Filosofia
Perché conviene parlare un po’ meno di intelligenza artificiale
Occorre giungere alle sfide della rivoluzione storica globale imposta dall’intelligenza artificiale con un bagaglio di consapevolezza quale può essere offerto soltanto dalla filosofia. Dedicarsi a coltivarla è ora la nostra priorità, ancor più che dibattere della IA in sé.
Il tema dell’intelligenza artificiale è ormai onnipervasivo nei convegni, nelle giornate di studio, nei programmi televisivi; un po’ in ogni contesto, potremmo dire, dai più visibili a quelli più discreti, dai più ufficiali a quelli più improvvisati. Le società scientifiche di settore, le organizzazioni culturali, filantropiche o religiose, le istituzioni accademiche e di ricerca da alcuni anni si sono focalizzate in modo insistente, talora quasi ossessivo, su questo argomento. Occorre riconoscere che ciò non accade soltanto per una moda, perché siamo al cospetto di una rivoluzione che investe pressoché ogni ambito della vita collettiva umana: la comunicazione, l’attività culturale, la produzione manifatturiera e industriale, le attività economiche e scientifiche, l’organizzazione del sapere e le modalità di ampliarne a dismisura le frontiere. Non si è mai visto nulla di simile nella storia umana e in ogni singolo settore le innovazioni già garantite o per ora soltanto presagite non sono paragonabili a nulla visto in passato: nel campo della comunicazione superano di gran lunga l’invenzione della stampa e persino quella della scrittura; nel campo della produzione sembrano preconizzare progressi che polverizzano quelli della prima e seconda rivoluzione industriale, come sostenuto peraltro anche da Elon Musk in una recente intervista divenuta immediatamente celebre; nel campo scientifico il trattamento di dati innumerevoli con modalità prima inimmaginabili, nonché le nuove prospettive nella programmazione e nell’organizzazione della ricerca, in ogni sua fase, sembrano aprire scenari per ora del tutto imprevedibili; ci si domanda anche quanto l’intelligenza artificiale potrà emulare quel fenomeno che chiamiamo coscienza, nei suoi aspetti fondamentali, o persino in tutti, dando seguito ai cenni di insospettabile autonomia decisionale e operativa che la nuova tecnologia pare già rivelare. Ci si chiede anche quanto, al di là delle perentorie affermazioni dogmatiche sulla specificità, irriducibilità e irriproducibilità del complesso del pensiero e del sentire umano, l’intelligenza artificiale potrà, o non potrà, metterci al cospetto dello sconcertante fatto che tutta l’eccellenza e la preminenza che da sempre attribuiamo al raziocinio e alla profondità emozionale della nostra specie non si basino che su una quantità tutt’altro che inattingibile di semplici processi meccanici, con buona pace del mito, a noi tanto caro, del libero arbitrio umano. E iniziamo a chiederci anche quanto, posti di fronte a processi che sembrano emulare il pensiero o il sentire umano, essi potrebbero effettivamente corrispondere ad un contenuto esperienziale ed esistenziale simile al nostro, pur tralasciando il fatto che tale problema speculativo investe sempre anche il rapporto tra soggettività necessariamente incomunicanti, quantomeno parzialmente, come quelle dei diversi individui della nostra specie. Un antico problema filosofico trasposto in nuovi contesti.
Tutto questo merita sicuramente tutta l’attenzione che possiamo attribuire a questo tema, eppure… eppure proprio l’enormità del passo che la nostra civiltà si appresta a compiere ci impone di non giungervi impreparati.
Le novità sconvolgenti che affronteremo nei prossimi decenni sono tali che esigono di essere affrontate con quanta più consapevolezza, quanta più cognizione, quanta più saggezza, quanto più spirito ci è possibile. Pertanto l’invito risuona indubbiamente paradossale: proprio perché stiamo per fronteggiare qualcosa che sconvolgerà per sempre l’avvenire della nostra specie, se ce ne sarà uno, non possiamo che sforzarci quanto più possiamo di ampliare il bagaglio di discernimento e di sapienza con cui vi arriveremo. Conviene quindi, e so di esprimere un paradosso, prepararci a parlare un po’ meno dell’intelligenza artificiale in sé e delle sue prospettive produttive, ed elevare quanto più possibile la consapevolezza strutturata, organica e profonda che abbiamo del nostro essere nel mondo e del valore e della dignità della nostra esistenza. Si ripete sempre che un’arma è molto più pericolosa in mano ad un bambino o, in ogni caso, ad una persona impreparata; ecco, soltanto una coscienza filosofica solida, diffusa e condivisa potrà offrirci gli strumenti con cui affrontare un salto evolutivo quale mai ci saremmo finora attesi di dover sostenere.
Questa è dunque l’esortazione: parlare un po’ meno dell’intelligenza artificiale e un po’ più di quello che siamo e che vogliamo essere; parlare, insomma, un po’ più di filosofia, in ogni occasione e in ogni contesto. E so bene di aver disatteso, esprimendolo, il principio che intendevo affermare.

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