The day after

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13 Febbraio 2018

Sanremo ci ha dato un quadro realistico e impietoso dello stato della forma-canzone in Italia. D’altra parte non ci sarebbe ragione per cui, in uno sfacelo culturale complessivo che non ha uguali proprio quella avrebbe dovuto salvarsi. Ma, vorrei precisarlo, non ci sono recriminazioni possibili. La canzone che ha vinto, essendo di banalità e bruttezza ineguagliabili, ha vinto meritatamente. Dirò di più: non poteva non vincere. Così come non poteva non vincere quell’altra, della categoria “giovani”, che spiega a chiare lettere come si sia sempre “giovani” di una qualche vecchiaia e perché quella gioventù e questa vecchiaia si scelgano sempre a vicenda.

Il contorno di chiacchiere è stato, come sempre, adeguato alla portata principale. A testimoniare quel che Bernard Berenson annotava nel 1948, solo un paio anni prima che nascesse il Festival: “E’ raro che gli italiani ascoltino la musica, la considerano piuttosto come un in più che favorisce il parlare”.

Delle poche canzoni degne ascoltate in sala, ad alcune ha provveduto d’ufficio un Baglioni ormai persuaso che cantare equivalga a vendere bomboloni all’Olimpico quando gioca la Roma (e che, in conseguenza, per piazzare la merce sia necessario urlare più di quando segnava Totti). Altre non potevano non andare perdute “come lacrime nella pioggia”. Mi riferisco essenzialmente a James Taylor che ha cantato due canzoni e riconfezionato “La donna è mobile”. Da “old tailor” qual è l’ha ricucita, come Frankenstein, sul modello della “Oh Susannah!” con cui, si può dire, iniziò la carriera (stava in Sweet baby James, il suo secondo lp, 1970).

Purtroppo non ha valutato adeguatamente tre cose:

1) Le parole del povero Francesco Maria Piave non sono quelle di Stephen Foster.

2) L’italiano è una lingua la cui cinghia di trasmissione col passato è bloccata. Mettere in moto qualcosa che sia stato scritto più di cent’anni fa (ma a volte anche molto meno) è impossibile almeno quanto disarmare il conglomerato cementizio che ingessava Baglioni.

3) Le spaventose concrezioni tenorili che in duecento anni si sono incrostate sulla chiglia di questo bastimento (senza dimenticare Pavarotti).

Una manifattura armonica stranamente approssimativa (per un armonizzatore come Taylor…) e, per forza di cose, non ispirata come la precedente, non è riuscita né a pulire quelle concrezioni né a rendere il testo di Piave più digeribile.

Le altre due canzoni.

Fire and Rain e You’ve got a friend.

Una sola, eseguita comme il faut, avrebbe posto fine al festival per resa incondizionata dei partecipanti. Ma così Sanremo si sarebbe data la zappa sui piedi.

Perciò alla prima ci ha pensato un missaggio infame e alla seconda ci ha pensato Giorgia che, astutamente, invece di interpretare una ballata di Carole King ha pensato bene di rendere omaggio a Whitney Houston svisando, come sempre, una volta di troppo.

TAG: Cultura, giornalismo, Musica
CAT: costumi sociali, Musica

2 Commenti

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  1. dionysos41 3 anni fa

    “Da “old tailor” qual’è l’ha ricucita, come Frankenstein, sul modello della “Oh Susannah!” con cui, si può dire, iniziò la carriera (stava in Sweet baby James, il suo secondo lp, 1970)”.
    Spero che “qual’è” sia una svista per “qual è”.
    Ma svista a parte, l’articolo è condivisibile. Non ho visto Sanremo. Non lo vedo più da decenni. Ma non dubito che Ugo Rosa colga nel segno. D’altra parte, se la canzone va male, la letteratura non va meglio, e i musicisti di musica cosiddetta alta o colta devono emigrare per essere apprezzati. L’agonia del paese è lenta. Ma c’è.

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  2. ugo-rosa 3 anni fa

    Può darsi che ciò l’addolori (e, considerata la sua gentilezza, mi dispiace molto) ma no: “qual’è” non è una svista.
    La svista potrebbe esserci quando mi accade di scriverlo senza l’apostrofo (ma non sono così pedante, la cosa può succedere e, forse, è già successa)
    Faccio insomma come, prima di me, facevano Collodi, Tozzi o Landolfi.
    Non conosco le loro ragioni.
    Le mie sono semplici:
    1) Le parole tronche mi fanno pensare alle parrucche incipriate.
    2) Credo che il nostro rapporto con la scrittura vada semplificato il più possibile e mi sembra una forma di sadismo idiota pretendere che “qual’erano” vada scritto con l’apostrofo e “qual era” (come “qual è”) invece no.
    Ma in fin dei conti, sostanzialmente, me ne fotto.
    Solo, questo sì, ritengo la propensione, tipicamente italiana alla pedanteria ortografica (facebook, per dire, pullula dei ridicoli proclami dell’Accademia della Crusca postati da sottocretini che poi non sono in grado di articolare tre righe in lingua appena passabile) non un segno di salute linguistica ma esattamente il contrario: un sintomo dell’agonia incipiente.
    Se vuole consideri dunque l’apostrofo una forma di (modestissima) resistenza culturale.

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