Cinema
Checco, Harlan e Tina
Harlan Coben e Checco Zalone dominano rispettivamente Netflix e il box office italiano con un paradosso: producono contenuti essenzialmente vuoti che diventano fenomeni di massa.
Harlan Coben e Checco Zalone sembrano vivere in universi narrativi opposti: uno costruisce thriller suburbani per Netflix, l’altro fa commedie all’italiana che sbancano i botteghini nazionali. Eppure, guardando (di straforo 😉) “Buen Camino”, l’ultimo film di Zalone, emerge un parallelismo illuminante: entrambi hanno trasformato la prevedibilità in un superpotere commerciale. O meglio: hanno trasformato il vuoto assoluto in un fenomeno di massa.
Come Coben con i suoi thriller meccanici, Zalone ha costruito negli anni una formula riconoscibilissima: il personaggio pugliese ignorante ma astuto, la satira sociale che punge senza mai affondare troppo il coltello, i tormentoni destinati a diventare virali, il finale vagamente moralista che assolve tutti. In “Buen Camino”, Zalone porta il suo alter ego sul Cammino di Santiago – un’ambientazione che promette riflessione spirituale ma che, prevedibilmente, diventa teatro per gag sulla fede, il turismo religioso e probabilmente qualche frecciata all’ipocrisia cattolica. È Checco Zalone che fa Checco Zalone, esattamente come “Run Away” o “Missing You” sono Harlan Coben che fa Harlan Coben.
La macchina Coben non si ferma mai: è una factory dello streaming che sforna thriller con la regolarità di una catena di montaggio. Una figlia scomparsa, un fidanzato ricomparso su un’app di dating dopo undici anni, segreti familiari che emergono. Cambia l’innesco, ma il meccanismo narrativo rimane lo stesso, perfettamente oliato.
Ma ecco il vero paradosso: provate a ricordare una singola battuta di “Buen Camino” o di “Tolo Tolo”. Un personaggio secondario memorabile. Una scena che vi sia rimasta impressa per più di ventiquattr’ore. È quasi impossibile. Lo stesso vale per le serie di Coben: dopo aver divorato otto episodi di “Missing You” o “Run Away”, cosa rimane? Il nome del protagonista? Il colpo di scena finale?
Gli ultimi film di Zalone – e in particolare “Buen Camino” e “Tolo Tolo” – sono invece costruiti su un vuoto pneumatico. Non c’è nulla da trattenere, nulla da citare il giorno dopo. È intrattenimento aeriforme, che esiste solo nel momento della visione e si dissolve immediatamente dopo. Le presunte gag sul Cammino di Santiago scivolano via senza lasciare traccia, i personaggi sono sagome bidimensionali funzionali alla trama, la satira è così generica e ondivaga che non colpisce mai un bersaglio preciso.
Lo stesso vale per Coben. I suoi thriller non hanno dialoghi memorabili, non creano personaggi iconici, non lasciano immagini che rimangono nella memoria visiva dello spettatore. Sono narrazione pura, meccanismo di suspense perfettamente funzionante ma completamente privo di sostanza. È come mangiare aria aromatizzata: per un momento senti il sapore, poi non c’è più nulla da masticare, nulla da digerire.
Ma c’è qualcosa di più profondo nel dominio di Coben su Netflix e di Zalone al botteghino italiano. È la stessa logica TINA – “There Is No Alternative” – che Margaret Thatcher rese celebre in economia e che oggi si applica perfettamente al mercato dell’intrattenimento di massa. Dove sono le alternative a Coben nelle serate di gennaio su Netflix? Quali altre commedie italiane competono con Zalone durante le festività?
Il punto non è che queste alternative non esistano in assoluto. Esistono, certo: ci sono thriller più sofisticati, commedie più intelligenti, cinema d’autore più coraggioso. Ma non esistono come fenomeni di massa comparabili. Netflix ha bisogno di contenuti che funzionino globalmente, ripetibili, scalabili, traducibili in venti lingue senza perdere efficacia. Coben offre esattamente questo: un prodotto standardizzato che garantisce ascolti prevedibili. Il cinema italiano ha bisogno di blockbuster domestici che portino famiglie intere in sala durante le vacanze. Zalone è l’unico che può garantirlo con certezza matematica.
La condizione TINA non è solo assenza di scelta, ma normalizzazione dell’inevitabile. Lo spettatore medio non sceglie Coben perché lo ama, ma perché è lì, sempre disponibile, sempre nuovo eppure sempre uguale, nella home di Netflix tra una serie coreana incomprensibile e un documentario impegnativo. Non sceglie Zalone per convinzione artistica, ma perché “tanto gli altri film italiani non li conosce nessuno” e “almeno con Checco sai che ridi”. O meglio: sai che dovresti ridere, anche se poi non ti ricordi di cosa.
C’è però una differenza fondamentale tra Zalone e Coben, e non è secondaria. Zalone, almeno, rispetta il suo pubblico con il silenzio. Tra “Quo Vado?” (2016) e “Tolo Tolo” (2020) sono passati quattro anni. Tra “Tolo Tolo” e “Buen Camino” (2025) sono passati altri cinque anni. È un ritmo quasi artigianale, pre-industriale: il tempo di far dimenticare il film precedente, di far crescere l’attesa, di costruire l’evento. Quando arriva un nuovo Zalone, c’è almeno la nostalgia di qualcosa che mancava, anche se non si ricorda bene cosa.
Coben invece pratica il bombardamento a tappeto. È una sovrapproduzione compulsiva che non lascia nemmeno il tempo dell’oblio necessario. I colpi di scena di “Missing You” si sovrappongono a quelli di “Run Away”, che si confondono con quelli di “Fool Me Once”. È un flusso continuo di segreti familiari, sparizioni misteriose, passati oscuri che ritornano, tutto mescolato in un unico grande blob indistinto di suspense prefabbricata.
Il paradosso è che questa differenza di ritmo rende Zalone quasi rispettabile. Almeno lui sembra credere che ci voglia tempo per fare qualcosa che valga la pena vedere, anche se poi il risultato è vuoto. Coben invece ha industrializzato il vuoto stesso, lo produce in serie, lo distribuisce come se fosse acqua minerale: stesso sapore, confezione diversa, sempre disponibile.
C’è qualcosa di quasi umano nel fatto che Zalone si prenda cinque anni per confezionare il nulla di “Buen Camino”. Significa che almeno ci ha provato, che forse sperava davvero di fare qualcosa di memorabile. Coben invece sembra aver rinunciato a priori all’ambizione della memorabilità. Il suo contratto con Netflix è esplicitamente un accordo per produrre contenuto, non opere. Contenuto che riempie gli slot, che genera ore di visione, che mantiene gli abbonati attivi. Nulla di più, nulla di meno.
C’è un mistero collaterale in tutto questo: come fa la critica – quella seria, autorevole, teoricamente attrezzata – a trovare qualcosa da dire su questi prodotti? Leggere certe recensioni di “Buen Camino” è un esercizio surreale. Gianni Canova, critico rispettato e studioso di cinema, ha scritto su “Buen Camino” con un’articolazione analitica che lascia perplessi. Dove ha trovato i materiali per costruire un discorso critico su un film che è essenzialmente vuoto? Viene il sospetto – mezzo serio, mezzo provocatorio – che anche la critica cinematografica stia utilizzando l’intelligenza artificiale per generare recensioni su opere che non offrono appigli interpretativi reali.
Perché è questo il problema: su cosa ti aggrappi per scrivere di un film di Zalone o di una serie di Coben? Non c’è regia da analizzare (è funzionale e basta), non ci sono dialoghi da citare (sono piatti), non ci sono personaggi da studiare (sono archetipi svuotati), non c’è una visione autoriale da decostruire (non c’è visione, solo calcolo). Rimane solo la sociologia: analizzare non l’opera, ma il suo successo. Scrivere non di cosa dice il film, ma di cosa dice di noi il fatto che il film funzioni.
È critica culturale travestita da critica cinematografica. Ed è onesta, per carità: forse è l’unico approccio possibile di fronte al vuoto. Ma rivela quanto siamo lontani da un’epoca in cui anche la commedia commerciale, anche il thriller di genere, offrivano qualcosa su cui affondare i denti.
Il pubblico italiano che riempie i cinema per vedere Zalone è lo stesso che in Europa si abbuffa di serie tratte da Coben su Netflix: la classe media che cerca evasione controllata, emozioni calibrate, messaggi rassicuranti. Zalone critica il conformismo ma senza alienare gli spettatori conformisti; Coben mette in scena famiglie disfunzionali ma garantisce sempre che alla fine qualcuno sopravviva per ricucire i brandelli.
Nell’era dell’ansia permanente, della complessità sovrabbondante, della cultura alta sempre più elitaria e autoreferenziale, Coben e Zalone offrono quello che McDonald’s offre nel cibo: non sarà haute cuisine, ma sai che ovunque nel mondo troverai lo stesso sapore, la stessa esperienza, la stessa rassicurante mediocrità. Solo che McDonald’s almeno ha il Big Mac, un prodotto iconico che tutti riconoscono. Coben e Zalone non hanno nemmeno quello. Hanno il vuoto confezionato bene, il nulla servito caldo, l’oblio garantito entro ventiquattr’ore dalla visione. La differenza è che Zalone ti serve questo vuoto ogni cinque anni, con la solennità di chi presenta un piatto elaborato. Coben te lo butta addosso ogni due mesi, come un distributore automatico che non si ferma mai.
E in un’epoca dove tutto cambia troppo in fretta, dove le alternative sembrano svanire una dopo l’altra, anche il vuoto pare essere diventato un lusso che milioni di persone sono disposte a pagarsi. Con il biglietto del cinema ogni lustro o con l’abbonamento streaming che Netflix rinnoverà automaticamente anche quest’anno, proprio come rinnoverà il contratto con Coben per sfornare altri thriller identici e perfettamente dimenticabili. Perché, alla fine, there is no alternative. O almeno, nessuna che il mercato sia disposto a promuovere con la stessa energia. E forse, in fondo, è meglio così: se Zalone fa un film ogni cinque anni, almeno abbiamo tempo di dimenticare quello precedente prima che arrivi il prossimo. Con Coben nemmeno questo lusso ci è concesso.
Devi fare login per commentare
Accedi