Cinema
Il Cinema italiano e il tramonto del merito
Il Ministero della Cultura travolto dalle polemiche: dal caso Regeni al taglio dei fondi, ecco come la politica sta soffocando la produzione cinematografica indipendente.
L’attuale gestione del cinema italiano da parte del Ministero della Cultura sta scivolando verso una forma di dirigismo ideologico che non ha precedenti nella storia recente della Repubblica. Non si tratta di una semplice divergenza di opinioni sull’assegnazione dei fondi, ma di una paralisi strutturale che, unita a criteri di selezione a dir poco opachi, rischia di soffocare l’industria per favorire una ristretta cerchia di fedelissimi.
Il caso più eclatante, riportato da testate come Domani e Adnkronos, riguarda l’esclusione dai finanziamenti selettivi del documentario di Simone Manetti su Giulio Regeni. Che un’opera dedicata a una delle ferite aperte della nostra diplomazia, già insignita del Nastro della Legalità 2026, venga giudicata “non meritevole” dai tecnici ministeriali è un segnale politico inequivocabile.
La gravità del fatto è confermata dalle dimissioni di Paolo Mereghetti e Massimo Galimberti: quando intellettuali di tale caratura lasciano una commissione governativa per impossibilità di operare con onestà intellettuale, significa che il merito è stato sostituito dalla conformità politica.
Le responsabilità del ministro Alessandro Giuli sono dirette. Sotto il suo mandato, il Ministero ha trasformato la Direzione Generale Cinema in un fortino. Mentre progetti civili sul caso di Federico Aldrovandi o inchieste sul disagio sociale vengono respinti, le risorse pubbliche sembrano fluire senza troppi ostacoli verso una “rete” di autori e produttori organici alla destra. È il trionfo di quello che le opposizioni in Commissione Cultura definiscono un “amichettismo” sistemico, dove la vicinanza ai partiti di governo conta più della solidità del piano finanziario o del prestigio degli autori coinvolti.
Il paradosso emerge analizzando i dati sugli incassi, spesso citati dalle inchieste di La Repubblica. Il governo continua a rifinanziare pellicole che, una volta in sala, registrano poche decine di spettatori, alimentando un sistema di “film fantasma” che vivono solo di sussidi. Al contrario, produzioni con attori di rilievo internazionale come Elio Germano, che non ha risparmiato critiche durissime alla riforma, o registi del calibro di Marco Bellocchio, si trovano a dover navigare nell’incertezza normativa di un tax credit che cambia pelle ogni mese, penalizzando chi il cinema lo fa per davvero e lo esporta nel mondo.
Le colpe del governo Meloni nel suo complesso risiedono nella gestione punitiva del settore. Il taglio di 80 milioni di euro al Fondo Cinema non è stato un intervento di razionalizzazione, ma un’arma di pressione. La paralisi dei decreti attuativi ha bloccato i set di tutta Italia, mettendo in ginocchio le piccole e medie imprese indipendenti. Nel frattempo, si favoriscono le grandi major americane con sgravi fiscali agevolati, un controsenso per un esecutivo che fa della “sovranità culturale” il proprio vessillo.
In questo scenario, il finanziamento pubblico ha smesso di essere un volano per la cultura ed è diventato un premio fedeltà. Se il Ministero decide che raccontare la storia di un giovane ricercatore ucciso è un esercizio “non meritevole”, mentre si finanziano opere d’intrattenimento di quart’ordine solo perché i produttori hanno i riferimenti giusti nelle segreterie politiche, allora il danno non è solo economico, ma morale. La responsabilità di Giuli e del governo è aver trasformato la gestione della bellezza in una mediocre spartizione di potere.

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