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Paese che vai , carnevale che trovi

8 Febbraio 2026

Le stucchevoli esecuzioni dell’inno nazionale italiano di Laura Pausini e di Nel blu dipinto di blu di Mariah Carey col gobbo traslitterato che a me fa mou-ree-reh dal ree-deh-reh, mettono in evidenza quanto le Olimpiadi siano il manifesto del conformismo che ammorba tutto. La povera Vittoria, sperduta, che non si trova, (dov’è ’sta Vittoria? ’ndo stai?) spinge addirittura al sacrificio supremo di essere pronti alla morte, si suppone per le medaglie d’oro. Morire per una medaglia, così è se vi pare.

Nel blu dipinto di blu è più innocua e augurale, volendo, ma farla cantare a Mariah Carey che non si è presa manco la briga di impararsela a meh-mou-riah, pagata per quanto lo sarà stata, e con una pronuncia decente, è proprio la cattedrale del trash.

Adesso, tra le tante canzoni che si sarebbero potute cantare in un’occasione come questa, in un mondo funestato dai conflitti, una canzone italiana che avrebbe commosso tutti sarebbe potuta essere Girotondo intorno al mondo, dell’immenso Sergio Endrigo, assai più adatta.

Di Fratelli d’Italia, poi, da quando il titolo dell’inno è stato anche usurpato dal noto partito postfascista (ma è veramente così tanto post?), a parte i versi bellicosi ormai fuori luogo, perché non ci può essere nessuna vittoria schiava di Roma, pure creata da Dio, non se ne può più, anche perché non c’è nessun cittadino italiano pronto a morire per una Patria che lo vessa dalla mattina alla sera con tasse e balzelli, dove per fare una radiografia deve aspettare anni, dove ha pure difficoltà ad andare dal medico di famiglia perché quello sciagurato di Giorgetti li voleva togliere, dove a scuola non s’impara più nulla perché i professori devono fare i cani da guardia agli allievi che non hanno più rispetto per niente e per nessuno, spesso assecondati da genitori indegni di fare i genitori, che li lasciano allo stato brado tra social e videogiochi, una Patria che non fa salvaguardia del territorio che crolla e che fa finta di accorgersene a crollo avvenuto, una Patria che vuole costruire ponti nuovi senza curare quelli che esistono già, una Patria che non è in grado di garantire il resto di niente per inettitudine dei suoi gestori. Perché mai i cittadini dovrebbero sentirsi in dovere di essere pronti alla morte, stretti a coorte? Ma lo sanno i giovani delle scuole d’oggi che cos’è una coorte? E chi era Scipio? Non sanno una minchia fritta, ma nemmeno la sciura Albertina lo sa o donna Rosa, la casalinga di Voghera. Nemmeno Gavino, il pastore sardo che pascola le sue pecore in Maremma.

Quindi per favore buttiamo via nel cesso un inno che non rappresenta più alcuna Patria e alcun cittadino italiano e adottiamone un altro, magari facciamolo scrivere a qualche compositore d’oggi, anche qualcuno premiato per delle colonne sonore cinematografiche, un inno che rispecchi un’Italia unita, diversa, che vuole la pace e non la guerra (se esiste). Basta co’ ’sti elmi di Scipio, giù nello sciacquone, ha fatto il suo tempo, non è un’opera d’arte, era una marcetta, pure squallida, che serviva per dare una motivazione ai vari popoli della penisola che non capivano cos’era quest’Italia. Ma dubito che il contadino strappato alla terra per combattere l’austriaco sapesse chi era Scipio, esattamente come la sciura Albertina.

E va bene che è Carnevale e quindi anche la cerimonia delle Olimpiadi invernali si adegua ma si potrebbe anche far basta con queste carnevalate.

In epoca carnevalesca, oltremare, dicono che vogliono pure costruire un arco trionfale a Washington D.C. , che io ormai chiamerei Washingtown, visto che si ripulisce di ogni barlume di democrazia e che si avvia a diventare la capitale di un nuovo fascismo a stelle e strisce. Ne hanno esportata troppa di democrazia, ’sti cretini.

Un arco trionfale, proprio così, come gli imperatori o i generali romani trionfatori dalle loro campagne belliche, o come Napoleone, che aveva assoggettato l’intera Europa, nel sogno di un continente unificato, due secoli prima che avvenisse.

Ma Trump forse lo vuol costruire perché è un palazzinaro dentro, uno ossessionato dal mattone, non solo per la ricostruzione a suo uso e consumo di Gaza City, con bordelli di lusso e casinò, e l’idea dell’arco trionfale, monumento alla sua megalomania patologica, si spinge anche alle dimensioni: dev’essere più grande di quello di Parigi!

Anche Mitterrand inaugurò il suo, la Grande Arche della Défense, assai più grande di quello dell’Étoile, ma è un’altra idea, un trionfo dell’architettura contemporanea, nell’Axe Historique coll’Arco di Trionfo dell’Étoile, Place de la Concorde, l’Arco di Trionfo del Carrousel e col Louvre e la sua Piramide sullo sfondo. Ma Mitterrand fece costruire pure la nuova Biblioteca Nazionale e l’Opéra Bastille e una Sala di musica popolare a Bagnolet, un Istituto del Mondo Arabo alla Halle aux Vins, un Centro Internazionale della Comunicazione, due Ministeri alla Défense, il nuovo Ministero delle Finanze al Ponte di Bercy, un parco urbano e un quartiere della Musica alla Villette, ultimò la realizzazione del Museo del XIX secolo alla Gare d’Orsay e il Museo della Scienza e della Tecnica alla Villette, e rese operativo il progetto del “Grand Louvre”. Un Roi Soleil dei nostri tempi, forse ormai non più dei nostri, popolati invece da creature squallide come Trump, Putin, Netanyahu, Meloni, Salvini, Farage, i reali sauditi, gli emiri arabi riuniti, Erdogan, Kim, e compagnia cantante. Un Carnevale di maschere dell’orrore.

Trump cosa volete che costruisca? Che cultura dimostra di avere se non quella dell’autocelebrazione e della distruzione del passato e del presente, come qualsiasi oligarca russo o arabo? Trovate ci sia qualche differenza coi dittatori asiatici, sudamericani o quelli europei della prima metà del Novecento?

Non è, purtroppo, nessuno scherzo di Carnevale ma la realtà, anche se si può parlare di maschere carnevalesche, a loro insaputa.

Speriamo che gli americani detronizzino il tiranno, mettendolo in condizioni di non nuocere ulteriormente al mondo, e mettano su una persona più degna di un paese che si è dato da sé il titolo di prima potenza mondiale.

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