Temptation Island, la profezia avverata di Pasolini

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29 Luglio 2016

Chiude la terza edizione di Temptation Island, l’ultima frontiera del docu-reality. Un genere che conta in Italia milioni di aficionados, con un’audience parametrata alla catasta di munnezza videotrasmessa: più è alta, maggiori sono gli indici d’ascolto. E Temptation Island sta a pieno titolo sulla sommità con i sui 3,4 milioni di telespettatori. Per chi non lo sapesse, il format prevede che sei coppie si espongano su un’isola alle lusinghe di avvenenti tentatori e tentatrici così da verificare la tenuta del loro rapporto. C’è chi ne esce bene, perché “l’amore vince sempre” (la prima edizione del 2005 infatti si chiamava Vero amore), e chi, invece, soccombe. Alcuni dei protagonisti provengono da Uomini e donne, talk show che, a differenza di Temptation Island, ha lo scopo di crearla la coppia, non di sfasciarla. In tal senso le due trasmissioni, che hanno in comune l’impronta di Maria De Filippi (ideatrice e conduttrice del talk, produttrice del reality), si iscrive in una circolarità dei sentimenti perfetta. Nel salotto di Uomini e donne l’amore si cerca e talvolta si trova, sull’oasi della tentazione viene forgiato o perduto. Oppure, al contrario, prima lo si smarrisce e poi lo si ritrova. E così via.

Fatta la tara alla veridicità della messinscena, che magari si avvale di interpreti prezzolati e non di persone comuni, ci vuole del fegato. Sia per partecipare a un contest in cui costringono i diretti interessati a guardare video nei quali la propria metà demolisce pezzo pezzo una relazione che si presumeva ferrea; sia per restare seduti sul divano davanti allo schermo mentre tutto questo viene offerto, condito da musiche ruffiane e moviola nei momenti topici. Soprattutto in quest’ultimo caso ci si chiede perché possa piacere così tanto al pubblico la cornificazione seriale di Temptation Island. Perché, in definitiva, la tv al peggio, alla fine, ha invaso i palinsesti?

Solo un profeta moderno potrebbe provare a dare una risposta, un profeta come Pier Paolo Pasolini che sul Corriere della Sera del 9 dicembre 1973, a proposito della televisione, scriveva che «non è soltanto un luogo attraverso cui passano i messaggi, ma è un centro elaboratore di messaggi. È il luogo dove si concreta una mentalità che altrimenti non si saprebbe dove collocare. È attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere. Non c’è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Il giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogans mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l’aratro rispetto a un trattore. Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano: il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto, la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata, bruttata per sempre».

Un fotogramma del film "Salò o le 120 giornate di Sodoma"

Un fotogramma del film “Salò o le 120 giornate di Sodoma”

Se queste parole sembrano dure, infiammate dal fuoco vivo di un’intransigenza moraleggiante, che dire del suo ultimo film? Che dire di Salò o le 120 giornate di Sodoma che neppure oggi, a distanza di quarant’anni e dopo chilometri di pellicole splatter, ha perso la sua violenza disturbante? Nel suo lungometraggio Pasolini incardina l’opera del marchese De Sade in tre gironi di chiara ispirazione dantesca: il girone delle manie, della merda e del sangue. Il secondo probabilmente è quello le cui scene, a base di coprofagia e assimilati, risultano più insopportabili. Nella concezione pasoliniana il consumismo totalitario, incarnato nel film da quattro “signori” in rappresentanza dei poteri della Repubblica sociale italiana, obbliga fra l’altro le persone a cibarsi delle proprie deiezioni. Che, metaforicamente, potrebbero richiamare quella poltiglia di pseudo-sentimenti, frasi fatte, emozioni ondivaghe di cui si nutrono reality di successo come Temptation Island. Ma neppure nella più spericolata delle sue visioni apocalittiche l’autore di Ragazzi di vita avrebbe potuto immaginare la soddisfazione di chi oggi trova gradevole cotanto pasto.

@citizingreco

TAG: Pier Paolo Pasolini, reality, televisione, Temptation Island
CAT: costumi sociali, Media

2 Commenti

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  1. massimiliano-zanoni 4 anni fa

    Capita che fli StatiG sfoggini bravi fiornalisti. Non faiba tempo a pensarlo che Greco te ne davsubito la conferma.
    BRAVO
    E in effetti teoppo spesso la realtà supera la fantasia, anche quella attroce e diabolica di Pasolini

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    1. carmelo-greco 4 anni fa

      Grazie, Massimiliano.

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