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Tra Atene e Teheran: se la Guerra del Peloponneso parlasse dello Stretto di Hormuz
Dallo Stretto di Hormuz al V secolo a.C.: tra USA-Israele e Iran non è solo crisi, ma una “Guerra Mediterranea” per la talassocrazia. Tra sanzioni, trappole di potenza e il rischio di una nuova “spedizione in Sicilia”. Tucidide spiega il presente.
Non è solo una questione di date, ma di strutture profonde. Luciano Canfora, nella sua recente e illuminante Lezione di Storia sul Corriere della Sera, ci invita a cambiare vocabolario: quella che chiamiamo “Guerra del Peloponneso” andrebbe definita, più correttamente, Guerra Mediterranea. Fu un conflitto totale che coinvolse ciò che allora era considerato “l’intera umanità”. Oggi, guardando alle tensioni nello Stretto di Hormuz e al braccio di ferro tra l’asse USA-Israele e l’Iran, la sensazione di déjà-vu è vertiginosa. Siamo dentro una nuova “trappola di Tucidide”? Forse. Ma per capirlo dobbiamo guardare oltre la superficie delle cronache, analizzando i pilastri che reggono entrambi i conflitti: il dominio del mare e l’errore fatale della sovrestensione.
La trappola della crescita “insopportabile”
Il motore della guerra antica non fu un singolo incidente, ma una condizione strutturale: la crescita di Atene era diventata “insopportabile” per Sparta. Se sostituiamo la flotta ateniese con l’influenza regionale iraniana (la cosiddetta Mezzaluna Sciita) e il conservatorismo spartano con la necessità di potenze come gli USA e Israele di mantenere l’ordine stabilito, il quadro si chiarisce. Quando una potenza emergente minaccia di riscrivere le regole dello spazio vitale, la guerra non ha bisogno di motivi, ma di pretesti. Canfora ci ricorda che Atene e Sparta si scambiarono ultimatum su ultimatum, “scaramucce” nate per precipitare eventi già scritti nelle dinamiche di potenza. Lo Stretto di Hormuz oggi è esattamente questo: il teatro della scaramuccia perfetta. Un drone abbattuto o una petroliera sequestrata sono i “decreti di Megara” del XXI secolo.
Talassocrazia: dalla Trireme alla Portaerei
Il cuore del potere ateniese era la Talassocrazia, il dominio assoluto dei mari. Per Atene, il mare non era solo una via di trasporto, ma una mura difensiva e un polmone economico. Se perdevi il mare, perdevi la città. Oggi, questa dottrina si è evoluta ma non è cambiata. Il controllo dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% del consumo mondiale di petrolio, è l’equivalente moderno dell’egemonia ateniese sull’Egeo.
Atene usava le triremi per imporre tributi e proteggere le rotte del grano. Gli Stati Uniti usano i gruppi d’attacco delle portaerei e la Quinta Flotta per garantire la “libertà di navigazione”, che è il nome moderno del controllo imperiale sulle rotte energetiche. L’Iran, pur non avendo una flotta convenzionale paragonabile, pratica una “contro-talassocrazia” asimmetrica: mine, barchini veloci e missili balistici. È la risposta di chi sa di non poter vincere una battaglia campale navale, ma può rendere “insopportabile” il costo del dominio altrui.
L’illusione della forza: la “Spedizione in Sicilia” moderna
Il punto di svolta della Guerra Mediterranea fu la Spedizione in Sicilia: un’impresa colossale dettata dall’arroganza di un gruppo dirigente (guidato da Alcibiade) che credeva di poter piegare una potenza lontana con la sola forza d’urto, ignorando la complessità del terreno. Finì in un disastro totale che segnò l’inizio della fine per Atene. In questa rilettura, la spedizione in Sicilia è lo specchio dei fallimenti d’intelligence e della sovraestensione militare che hanno caratterizzato la politica estera americana e israeliana negli ultimi vent’anni. L’idea di poter “esportare la democrazia” o cambiare regimi con invasioni lampo (come in Iraq) è l’equivalente moderno del sogno ateniese di conquistare Siracusa. Entrambe le potenze hanno scoperto, a caro prezzo, che la superiorità tecnologica e navale nulla può contro il logoramento di un conflitto asimmetrico in terra straniera.
Il tradimento dei gruppi dirigenti e il “Terzo Incomodo”
C’è però un elemento di speranza tradita che Canfora sottolinea: la guerra non era inevitabile. A metà del conflitto ci fu una “pace interessante”, la Pace di Nicia, simile al JCPOA (l’accordo sul nucleare iraniano) del 2015. Un accordo basato sullo status quo: coabitare per non distruggersi.
Perché quella pace fallì allora e perché è fallita oggi? Per il cambio dei gruppi dirigenti. Come i falchi ad Atene spinsero per la rottura, così i calcoli politici di Netanyahu e l’amministrazione Trump hanno polverizzato anni di diplomazia atomica, convinti che la “massima pressione” (le sanzioni, versione moderna del blocco di Megara) avrebbe portato alla resa totale dell’Iran.
La lezione finale di Canfora è la più amara. Atene perse quando la Persia – la vera grande potenza esterna – decise di finanziare la flotta di Sparta. Oggi, mentre l’Occidente si logora in questo scontro frontale, potenze come la Cina o la Russia osservano, pronte a fornire l’appoggio necessario a chi può scardinare l’egemonia “onnipotente”. Se non vogliamo che la storia si ripeta come tragedia, dovremmo iniziare a leggere i bollettini del Golfo con un volume di Tucidide in mano.

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