Letteratura
Bering Strait Horizon
Il bimbo di nove anni con cui aveva giocato a calcio, ormai doveva essere diventato un adulto. Cosa faceva? Viveva ancora nella gher bianca come era accaduto a suo padre, a suo nonno e a tutte le generazioni precedenti alla sua da molti secoli?
Le scorte di cibo, acqua e benzina erano esigue. Avevano appena finito di litigare con un’aggressività inusuale per due giovani ragazzi, provenienti dalla classe media, non ricca, ma istruita e benestante. Il sole stava tramontando e in poche ore la temperatura sarebbe calata di una decina di gradi; intorno a loro c’erano solo terra e pietre per chilometri. Nelle loro biografie non c’era traccia di traumi, abbandoni o marginalità sociale. Tuttavia, se non si erano picchiati non era stato per dei codici acquisiti e stratificati in anni di scuole pubbliche di élite, esperienze all’estero e volontariato. Era stato solo per stanchezza. Senza parlarsi né guardarsi in faccia si era preparati una pasta al tonno al naturale, senza olio. Avevano divorato cinquecento grammi di mezze penne rigate insipide, scotte e incollate tra loro. Il silenzio era rotto solo dall’impatto delle forchette sulle gavette che producevano rumori metallici a intervalli regolari. Si erano addormentati, chiusi nei loro sacchi a pelo, in una piccola tenda a igloo la cui superficie calpestabile era di 2,5 metri quadrati. Fuori erano parcheggiate due Honda XR650 L del 1993. I colori rosso e bianco delle carrozzerie erano coperti dalla polvere e dal fango incontrati nei tredicimila chilometri percorsi in novanta giorni di viaggio.
Mentre si trovavano in uno stato di sonno profondo, erano stati svegliati all’improvviso a causa di una serie di vibrazioni sempre più forti provenienti dal terreno; la torcia appesa a un gancio sul cielo interno della tenda era caduto sullo zigomo di uno dei due ragazzi. Dall’esterno, avevano cominciato a sentire dei rumori forti e sordi simili a spari di fucile, parzialmente sovrastati dalle grida di un essere umano. A diciannove anni, a migliaia di chilometri da casa e in un ambiente poco conosciuto, la percezione delle emozioni può venire amplificata dal contesto. Sembrava una notte d’infanzia, quando appena svegli dopo un incubo, anche la propria cameretta appare un luogo ostile. Solo uno dei due, il Biondo, aveva trovato il coraggio di uscire dalla tenda per comprendere a che tipo di pericolo stessero andando incontro; appena gli occhi si abituarono all’oscurità inquadrò la scena. Un pastore locale stava riportando all’accampamento la mandria di bovini di famiglia. Le vibrazioni del terreno erano state causate dall’avanzare disordinato di una cinquantina di animali da 300 chili di stazza. Quelli che erano sembrati spari erano in realtà violenti colpi di frusta sferrati sul dorso degli esemplari più indisciplinati, talvolta richiamati all’ordine anche con la voce.
Il Biondo era rientrato nella tenda. Il sollievo provato da entrambi aveva creato le condizioni per la riapertura di un dialogo ed erano tornati sulla discussione avvenuta poche ore prima. Il Moro aveva un progetto folle: dal deserto del Gobi dove si trovavano in quel momento, l’idea era di deviare verso nord e puntare allo stretto di Bering. Non sapeva neanche quanti chilometri avrebbero dovuto percorrere, forse ottomila, forse novemila; non aveva importanza, non ce l’avrebbero fatta comunque a raggiungere lo stretto prima dell’inizio della stagione fredda. A questa proposta, l’amico aveva reagito con rabbia. Erano a soli trecento chilometri dalla meta, Ulan Bator, e si sentiva stanco: di stare in sella alla moto sei ore al giorno, di mangiare solo carboidrati e di avere un’unica persona con cui parlare.
Il progetto di raggiungere il punto dove Asia e Nord-America quasi si sfiorano non si realizzò mai. Una settimana dopo, erano su un volo per tornare a casa, in Italia. Le due moto erano rimaste in oriente; sarebbero servite a due famiglie di pastori mongoli a raggiungere il villaggio più vicino nei giorni di mercato. In quelle prime settimane di settembre nella loro comunità di coetanei furono trattati come delle rock-star. Erano quelli del viaggio. A quella notorietà effimera e passeggera avevano reagito diversamente. Il Moro provava imbarazzo, il Biondo stava al gioco. Ma entrambi, condividevano un forte senso di disagio. Avevano trascorso tre mesi a osservare branchi di cavalli selvaggi affiancarli in moto, a sorseggiare tazze di tè ospiti nelle gher – le tende bianche di forma circolare dei pastori mongoli -, a tuffarsi nei laghetti gelati dell’altipiano dell’Altai facendo a gara a chi resisteva più a lungo in acqua; il record di tre minuti e ventitré secondi era detenuto dal Moro. Tornare in una metropoli dove – ai loro occhi di ventenni – il consumo di suolo e la cementificazione sembravano uno dei pochi modi con cui alimentare l’idea di progresso occidentale, aveva suscitato in loro smarrimento e sconforto.
In quella città ci era cresciuto, ma ormai ci tornava solo di rado. Non aveva una casa sua e quindi dormiva a casa dei suoi genitori, soggiornando nella sua vecchia camera. Erano trascorsi diciassette anni. Dell’avventura transcontinentale assieme al Moro era rimasto poco: qualche scatto fotografico, un portachiavi con una copia delle chiavi della sua motocicletta Honda, un sasso del deserto. Ma era lì che – non ancora maggiorenni – in una sera autunnale umida e grigia, era venuta loro l’idea: partire. Per questo motivo, era soprattutto quando tornava in quella stanza mansardata – fredda d’inverno e torrida d’estate – che ripensava al passato. Apriva il lucernario e guardava in su. La piccola porzione di cielo di forma quadrata che incontrava il suo sguardo era grigia, bidimensionale e non sembrava offrire nessun tipo di risposta ai suoi dubbi. In poco più di quindici anni, il consumo di suolo nella città era aumentato di 300 ettari, un’area grande quando 400 campi da calcio.
Il Biondo continuava a pensare che la cementificazione fosse un problema; tuttavia, inseriva questo pensiero in un contesto più ampio. Più prendeva in considerazione nuove variabili, più le sue vecchie e apparentemente inattaccabili convinzioni vacillavano. Capitava che tornasse a pensare alla famiglia di pastori. Il bimbo di nove anni con cui aveva giocato a calcio, ormai doveva essere diventato un adulto. Cosa faceva? Viveva ancora nella gher bianca come era accaduto a suo padre, a suo nonno e a tutte le generazioni precedenti alla sua da molti secoli? Lui, invece, il Biondo quante possibilità aveva avuto di diventare qualcuno di diverso rispetto ai suoi genitori e ancora di più ai suoi nonni? Tante. Negli anni aveva potuto scegliere cosa e dove studiare senza preoccuparsi di questioni finanziarie e materiali. Aveva visto film, letto libri, incontrato persone di ogni tipo, visitato mostre, musei, ascoltato concerti. Gli si erano aperte numerose possibilità e di questo era grato. Ma a un certo punto, aveva capito che tutto ciò aveva avuto un costo. Le università, i musei, gli aeroporti, le stazioni, i cinema, le librerie, le autostrade e le ferrovie. Quelle infrastrutture nei secoli avevano modificato il territorio e sottratto spazio al resto della biosfera. Quelle stesse opere – pubbliche e private – negli ultimi trentacinque anni gli avevano, tuttavia, permesso di diventare un cittadino con una cultura sopra la media, e di usare quest’ultima come un vantaggio nella competizione con i suoi coetanei per l’ascesa sociale. Gli erano sorte diverse domande: la sua crescita intellettuale che impatto ambientale aveva avuto? La cultura delle società umane quanto era costata al pianeta? Si sarebbe potuto fare in un altro modo? La traiettoria del pensiero occidentale avrebbe potuto raggiungere le stesse eccellenze ma senza distruggere la flora e la fauna intorno?
Aveva bisogno di muoversi, di andare in un luogo. Era uscito dalla mansarda, era sceso in strada e aveva iniziato a camminare. Superati i bastioni, era entrato nel parco e poi, un po’ per caso, si era trovato davanti alla biglietteria. Non sapeva dove altro andare. Nel museo oltre a lui, c’erano altri tre visitatori, tutti oltre i settant’anni. In una delle prime sale, su una parete c’era una grande scritta bianca in stampatello.
HOMO SAPIENS. CONOSCI TE STESSO
Era una frase scritta da Linneo – il padre della moderna classificazione scientifica degli organismi viventi – nella decima edizione del Systema Naturae, una delle sue opere più importanti. Homo sapiens: nosce te ipsum. Gli sembrava appropriato che il monito fosse riferito a Homo sapiens e non genericamente agli uomini. Un invito a tutta la specie. Continuava a guardare quella scritta. Mentre cambiava sala, pensò che avrebbe effettuato una sola modifica: un punto interrogativo a fine frase. Si recò al piano superiore. Appeso al soffitto c’era lo scheletro di un capodoglio lungo quasi dodici metri. L’animale era giunto morente sul litorale di una famosa località marina nel giugno del 1988. Esalò l’ultimo respiro subito dopo lo spiaggiamento. Il museo di Storia naturale ottenne le autorizzazioni per trasportarlo nella sua sede, distante centinaia di chilometri da quella spiaggia, per studiarlo e conservare lo scheletro. 38 anni dopo era ancora lì. Il Biondo alzò la testa e rimase fisso a guardarlo. Gli sembrava che l’animale fosse in procinto di immergersi nei fondali marini. Invece, sarebbe rimasto in quella strana posizione per chissà quanto tempo, a centinaia di chilometri dal mare.
Era il tardo pomeriggio di un giorno feriale d’autunno. Da fuori si cominciavano a sentire i rumori del traffico cittadino. il Biondo non distoglieva lo sguardo dal capodoglio, sembrava incantato. La testa era grande quando un terzo di tutto il corpo. Non si ricordava più dove aveva letto la storia di una particolare specie di balena: the right whale, il nome inglese. Era la balena giusta. Lenta, piena di grasso che dopo essere stata colpita galleggia ed è quindi più facile da recuperare. Era la balena giusta da uccidere e Homo sapiens aveva chiamato così un’intera specie. Guardò un’ultima volta lo scheletro del capodoglio, scese le scale e uscì dal museo, silenzioso e deserto. Si sedette su una panchina di legno verde muschio al centro del parco, tra il bar di colore bianco e la pista degli autoscontri. Proprio in quel punto quando era bimbo, ogni domenica pomeriggio un anziano signore offriva uno spettacolo di marionette utilizzando un teatrino installato su un carretto su cui aveva anche montato una vecchia pianola. La melodia lagnosa prodotta da quello strumento e gli sguardi vuoti dei pupazzi gli provocavano ogni volta un senso di malessere e inquietudine a cui non era in grado di dare un nome. Le paure infantili avevano una matrice più ancestrale e misteriosa rispetto a quelle degli adulti. Mentre ripensava al signore delle marionette – probabilmente morto da anni – il freddo serale lo indusse a chiudersi il Barbour Ashby blu navy fino all’ultimo bottone. Inalò una lunga boccata d’aria inquinata e inodore, poi estrasse il telefono dalla tasca destra dei pantaloni. Digitò un messaggio breve, privo di domande e di saluti. “Compro un biglietto e vengo a trovarti”.
Il Moro era rilassato, in trentasette anni non lo era mai stato così tanto. L’autunno in Massachusetts era mite e i colori del foliage trasformavano i sobborghi di Boston in un enorme mosaico dominato da tutte le sfumature del rosso e del giallo. I suoi luoghi preferiti erano quelli dove i rami e le foglie di aceri, betulle, carpini, faggi, frassini, larici e molte altre specie di piante si riflettevano sui tanti specchi d’acqua che bagnavano la zona. Il lavoro lo obbligava a trascorrere ore seduto davanti a uno schermo in un edificio chiuso e gli impegni familiari gli lasciavano poco tempo per sé. Ma quando poteva, tornava ad ascoltare la sua parte più selvaggia, quella che si sentiva intrappolata nei luoghi urbani. Sotto questo aspetto vivere negli Stati Uniti era stato d’aiuto. C’erano ancora tanti spazi enormi dove potersi rifugiare.
Quel pomeriggio, però, non avevano troppo tempo disposizione. Non si vedevano da tre anni. Il Biondo era arrivato da poche ore ed entrambi sentivano il bisogno di stare soli. La moglie si sarebbe occupata dei due figli, di due e cinque anni, ma il Moro aveva promesso che sarebbero tornati per l’ora della messa a nanna. Camminarono seguendo il corso del Concord River, un fiume che per almeno un millennio era stato un elemento fondamentale per il sostentamento delle tribù indigene dei Nipmuc. Quel nome nella lingua indigena significava “il popolo dell’acqua dolce”. Nel XVII secolo, coi primi contatti con i padri pellegrini inglesi, subirono un drastico ridimensionamento numerico: non per armi e acciaio, ma per malattie. Gli europei portarono tutta una serie di agenti patogeni che nel vecchio continente giravano da millenni ed erano diventati innocui, ma che nelle Americhe erano stati letali per la maggior parte degli esseri umani indigeni. Quattro secoli, dopo, alcuni discendenti dei Nipmuc vivevano ancora in quelle zone; tuttavia, nessuno si ricordava più del popolo dell’acqua dolce, e tutti associavano il Concord River a uno dei luoghi dove nel 1775 aveva avuto inizio la Guerra d’Indipendenza delle tredici colonie ribelli contro la Corona inglese.
Il Moro aveva raccontato il passato di quel territorio con ritmo e facendo le pause al momento giusto. Sapeva che l’amico era appassionato di storia e voleva farlo sentire bene in ogni singolo minuto trascorso insieme. Le sue capacità oratorie avrebbero rapito l’attenzione di chiunque. Ma il Biondo, della storia del Concord River, non aveva ascoltato una parola. Il suo sguardo era concentrato su una foglia d’acero rossa che giaceva vicino al suo stivale Blackstone sinistro. Cercava il momento adatto per spiegare all’amico il reale motivo per cui aveva affrontato nove ore di volo per venire a trovarlo.
Il Moro si era trasferito in Stati Uniti, dieci anni prima. La notte precedente la sua partenza, i due ragazzi, l’avevano trascorsa insieme su una panchina, con dietro una fontana vuota e davanti il loro liceo, a pochi isolati dal museo di Storia naturale. Per entrambi il futuro si presentava incerto. Non sapevano in quale parte del mondo si sarebbero stabiliti, se si sarebbero sposati, se avrebbero avuto dei figli e che tipo di carriera avrebbero fatto. Sapevano quanto fosse sottile il confine tra realizzazione e fallimento. Mentre il cielo si rischiarava, la città si rimetteva in movimento. In pochi minuti davanti alla loro panchina erano passati, prima una ragazza che sotto il k-way indossava il pigiama e portava a spasso uno spinone italiano dal pelo bianco e fulvo e la coda tagliata, poi un runner con un paio di scarpe da corsa da 180 euro ma la cui ampiezza di falcata non superava i 50 cm. Mancavano quaranta minuti alla partenza del pullman che avrebbe portato il Moro in aeroporto. Le loro vite si stavano separando, ognuno andava alla ricerca del proprio posto nel mondo, qualunque cosa significasse quell’espressione che continuavano a sentirsi ripetere. Si fecero una promessa: “Quando entrambi avremo raggiunto un certo grado di stabilità, ci prenderemo del tempo per noi e finalmente raggiungeremo lo stretto di Bering in sella a due moto”. Si abbracciarono.
Quel momento era arrivato. I due uomini che passeggiavano lunghe le rive del Concord River avevano raggiunto nei rispettivi campi professionali più di quanto potessero sperare. Il Biondo era un giornalista. Era stato sul punto di abbandonare la professione. Poco prima di compiere 29 anni, aveva raggiunto il punto più basso della sua traiettoria. Veniva pagato 55 euro lordi per ogni video che riusciva a realizzare. Accettava qualsiasi tipo di proposta, anche quelle in cui si doveva dimenticare dell’esistenza di un codice deontologico. Poi, però, con uno spirito da “all in” era volato a Boon a sue spese per seguire la Cop XXIII, la conferenza promossa dall’Onu per il contrasto ai cambiamenti climatici. Era stata un’edizione molto più trascurata rispetto a quella di due anni prima, in cui si era arrivati allo storico Accordo sul clima di Parigi. Tuttavia, era riuscito a realizzare una serie di interviste e di reportage che aveva poi rivenduto a diversi media italiani. Non aveva guadagnato molto, ma il suo nome era cominciato a girare tra i desk di molte redazioni e lui aveva capito che poteva esserci un futuro in quella professione. In pochi anni era diventato uno dei giornalisti europei più esperti sul cambiamento climatico. Si era concentrato così tanto sul lavoro che aveva lasciato perdere tutto il resto, rapporti affettivi compresi.
Il Moro si era fatto strada nel mondo accademico. Aveva avuto un percorso meno accidentato. Si era laureato in fisica con una tesi sperimentale sulle proprietà ottiche ed elettroniche delle nanoparticelle. Aveva fatto quindi domanda per essere ammesso a un dottorato al MIT di Boston, una delle università più prestigiose del mondo. Sei anni dopo, aveva discusso la sua tesi di dottorato sulle proprietà ottiche ed elettroniche di nanostrutture a semiconduttore. Era un fisico brillante e negli anni successivi, i suoi articoli erano stati pubblicati su riviste scientifiche sempre più prestigiose e questo lo aveva portato anche a collaborare con l’organismo internazionale più autorevole sulla climatologia, quello che con i suoi report dettava la linea sulle politiche ambientali nazionali dei 195 paesi membri.
“Allora è arrivato il momento di andarci conquistare lo stretto di Bering?” chiese il Moro. Il Biondo distolse lo sguardo dalla foglia rossa di acero e guardo dritto negli occhi l’amico: “Non andremo da nessuna parte”. L’altro non aveva afferrato che il tono della conversazione stava cambiando. Non era un’ipotesi contemplabile. Erano due persone realizzate, la loro amicizia era un punto fermo delle rispettive esistenze e finalmente avrebbero di nuovo fatto un viaggio insieme attraversando tutta l’Eurasia.
L’amico giornalista non si mise a parlare di motociclette o itinerari, iniziò, invece, senza mai abbassare lo sguardo e senza fare pause a parlargli di lavoro: “Nell’ultimo anno, insieme ad alcuni colleghi europei, abbiamo lavorato a un’inchiesta sottotraccia. Ho fatto solo questo: ho smesso di dormire e di fare qualsiasi altra cosa. Abbiamo cercato di capire se tra gli scienziati che realizzano i report del più grande organismo internazionale di climatologia, che tu conosci bene, ci fossero dei conflitti di interessi. Ebbene, abbiamo scoperto che sono almeno venti i casi in cui gli autori dei report hanno rapporti con le industrie del fossile. Undici di questi lavorano per il Paese più potente dell’OPEC. Ero entusiasta, finalmente mi sembrava di star lavorando su qualcosa di veramente importante. Non potevo raccontarlo a nessuno ma avrei voluto dirlo a chi ha sempre creduto in me anche nei momenti più bui, cioè poche persone, tra cui te. Poi però a un certo punto, un mio collega tedesco ha scoperto che tra questi nomi c’era anche il tuo. Non volevo crederci, pensavo fosse un errore ma non era così, abbiamo fatto tutti i controlli del caso. Sappiamo che oltre a scrivere i tuoi report precisi e puntali con l’obbiettivo di contrastare i cambiamenti climatici, contemporaneamente lavori per la compagnia petrolifera nazionale di quel paese. È l’azienda che più di ogni altra nella storia ha contribuito a emettere anidride carbonica nell’atmosfera. Sono i più colpevoli della crisi climatica in corso. Per quanto mi riguarda il loro livello morale è pari a quello di un gruppo terroristico o di una banda di trafficanti di essere umani. Vuoi anche ricordarmi che fine ha fatto il giornalista che si opponeva a quel regime dittatoriale mentre si trovava all’ambasciata di Istanbul qualche anno fa? O forse preferisci continuare a raccontarmi della bella vita che fai qua? E con i loro petrodollari che ti sei comprato quella casa a tre piani da sogno americano dove tua moglie ci sta aspettando per cena? Non fare il modesto, spara quanto ti pagano per le tue consulenze?”.
Il Moro non abbassò lo sguardo e anzi si avvicinò ancora di più all’altro. Tra i loro volti non c’erano più di venti centimetri di distanza. Si guardarono negli occhi per un lasso di tempo che nessuno dei due sarebbe stato in grado di quantificare. Poi lo scienziato tirò fuori il cellulare, digitò sulla tastiera poche parole e mostrò un video all’amico. Era un vecchio servizio realizzato dal Biondo. Nel video in questione le tesi di importanti virologi venivano presentate e messe sullo stesso piano delle opinioni farneticanti di ignoti personaggi del mondo no-vax. Definirlo giornalismo spazzatura era un eufemismo. “È uno dei tanti, vuoi che ci vediamo anche gli altri?!? Per anni hai riempito il web con quella robaccia, c’è sempre la tua firma. Mi sono vergognato per te più volte”, disse agitando in aria il telefono. “Tu ti vendevi per 50 euro, io per degli assegni con quattro zero in più. Tu che sai cos’è il bene e cos’è il male, spiegami come funziona. C’è una cifra da non superare per sentirsi a posto con la coscienza?”
Entrambi, sapevano che questa volta la lite sarebbe finita diversamente da quella avvenuta nel deserto diciassette anni prima. Nessuno si sentiva stanco e i codici di buone maniere acquisiti durante gli anni della formazione non contavano nulla, volevano solo farsi male a vicenda. Ma un secondo prima di colpirsi, lo smartphone del Moro squillò e i due amici si bloccarono. La voce dall’altro capo del filo era in un italiano grammaticalmente e sintatticamente perfetto ma con una marcata accento americana. “Papà, vieni! Siamo pronti per la storia della buonanotte. Nessuno sa raccontare la storia del popolo dell’acqua dolce come sai farlo tu”. Rispose con due parole: “Sto arrivando”. Poi, non degnò neanche di uno sguardo l’altro. Il Moro si girò e si avviò verso la sua casa a tre piani da sogno americano. Il Biondo rimase a guardare la foglia d’acero rossa sul terreno.
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