Cinema

Da Parthenope e La Grazia: l’apparente volo pindarico di Sorrentino in nome della bellezza

Tra citazioni artistiche e letterarie, incredibile fotografia e colonne sonore che parlano a tutta l’Italia

9 Febbraio 2026

Era già tutto previsto. E la scelta della celebre canzone di Cocciante, come colonna sonora di Parthenope, lo aveva lasciato presagire. Era previsto, o quanto meno prevedibile, che dopo un meraviglioso ‘groviglio’ di metafore che sembrano sfidare la capacità interpretativa di un spettatore amante di trame lineari, Sorrentino tornasse con un’opera meno onirica, ma altrettanto simbolica. Ed era previsto anche che quest’ultima fosse tanto ammaliante quanto la prima. Non perché Sorrentino sia prevedibilmente banale, assolutamente. Anzi, al contrario, è la sua capacità di sorprendere sempre che rende certo il successo di ogni suo lavoro. Perché sfuggire alle etichette è per pochi, specialmente nel mondo dell’arte, ed ancor più nel mondo del Cinema dove un solo uomo nella storia è stato capace di far sì che si coniasse un aggettivo per i propri film. E, d’altra parte, che a Sorrentino piaccia ricordarci le atmosfere felliniane non è poi tanto un mistero. Ciò che, invece, rappresenta un mistero per noi, è la capacità che il regista partenopeo ha di far propri linguaggi tanto diversi fra loro nell’arco di così poco tempo.

Se, in Parthenope, Sorrentino identifica Napoli in un volto di donna, tanto bella quanto pericolosamente ambigua e, proprio per questa sua dicotomia, maledettamente affascinante, ne La Grazia sceglie una narrazione che sembra lasciar meno spazio all’interpretazione dello spettatore, ma solo nella trama. Più lineare, quest’ultima sì, ma immersa in una carrellata poetica di tableau vivant dal sapore caravaggesco che confermano il regista quale maestro indiscusso della fotografia cinematografica. Inquadrature che lasciano senza fiato in cui la luce fa da padrona regalando istanti di pura bellezza. È quest’ultima, infatti, il fil rouge che lega ogni tassello della produzione filmica di Sorrentino, capace di cogliere il bello in ogni contesto e strato della vita. A lui, che la vita ha dato e tolto tanto, donandogli l’opportunità di viverla e, allo stesso tempo, rubandogli quanto di più caro potesse avere un adolescente.

Forse risiede proprio nel suo passato, in un vissuto personale di amore e odio verso la sua terra natale, quella straordinaria capacità di cogliere la bellezza e di saperla rappresentare, sempre e comunque, con grazia, anche quando a far da colonna sonora ci sono “Le bimbe piangono”. È tutta qui, dunque, l’eleganza di Sorrentino, nella consapevolezza che compiendo un salto, per altri azzardato e pericoloso, da Cocciante a Guè, lui cadrebbe sempre in piedi. Quella consapevolezza Sorrentino non la nasconde, anzi la esibisce osando e provocando, ma sempre con grazia. La stessa con cui mescola, in un pastiche linguistico e musicale, stili, influenze e registri con la stessa maestria di un poliglotta. Può e sa farlo, divertendosi ad inserire e celare in ogni inquadratura, citazioni letterarie, musicali, artistiche, cinematografiche accostandole al quotidiano e ad una realtà che non è distante da noi.

Così, in Parthenope ci si imbatte in personaggi tratti dalla mitologia greca: lo stesso nome della protagonista è quello di una sirena, creatura ammaliatrice pere eccellenza, e qui il simbolismo s’infittisce.  Se questa citazione, appare a molti di immediata comprensione, quanti hanno intravisto un più implicito riferimento al grande Michelangelo in una geniale inquadratura de La Grazia? Toni Servillo, nei panni del Presidente, avvicina il suo indice all’immagine della lacrima fluttuante dell’astronauta in collegamento video e la mente dello spettatore più acuto vola subito alla volta della Cappella Sistina nei Musei Vaticani. Perché la mano di De Santis è quella di colui che può concedere una grazia, salvare una vita o consentire che questa venga interrotta. Ebbene, a questo punto, assimilare la sua mano a quella di Dio ne La Creazione di Adamo” non appare più così arduo. D’altra parte, alla mano di Dio, Sorrentino pare sia abbastanza legato, volendo citare un altro suo capolavoro.

E a quanti si sono chiesti se, come per Parthenope, anche il protagonista de La Grazia abbia un nome altisonante, la risposta questa volta non viene dal greco ma dal latino. De Santis, da sanctus, significa ‘figlio di un santo’ e, quindi sacro, venerato in quanto unico al mondo a poter concedere una grazia. Perché nulla è lasciato al caso da Sorrentino, anche quando sfiora l’incomprensibile ponendo lo spettatore davanti al mostruoso. Avrà forse voluto citare il mostro marino felliniano de La Dolce Vita in Parthenope? Non ci è dato saperlo, quel che è certo è che Sorrentino offre il ritratto di una bellezza che può essere devastante, sacra e pur sempre profana. Ma, questo, era già tutto previsto.

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