Letteratura

Intelligenti pauca | Gianni Marchetti

Il John nel John di Gianni Marchetti, poesia pensata per essere letta ad alta voce davanti a un pubblico, ci parla di quanto ogni cosa per esistere, per continuare a esistere, debba trasformarsi, attraversare una fine e rinascere in una forma nuova.

3 Agosto 2026

Il John nel John

Il John è sempre stato lo scarafaggio più nero secondo me

Aveva la voce asprigna del Gregor Samsa al risveglio

Dopo una notte di sogni inquieti

Il naso adunco da coleottero

L’anfetaminico dimenarsi

Per tentato autoinsetticidio protratto

E insomma non mi è mai piaciuto fino a quando

Fino a quando si è messo con quell’altro cattivo soggetto

Quell’altro esotico insetto

Quell’oscura parca scultrice di destini

Che funse da capro espiatorio

Per l’abolizione del quadruplice principio di ragion sufficiente

Sufficiente a restare insieme nonostante

Che finì per scacciare

Che ebbe il coraggio

Di schiacciare sotto il tacco

Il quadruplice morente scarafaggio

Perché aldilà delle immaginazioni John e Yoko

Erano cattivi e sornioni

E giusti come la natura

E spietati come un gatto in bilico sui coppi

Di un tetto

E come il loro amore maledetto

Erano doppi

Perciò per scrivere il mio pensiero sul John

Ho messo a girare sul piatto Double Fantasy

L’ultimo vero ellepì

Del John

Quello che mi è piaciuto più di tutti

Perché nel Paul Mc Cartney

Non ci stavo più dentro

Ma io poi cosa c’entro?

Ma voglio dire che quell’ellepì nero con i gemiti di Yoko Ono

In giapponese

Mi aveva stravolto davvero

Secondo me la copertina è di un erotico

Sconvolgente e niente

Il bianco e nero

E le parole beffarde e amare

Di Startin’ over

Proprio come ricominciare?

Come e da dove?

Dalla fine?

Di cosa?

E niente

Ma il cuoricino di diamante che Ono

Ostenta sul collo d’avorio

E la sua nuca cinta dalla mano calda del John

E i completi neri che già indossano

Vent’anni avanti

E lo spazio tra i reciproci menti

Che i due amanti

Concedono alla luce che filtra

Mentre si baciano coi denti

Gli orecchini sui lobi di Yoko

Sono l’inizio e la fine della canzone Woman

E la sua melodia è ovale

E quel cestino sul retro del loro amore pieno di spazzatura

E i due volti fieri marmorei e paralleli e incuranti del freddo

E sinceri nella loro perplessità

Che fosse troppo bello per essere vero

E purtroppo era vero ch’era troppo bello

E il vento sul retro di copertina non si vede ma c’era

E il temporale sul retro di copertina si vede

E sarebbe arrivato spietato

Era il tanto decantato millenovecentottanta

Che tutta notte canta e abbaia

E io avevo venticinque anni portati bene

E spesi malissimo a vendere maglie di lana

Con una laurea in filosofia

Io mi ricordo quegli istanti

Insomma io ho un difetto

Non rimuovo niente

Né il bello né il brutto

Né il vento né il freddo né i temporali

Che sarebbero arrivati

E le Yoko Ono che sarebbero arrivate

E la perplessità di quel ricominciare

E perciò me lo ricordo tutto quel gelido martedì

Che ero dal cliente

Santagostino a Milano a vendergli maglie di lana

Per l’ordine grosso invernale

E amarcord il titolone su La Notte

E amarcord che anche a me sembrava che fosse morto tutto

Insieme al John

E che fosse impossibile

Ricominciare

E invece ogni minuto qualcuno ricomincia

A baciarsi

Come sulla copertina del disco del John

Controvento davanti a un cestino della spazzatura

E chissà ogni volta cosa c’è dentro?

E chissà poi io cosa c’entro?

Però devo dire in tutta onestà

Che la mia canzone preferita dell’ellepì

Che ho voluto mettere su dopo tanto tempo

Non è durata lo spazio di questa poesia

In ricordo del John

E la puntina ha gracchiato come la voce di uno scarafaggio

E la canzone si è sentita male

Come mi son sentito male io quel martedì

Quando ho letto i titoloni della morte del John

Ma forse perchè non sono più abituato

E non ho fatto bene i collegamenti

Visto che il giradischi non lo uso più da quel giorno

Contenti?

Ma guardando la copertina di Double Fantasy

Ho capito che di sicuro nella vita c’è poco

Ma di sicuro c’è che ogni John ama una Yoko

E viceversa

E tutto nella vita ha un viceversa

Persino il cestino della spazzatura

E il ricominciare e anche il John ha un viceversa

E dico che è stato un po’ un pirla a lasciarsi sparare da un pirla

Ma anche lì forse ha visto bene

Perché se la vita non fosse così assurda non andrebbe mai persa

E non sarebbe diversa da ogni altra menata

E se non ci fossero i pirla non ci sarebbero i John

E viceversa

E dopo quel disco di più non sarebbe stato possibile

E per dirla tutta forse anche il John

Secondo me

Nel John non ci stava più dentro

Ma come ho già chiarito io non c’entro.

[8 dicembre 2005, 25 anni dopo]

***

Sono molti i temi che affollano questa poesia di Gianni Marchetti, poeta e narratore scomparso pochi giorni fa, che prende le mosse dalla morte, per mano di Mark David Chapman, di John Lennon, già leggenda del rock insieme ai Beatles e poi impegnato in una brillante carriera da solista e in un sodalizio artistico con la compagna Yoko Ono, in cui l’attivismo politico e le istanze del pacifismo avevano uno spazio rilevante: gli effetti ancora potenti del mito collettivo e dell’eredità ideale, o immaginifica, dei Beatles sulla generazione dei nipoti, se non proprio dei figli, dei loro primi fan, l’eco di un’Italia, quella dei primi anni ’80, in cui le sirene di un boom economico in arrivo sembravano indicare per i più un corso delle cose in cui l’edonismo e il pragmatismo avrebbero avuto meglio sui sogni e sugli ideali di un tempo, quegli degli anni ’60 e ’70, che John Lennon a modo suo, insieme ad altri, aveva provato ad interpretare e, ancora, l’osservazione ammirata di un amore, quello tra John e Yoko, e il tentativo, consapevolmente impossibile e inutile, di capire il senso della loro storia, di coglierne l’anima a partire da qualche traccia, dai dettagli di una fotografia. Ma forse, soprattutto, questa poesia di Marchetti, pensata e scritta per essere rappresentata, letta ad alta voce davanti a un pubblico, con un sobrio accompagnamento musicale, come amava fare l’autore, ci parla di quanto ogni cosa per esistere, per continuare a essere in qualche modo, debba ciclicamente trasformarsi, passare attraverso una fine e una metamorfosi, e rinascere in un’altra forma.

*

Gianni Marchetti (1955-2026), poesia pubblicata in Una donna così (Torino Poesia, 2008) e in La voce dei grandi edifici (Feltrinelli, Zoom poesia, 2015).

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