Invasioni barbariche o turismo interno?

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18 Settembre 2020

Muchos hombres, como los niños, quieren una cosa, pero non sus consecuencias – Molti uomini, come i bambini, vogliono una cosa ma non le sue conseguenze. José Ortega y Gasset.

 

José Ortega y Gasset, nel lontano 1929, quasi un secolo fa, osservava attentamente la realtà intorno a sé e si accorgeva dell’avanzata implacabile dei nuovi barbari. Annotava meticolosamente tutto ciò che accadeva in Europa, soprattutto, allora centro assoluto del mondo intero, nonostante varie realtà cominciassero ad affacciarsi come protagoniste nella Storia contemporanea. La rebelión de las masas (La rivolta delle masse) fu il frutto di quelle osservazioni e sarebbe meglio rileggerlo o leggerlo per la prima volta, oggi, anche e soprattutto nelle scuole o in pubbliche letture per radio, per televisione, nei circoli. L’ideale sarebbe in famiglia. Se in un talk show ci si fermasse per una meditazione giornaliera su una pagina di questo libro, se Barbara D’Urso (chissà, forse si renderebbe conto della barbarie che porta nel suo nome, Nomen Omen), e tanti altri conduttori o conduttrici di futilità quotidiane, anche solo per cinque minuti di riflessione fermassero il vaniloquio che caratterizza la dissipazione di tempo e di spazio pubblico, ci sarebbe la speranza di un mondo migliore, anche solo leggermente.

E già, perché le riflessioni di Ortega y Gasset, sommo filosofo del Novecento, sembrano scritte poco fa. Non è cambiato niente forse dal 1929 a oggi? Caspita, moltissime cose sono cambiate, eccome. Ma sono cambiate proprio dopo quelle osservazioni, proprio in seguito allo sviluppo della società avvertito pericolosamente dal filosofo spagnolo cento anni fa. Diciamo che sono cambiate nella forma ma non tanto nella sostanza.

Oggi si parla, per esempio, delle nuove invasioni barbariche, di queste masse enormi (che poi enormi non sono) di profughi, di migranti economici, di richiedenti asilo che attraversano terre e mari per fuggire da condizioni assai difficili nelle terre d’origine, siano distruzioni totali causate da guerre programmate subdolamente da grandi potenze per impadronirsi delle fonti energetiche che in quei paesi sventurati si trovano (aiutiamoli a casa loro, no?), siano carestie causate da cambiamenti climatici in atto, siano persecuzioni dovute a regimi, religioni e culti obsoleti e dannosi, usati da un’élite per mantenere il potere e le relazioni con quelle potenze che poi si spartiscono le ricchezze territoriali con quelle oligarchie. Storia vecchia, sempre successo.

La maggior parte delle persone, imbeccata e nutrita da demagoghi di grido, nel vero senso della parola, immagina che i nuovi barbari siano proprio coloro, facilmente individuabili per la pelle più scura e per tratti somatici decisamente diversi. L’individuazione più semplice e basica del barbaro e del nemico.

Se si andasse a rileggere l’opera di Ortega y Gasset potrebbe sorprendere come la percezione di questa novella barbarie che si immagina proveniente dall’esterno sia, per lo più, assolutamente fittizia.

La barbarie proveniente dall’esterno è sempre stata usata, storicamente, per identificare il nemico. Lo facevano gli stati nazionali europei coi mussulmani, lo facevano i mussulmani coi cristiani, i cristiani cogli indios, e poi i tartari, gli indiani, i giapponesi e così via con chiunque fosse diverso da loro. Per non parlare dei popoli più antichi, come gli Assiri, gli Egizi, i Romani. E lo fanno oggi gli Statunitensi con tutto ciò che viene da fuori, costruendo muri invalicabili (tranne che dai virus). Faceva parte della presunta difesa dell’identità, carattere rassicurante per chi aveva bisogno di avercela sempre davanti per non dimenticare chi era e da dove veniva. E che serviva spesso a chi deteneva il potere per convincere i sudditi chi era il buono e chi era il cattivo.

I veri barbari moderni sono un’altra cosa, ben più pericolosa. Film assai arguti di un regista canadese, Denys Arcand, quindi cittadino di un paese giovane, formatosi dall’accumulazione di etnie e culture diverse, in una cultura francofona mista a un’altra anglofona, entrambe d’origine aliena rispetto al luogo dove si svolgono i fatti, hanno espresso l’avanzata di questa nuova barbarie che coinvolge indistintamente tutti: Il declino dell’impero americano (1986) e il successivo e più allarmante (dopo ben diciassette anni, nel 2003) Le invasioni barbariche.

I barbari moderni provengono dall’interno. I barbari moderni sono figli delle nostre società “evolute”, raffinate, che si spacciano sempre e comunque per migliori, o che amano dirselo per evitare di vedersi allo specchio, come certe dame e certi cavalieri che vanno dal chirurgo estetico tre o quattro volte all’anno perché non accettano il tempo e le sue trasformazioni.

I barbari moderni sono, ad esempio, i fratelli Bianchi che massacrano il povero ragazzo la cui famiglia è originaria di Capo Verde, quindi colla pelle nera, e tutto il cocuzzaro che nutre la loro sottocultura fatta di palestre di periferia e di arti marziali, di esibizioni di muscoli e di stupidità, di “valori” che valori non sono affatto ma prodotti del consumismo.

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I barbari moderni sono i politici demagoghi, di qualsiasi parte, che consumano tempo e spazio come i suddetti conduttori televisivi, spargendo odio e zizzania sui social, brandendo rosari, urlando slogan falsamente identitari come dio patria e famiglia (quale dio, quale patria e soprattutto quale famiglia, quella che produce i fratelli Bianchi?), o quelli che usano i cambiamenti climatici senza sapere assolutamente nulla di come funziona il clima e qualsiasi sistema complesso che riguardi questo pianeta e l’universo in generale.

I nuovi barbari sono i protagonisti del romanzo metaforico La cena (2009), dell’olandese Herman Koch, dove l’orrore viene compiuto dai rampolli superficiali e osceni della società borghese e ricca d’Olanda, paese protestante ipocrita come tanti altri che ha fondato la sua fortuna sul colonialismo e diventando un paradiso fiscale.

I barbari moderni sono coloro che non riescono a capire che l’uso di alcune semplici precauzioni possono solo portare dei benefici in una reale situazione pandemica che ha dimostrato la sua criticità quest’anno in tutto il mondo e di cui negano l’esistenza, mettendo persino a repentaglio la vita delle proprie famiglie. Sono quelli che fanno i blitz nei supermercati strappando le mascherine chirurgiche alle persone o i vacanzieri ignoranti che, intervistati, urlano ghignando che di coviddi qui non ce n’è. Sono i bilionari che aprono le proprie discoteche dove il virus balla tra i danzatori e i suonatori e si installa comodamente, in nome del profitto (di chi è da chiederselo).

I barbari moderni sono coloro che, per le ragioni più disparate, siano esse legate a patologie mentali o a puro interesse economico e mafioso, appiccano gli incendi in Sicilia, mettendo in pericolo l’incolumità delle persone e distruggendo centinaia di ettari di boschi, frutto di sagge politiche di rimboschimento nella prima parte del Novecento, vanificandone i benefici e causando l’immediato degrado del territorio.

I nuovi barbari sono tutti quei giovani (e meno giovani) che confondono il paesaggio colla natura, in una concezione estremamente approssimativa della realtà, e che non riescono a cogliere la complessità dei sistemi ecologici e del loro funzionamento, così come non colgono la complessità di una società e del suo funzionamento in un mondo allargato. E sono anche i demagoghi che, da un lato e dall’altro, tirano la coperta per dimostrare che i cambiamenti climatici sono causati da questo e da quello, per trovare sempre un nemico facilmente identificabile, senza ricercare veramente, al contrario e al di là di ogni possibile attrazione demagogica e di un uso demagogico dei fenomeni, un linguaggio nuovo che possa identificare e spiegare proprio quei fenomeni che stanno alla base di ciò che comunemente viene definito “margine del caos”.

La giovane star svedese – fortunatamente quasi scomparsa dalla scena – è la vittima e leader al tempo stesso di questa lettura bignamistica della complessità, nuova barbara anche lei, incapace di leggere tra le righe qualsiasi cosa e pappagallo che ripete i testi scritti da altri autori occultati dal suo fantoccio, perfettamente uguale al suo antagonista più appariscente, l’impresentabile presidente degli Stati Uniti che la snobba colle sue letture anche più barbariche della realtà, ognuno dei due vivendo nella propria bolla di follia quotidiana. Dogmatici, ignoranti e razzisti entrambi, facce della stessa medaglia sebbene solo apparentemente antagoniste. Molto presente, codesta barbarie, nei paesi protestanti, a causa di una mentalità assai pregna di principi calvinisti, ciecamente teologici. Ma qui, per approfondire le analogie di questa barbarie pseudoambientalista colla teologia, occorrerebbero molte pagine in più. Al momento accontentatevi.

Tutti questi nuovi barbari non arrivano coi barconi. I nuovi “barbari verticali”, dice in sostanza Ortega y Gasset nel 1929, non sono stranieri, sono i nostri figli, sono persone primitive, prodotti della nostra società europea (e, osservando a un secolo di distanza, potremmo aggiungere dai suoi derivati moderni del consumismo che sarebbe scaturito in seguito contaminando tutto globalmente), uomini-massa senza cultura e consapevolezza, che vedono nel branco l’unica via di identificazione e quindi di esistenza. Branco che si distingue per la cieca accettazione di regole semplici e superficiali (vedi il popolo leghista, pluristellato e fratellitaliota, sardinista e così via). Perché, avverte Ortega, più la società avanza più diventa complessa e difficile da capire e interpretare e i problemi che impone sono sempre più intrecciati. E più si va avanti sempre meno persone sono all’altezza della risoluzione dei problemi. E questo lo abbiamo sotto gli occhi quotidianamente, non solamente in Italia, coll’evidente incompetenza quasi totale nelle istituzioni governative e in buona parte dei funzionari pubblici, ma anche all’estero, dove non si fanno certo mancare le gaffe e i pessimi governi. È più facile semplificare sempre tutto, si ha successo coll’elettorato.

Nel 1929 le osservazioni di Ortega, durante il primo dopoguerra, precedettero l’avvento del nazismo, pernicioso surrogato, poi dominante, delle dittature appena nate in Europa, regimi semplificatori attraverso cui, individuando la superiorità di un gruppo, fosse esso una razza ariana, un impero neo-romano, o altri imperi coloniali e colonialistici di varia entità e origine (oggi anche gli imperi economici asiatici e mediorientali, modellati sul capitalismo, si aggiungono a quelli occidentali), o pseudo dittature del proletariato, si fornirono delle scorciatoie alle masse per (non) spiegare la complessità. Esattamente come avviene al giorno d’oggi. Così, per esempio, il negro continua ad essere il cattivo e il diverso, che sia straniero, omosessuale, transessuale, abortista o ateo è sospetto e discriminato a prescindere, tornando indietro di decenni, quasi ignorando le battaglie per i diritti civili conquistati nel Novecento, ed è presentato nuovamente come mostro che incrina la solidità della società “tradizionale”. Sempre su una base profondamente teologica anche quando non lo sembra. Stiamo parlando di diritti civili, di pari opportunità, di discriminazioni becere da parte di una cultura dominante che vede nell’individuazione di un nemico la propria ragione di esistenza. Precisiamo, comunque, che non basta essere negro, profugo, ebreo, donna, gay, transessuale, abortista o ateo per diventare automaticamente un maître à penser o solo essere migliore; ci sono pure barbari totali tra costoro e non passa giorno che non si sentano dei deliri (irripetibili per l’imbarazzo che si prova ad ascoltarli) da parte di persone appartenenti a categorie protette. Ogni estremismo tende a essere assoluto e quindi si tende a santificare sempre e comunque, facendo leva sul senso di colpa collettivo, anche se vengono dette scempiaggini proprio da quelle persone. Mi vengono subito in mente i vaneggiamenti (Gli uomini mi spiegano le cose, il concetto di Manspreading, eccetera) di supercalifragilistichespifemministe come Rebecca Solnit che, non dimentichiamolo, usa sempre la lente distorta della realtà statunitense, come se quest’ultima fosse universale e probabilmente ignorando che esistono altre realtà con altre misure, che forse lei non ha incontrato perché frequenta le persone sbagliate. O quelli di Ségolène Royal che voleva proibire la Nutella per salvare il pianeta… E queste sarebbero pure progressiste. Da noi si esibiscono le pitonesse che rivendicano con orgoglio qualsiasi loro minchiata e ospitano nelle loro tane i pitoni bilionari in quarantena. Oltre a una lista ininterrotta di ministre dell’istruzione poco istruite che si sono occupate e si occupano di ciò che non conoscono. Mi permetto di annoverarle nella lista dei nuovi barbari.

Così, oggi, nelle piazze e nelle case della gente, trasportati dalla tv, ci sono capitane e capitani, nuovi barbari verticali che urlano che la colpa è dell’agnello (o delle capre, capre, capre!) che intorbida l’acqua al lupo, come nella favola di Esopo, poi ripresa da Fedro cinque secoli dopo, La Fontaine dopo altri sedici secoli e Trilussa, che la filtra attraverso la sua arguzia parodistica, ribaltandone i risultati, ancora tre secoli dopo. La tecnica è sempre la stessa. Magari varrebbe la pena di pensarci, a questa breve e antichissima favola, e rileggersi Trilussa prima di dare prossimamente il voto a qualcheduno.

 

L’agnello infurbito

Un Lupo che beveva in un ruscello
vidde, dall’antra parte de la riva,
l’immancabbile Agnello.
— Perché nun venghi qui? — je chiese er Lupo —
L’acqua, in quer punto, è torbida e cattiva
e un porco ce fa spesso er semicupo.
Da me, che nun ce bazzica er bestiame,
er ruscelletto è limpido e pulito… —
L’Agnello disse: — Accetterò l’invito
quanno avrò sete e tu nun avrai fame.

(da “Libro muto”, Mondadori 1935, solamente sei anni dopo il 1929…)

 

Le teste pensanti di Ortega, le pochissime teste pensanti, sperdute come la particella di sodio nell’acqua Lete, il corpo volgare dell’Europa non vuole tuttora mettersele sopra le spalle.

 

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CAT: costumi sociali, Media

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