Questioni di stile

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18 giugno 2019

Nella prassi del dominio, che consiste sostanzialmente nel dominio come prassi, il “modus” progressista gioca un ruolo primario. Al punto da poter venire considerato oramai come il nuovo “stile” del domino, la sua lingua franca. Il paventato “flusso populista” che fa innalzare la marea dei lamenti dell’intellettuale progressista rifluirà perché, di fatto, non risponde adeguatamente alle esigenze del mercato; non in modo paragonabile, almeno, a quello di una gestione tecnica più attenta, competente e di stampo “progressista” (il rimpianto del governo Monti “che ci ha salvati” è già il tormentone dell’estate). Grazie a questo nuovo linguaggio, o stile, del dominio ciò che viene tolto alla radice non è la “liceità” della uguaglianza reale, cioè economica, tra gli esseri umani, bensì, più infidamente, la sua pensabilità e di conseguenza la praticabilità di qualsiasi forma di rivolta diretta al suo conseguimento. Ciò che rimane è solo una protesta priva di ribellione contro un sistema la cui struttura viene oramai considerata “naturale” e non più concepita storicamente. Una protesta da schiavi che non eccede di un centimetro il raggio d’azione consentitogli dal guinzaglio. Animalisti, attivisti per i diritti dei gay, femministi, ambientalisti ecc. si muovono tutti (nonostante le loro ottime ed encomiabili intenzioni) come bestie da salotto di un sistema che, continuamente, li genera, li alleva e ne sostenta la divertente pantomima mediatica. Il cosiddetto giornalismo progressista (oramai largamente maggioritario, nonostante le preoccupatissime lagnanze quotidiane circa la “barbarie” dilagante) alimenta questa variegata e coloratissima fauna da appartamento che a sua volta, e nello stesso tempo, alimenta il suo mito. Un curriculum giornalistico di livello adeguato prevede l’accettazione e la difesa della diversità, del pluralismo e dei diritti civili. E’ verissimo che esistono ripugnanti eccezioni (circoscritte ad un paio di testate ampiamente finanziate dallo Stato, perché anch’esse fanno “gioco” nel caleidoscopio mediatico e forniscono un quotidiano esaltatore di sapidità nei talk show) ma il loro rimane solo un controcanto scandalistico e cafone che, periodicamente, mette in moto rigeneranti reazioni resistenziali. Naturalmente tutto questo viene meno quando, piuttosto che di uguaglianza civile, si parli di uguaglianza economica. A quel punto ogni cane da salotto mediatico deve, a rischio di venire abbandonato per strada e diventare un randagio senza padrone (con le sgradevoli conseguenze personali che ne derivano), smettere le moine e mettersi a ringhiare. Pronti dunque a battersi eroicamente contro ogni ineguaglianza, essi fanno una eccezione per l’ineguaglianza economica che, quasi sempre, li vede privilegiati. Perché, spiegano, “essere ricchi non è una colpa”. Evitando però di aggiungere il corollario inevitabile di questo teorema così tollerante e meravigliosamente progressista: che invece, essere poveri, lo è.

TAG: Cultura, Distribuzione della ricchezza, giornalismo, Natalia Aspesi, progressismo
CAT: costumi sociali, Media

Un commento

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  1. evoque 4 mesi fa
    Alla Aspesi non darei il Nobel, visto che ormai lo danno un po' a tutti: ho letto che un von qualcosa ha proposto Salvini per il Nobel per la pace, con la motivazione che ha salvato vite umane...La signora Aspesi è una persona intelligente che scrive con arguzia, e anche quando serve con perfidia, a me basta potere continuare a leggerla ancora per molti anni.
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