poi, guariti: a San Patignano si impara che la guarigione non esiste, esiste la “concentrazione” come strada per una salvezza sempre fragile, infinitamente precaria. Il contrario di San Patrignano, che è tutto fuorchè precario: a quarant’anni dalla nascita, con la famiglia Muccioli non più al comando, la sensazione è che sulla collina continuerà a succedere qualcosa, a tenere viva una scintilla potente, controversa, forte. Capace di attraversare i tempi, di salvare vite e di dividere le opinioni. Mentre torniamo a Cesenatico, sull’autobus, discutiamo anche accesamente coi ragazzi della scuola. Chi è critico, anche radicalmente, chi entusiasta, nessuno indifferente. Come succede quando si incontra qualcosa di vero.

TAG: san patrignano
CAT: costumi sociali

Un commento

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  1. flavio.pasotti 1 mese fa
    Vincenzo non era baffi e accento romagnolo: era due occhi pazzeschi, profondi, che quando te li metteva addosso sembrava ti entrasse nel cervello. Era un carattere quello sì romagnolo, durissimo per poterti poi fare apprezzare il suo cuore. Era la fisicità di quando ti abbracciava. A Sanpa entravo poco, per rispetto. Con lui ho parlato. Quando si lasciò morire non riuscii più a tornare. Continuarono a vivere i vigliacchi
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