Fiocchi blu e stigma sociale ai tempi del Coronavirus

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31 marzo 2020

Se vedi un nastro blu non urlare

Questo il messaggio trasmesso nelle ultime ore da molti media e sui social network,per informare la cittadinanza della possibilità, per i bambini e i ragazzi affetti da autismo e un loro accompagnatore, di circolare liberamente per la città in questo periodo di quarantena. Una circolare ha infatti spiegato come i vincoli espressi dal decreto contro il Covid 19 non valgano, per quanto riguarda le passeggiate utili all’equilibrio psicofisico, per alcune categorie di persone affette da patologie sulle quali l’isolamento sociale e l’impossibilità di fare una minima attività esterna possono avere gravi ripercussioni in termini di aggravamento. Un diritto sacrosanto, in un momento in cui i sacrifici di tutti sono un sacrificio in più per qualcuno.

Eppure, oltre alla norma di legge, si è reso necessario qualcos’altro. Non il certificato medico, non l’attestazione di patologia, ma l’esposizione – e le parole in questo caso sono importanti – pubblica di un segno distintivo e questo per impedire alla civile popolazione italiana di inveire contro eventuali bambini e accompagnatori individuati all’esterno delle loro abitazioni.

Ma di cosa stiamo parlando? La domanda sorge spontanea non appena la mente rimanda a ben altri segni distintivi apposti sui vestiti di chi doveva essere “segnato”: per essere evitato, per essere ghettizzato, per essere considerato diverso. Poco importa che ora sia per garantire un diritto e per una “giusta causa”: siamo arrivati a costringere una famiglia ad esporre – che lo desideri o meno, che se la senta o meno – la disabilità per evitare conseguenze psicologiche per chi già convive con difficoltà relazionali e sociali. Qualcuno lo considera un aiuto, un supporto ulteriore per chi desidera uscire con la serenità necessaria di casa.

Il prossimo passo quale sarà? Una croce rossa sugli abiti di tutto il personale sanitario? Il disegno di un carrello per chi lavora nei supermercati? Un cassonetto per chi ci garantisce i servizi di raccolta dei rifiuti? Siamo davvero arrivati al punto di dover usare un marchio distintivo per evitare la cattiveria?

La risposta, probabilmente, è affermativa. Da settimane ormai, ogni giorno, leggiamo commenti e segnalazioni di improvvisati tutori dell’ordine pubblico, che non distinguono nemmeno un assembramento dal semplice pedone che si sta recando al lavoro. Forse per un problema lessicale. Ci siamo ridotti ad assistere a scene di foto ai carrelli della spesa, segnalazioni per un anziano fermo da troppo tempo sotto casa con il suo cane, persone che – in modo sospetto – escono ogni mattina di casa senza indossare la mascherina d’ordinanza. Quella che non si trova.

Così, dopo l’attacco a chiunque uscisse vestito in tenuta sportiva, ai ragazzini in bicicletta (e se fossero volontari?), ai lavoratori diretti in fabbrica, siamo arrivati a dover apporre un marchio sugli autistici. L’iniziativa nasce sicuramente a fin di bene, ma denuncia, in modo chiarissimo, il livello di nevrosi sociale al quale siamo arrivati e la cattiveria – vergognosa, perché la nevrosi è un fatto, il suo diventare aggressività è una scelta – che ne è derivata. Torneremo a uscire tutti, poco alla volta, forse ciascuno con il suo marchio distintivo addosso. Usciremo peggiorati da questa esperienza, se non avremo fatto tesoro del vero senso di comunità, quello che sa distinguere l’invito ad un giusto comportamento dando il buon esempio e segnalando, qualora ce ne fosse bisogno, una violazione a chi di dovere.

I segni distintivi per chi deve far rispettare la legge infatti già ci sono. Le forze dell’ordine li mostrano ogni giorno in servizio. Lasciamoli a loro e noi, che non abbiamo alcuna autorità in merito, teniamoci stretti il segno distintivo di una società umana: il rispetto per gli altri, per ottenere il quale non occorre nessuna certificazione.

TAG: autismo, coronavirus, Covid19, Disabilità, Nastro blu
CAT: costumi sociali, discriminazioni

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