Letteratura

Dust of Minnesota

Le questioni ambientali erano parecchio in fondo alla sua agenda politica; tuttavia, si era convinto fosse necessario l’IPPC: per non doversi occupare della siccità e del caldo, prendere tempo e cercare di far parlare il meno possibile del clima

23 Settembre 2026

Lasciavano dietro di sé impronte di sangue. Marciavano trenta chilometri al giorno, erano pieni di vesciche, infezioni e ferite e la maggior parte camminava scalza. Sulle strade sterrate, piene di fango e polvere nel caldo intenso d’inizio estate, i più sofferenti, quelli con la pelle consumata fino alla carne viva, venivano lasciati indietro soli e in terra nemica. Erano destinati a morire senza più rivedere casa, madri e fidanzate. Avevano già attraversato tutto il Maryland quando, il primo luglio, una divisione scoprì che nelle vicinanze c’era una fabbrica di scarpe. L’idea di poter indossare calzature nuove diventò la priorità e decisero di modificare il loro itinerario. Nessuno poteva immaginare che quella piccola deviazione avrebbe cambiato il corso della storia. In quella anonima cittadina della Pennsylvania, inutile dal punto di vista strategico, infatti, stanziava una divisione di cavalleria dell’esercito nemico. I soldati, rinvigoriti dalle calzature nuove decisero di attaccare, dando inizio a una battaglia che, grazie all’arrivo dei rinforzi, sarebbe durata tre giorni. Le perdite furono ingenti in entrambi gli schieramenti e, a scontri conclusi, furono seppelliti i corpi di ottomila giovani uomini e bruciate le carcasse di cinquemila cavalli. L’anonima cittadina della Pennsylvania era stata fondata settantasette anni prima da un veterano della guerra d’Indipendenza, Samuel Gettys. Nei secoli a seguire, ogni qualvolta che sarebbe stata nominata quella città, per associazione di idee il termine successivo sarebbe stato appunto battaglia. La battaglia di Gettysburg, la più famosa della Guerra civile americana.

I due bambini conoscevano tutti i dettagli di quel conflitto: Duke – tutti lo chiamavano così e non con il suo nome di battesimo – nove anni compiuti, gracile e di altezza sotto la media, e il suo unico amico in paese, Tom, un anno più giovane, ma già sei centimetri più alto dell’altro. Erano trascorsi cinquantasette anni meno un giorno dal primo luglio 1863 ed erano distanti 763 miglia dal terreno su cui sorgeva la fabbrica di scarpe – ormai dismessa da decenni – che aveva attirato l’armata del Potomac. Era il primo pomeriggio dell’ultimo giorno di giugno e i ragazzi più grandi di loro fumavano sigarette, si picchiavano in risse più scenografiche che violente e giocavano interminabili partite di baseball nei cortili. L’anno precedente, otto giocatori dei Chicago White Sox avevano volontariamente perso le finali della World League, corrotti da un gruppo di allibratori. L’episodio non aveva però intaccato la popolarità del baseball in tutto l’Illinois, dove, in ogni caso, la squadra più seguita era di gran lunga i Chicago Cubs. Nel mondo di Duke e Tom, però, non c’era posto per tabacco, botte e palline bianche pesanti 142 grammi. Trascorrevano il loro tempo a giocare con i soldatini. Con quei pezzi di piombo riuscivano a estraniarsi dal presente e si ritrovavano in altri luoghi e in altre epoche.

Il loro progetto per il giorno successivo era ambizioso: ricreare la battaglia di Gettysburg nei minimi dettagli. Tom sapeva che in un armadio del soggiorno di casa, accanto alla Bibbia, c’era un libro di storia degli Stati Uniti d’America; avrebbe costituito la loro fonte di informazioni. Sul piano logistico, avevano diverse questioni da risolvere. Innanzitutto, si accorsero che mettendo insieme i loro soldatini raggiungevano ventitré pezzi e non avevano dollari da spendere per comprarne altri. Il padre di Duke passava da un fallimento lavorativo all’altro e il poco denaro a disposizione veniva dilapidato in birra e superalcolici. Una sera, il figlio lo aveva trovato steso davanti alla porta di casa, reduce da una serata trascorsa all’unico bar del paese; emanava un odore di whisky di livello scadente. Pesava più del doppio di lui, ma era riuscito a trascinarlo in casa fin dentro alla camera da letto. Il vizio di quell’uomo, onesto ma debole, riempiva di tristezza l’esistenza della moglie e dei due figli, ma diede un’idea a Duke. Insieme a Tom, andarono al bar e chiesero se avessero dei tappi di bottiglia da buttare. Ne uscirono con oltre trecento tappi che avrebbero rappresentato fanti e cavalieri delle due armate. L’altra decisione da prendere riguardava dove inscenare la battaglia di Gettysburg.

L’agricoltura nella regione che un giorno si sarebbe chiamata Illinois era iniziata cinquemila anni prima: alcune tribù di nativi avevano cominciato a coltivare mais e zucca. La maggior parte del territorio era dominato da enormi praterie di graminacee perenni alte oltre due metri, ma c’erano anche zone paludose e lungo i fiumi sorgevano foreste di salici, pioppi e aceri. In quei grandi spazi vivevano migliaia di bisonti, mammiferi da oltre una tonnellata di peso che nonostante la stazza potevano raggiungere e superare i 50 km/h di velocità; e poi ancora, branchi di lupi e cervi. Ma dall’arrivo dei primi coloni europei nel XVII secolo e per i tre secoli successivi, gli equilibri ambientali che si erano venuti a creare nel corso dei millenni erano stati stravolti. All’inizio del novecento la maggior parte della prateria era stata convertita a terreno agricolo e ormai faceva parte delle centinaia di fattorie sorte in tutta la regione. Già decenni prima, verso la metà dell’Ottocento, i bisonti si erano estinti.

Duke e Tom conoscevano bene la geografia della zona circostante. Sapevano che percorrendo la strada principale del paese, usciti dal centro abitato, dopo quindici minuti di cammino sulla riva destra di un piccolo affluente del Rock River avrebbero trovato un boschetto ripariale. Era un’area selvaggia – una delle poche rimaste – poco frequentata, inadatta alle partite di baseball e ombreggiata anche a mezzogiorno. La battaglia di Gettysburg, si sarebbe combattuta in quel luogo. Entrambi gli eserciti, l’armata del Potomac e l’Armata Confederata della Virginia Settentrionale, sarebbero stati composti da soldatini di piombo e tappi di bottiglia di birra. Duke era irremovibile: lui avrebbe interpretato il generale Robert E. Lee, a suo parere per distacco il più straordinario genio militare della storia. Certo, combatteva dalla parte dei confederati, gli Stati del Sud schiavisti, coloro che avrebbero perso quella guerra; ma era uno che, nonostante la sproporzione di uomini e mezzi rispetto agli Unionisti – gli stati del Nord abolizionisti -, attaccava sempre. E poi aveva un incedere elegante e aristocratico, era alto un metro e ottanta e portava grandi baffi neri. Il gracile Duke, il bambino più basso di tutti, sapeva che da grande sarebbe diventato come il generale Lee. Tom accettò di interpretare il generale George G. Meade, meno leggendario del collega, ma pur sempre al comando dell’esercito vincitore della battaglia e successivamente della guerra. A Tom fare la parte del vincente non dispiaceva. Il pomeriggio del primo luglio fu uno dei più felici e spensierati della loro infanzia. E fu anche l’ultimo della loro vita che trascorsero insieme. Tre giorni dopo, nel giorno del 144° anniversario dell’Indipendenza degli Stati Uniti dalla Corona Britannica, Duke rimase con un fratello maggiore, una madre affettuosa, un padre onesto e alcolizzato, undici soldatini di piombo ma nessuno con cui poterci giocare.

Il momento più complicato della sua giornata era le sette del mattino. Durante la notte si svegliava sempre almeno due volte per andare in bagno, ma era troppo poco lucido per percepire tutti i segnali che partivano dalle zone più periferiche del suo corpo e arrivavano al cervello. Al mattino, invece, era un’altra storia. Dormiva su un materasso di crine di cavallo, sempre lo stesso da quaranta anni. Era duro, ma non abbastanza per sostenere la sua colonna vertebrale. Le articolazioni con gli anni si erano ingrossate, lo spessore dei dischi intervertebrali era andato assottigliandosi e c’era quindi meno spazio per i nervi lombari e sacrali. Soffriva di stenosi spinale in stato avanzato ma non la sapeva, o almeno non la chiamava così. L’unica posizione che gli dava un po’ di sollievo durante il sonno era su un fianco leggermente rannicchiato. Al mattino ci metteva tra i sei e i dieci minuti per alzarsi dal letto. Aveva settantasei anni, tanti per uno che aveva fatto l’agricoltore tutta la vita, ma in quelle giornate i suoi acciacchi perdevano di importanza rispetto al contesto. Da cinque settimane il cielo era azzurro. C’erano giorni in cui qualche nuvola rompeva la monotonia cromatica, ma erano nuvole bianche, scariche di vapore acqueo. La portata dei corsi d’acqua era già calata oltre il livello critico e le autorità locali avevano imposto delle limitazioni al consumo idrico. Erano diciannove giorni che non usciva di casa. Il cibo e le medicine gli venivano recapitate a domicilio da una volontaria del gruppo della chiesa e i quattro scalini di quercia che separavano la sua veranda dal resto del mondo rappresentavano una barriera fisica quasi invalicabile. Quella mattina, tuttavia, era deciso a verificare di persona cosa stesse accadendo fuori. Al secondo scalino, dovette chiudere occhi e bocca per evitare che un’invisibile polvere di cui era impregnata l’aria lo facesse lacrimare e tossire. Indossava un paio di scarponi Red Wing – un marchio storico originario del Minnesota, il cui proprietario aveva fatto fortuna dopo essere diventato fornitore ufficiale dell’esercito in entrambe le guerre mondiali. Milioni di giovani americani – con addosso quegli scarponi – avevano combattuto nel vecchio continente, spegnendo i sogni hitleriani di dominio sul mondo. Lui non aveva preso parte a nessuno dei due conflitti – troppo giovane nel primo e troppo anziano nel secondo – tuttavia era orgoglioso di portare a piedi quel logo così carico di storia. Tra il terzo e il quarto scalino rischiò di scivolare, ma riuscì ad appoggiarsi al corrimano. E quando lo scarpone impattò con il terreno, si rese e conto che il suolo del Midwest era diventato una crosta dura e polverosa di colore grigio-beige spento e pieno di crepe: nessuna pianta né di soia e né di mais avrebbe potuto crescere in quelle condizioni, e infatti, erano tutte piegate e ingiallite. Gli agricoltori della zona nutrivano ancora la speranza che qualche giorno di pioggia abbondante avrebbe potuto salvare il raccolto. Altri progettavano di migrare e cambiare lavoro. Lui sapeva che sarebbe morto lì. Non aveva più la forza di spostarsi da nessun’altra parte. Si era già trasferito troppe volte nella sua vita. La più dolorosa era stata la prima, quando alla vigilia del quattro luglio del 1920, suo padre gli aveva annunciato che il giorno successivo avrebbero lasciato l’Illinois per andare a lavorare in una fattoria nell’Oklahoma occidentale. Non era neanche riuscito a salutare Duke.

«Gli alberi causano più inquinamento delle auto. L’ottanta per cento dell’inquinamento atmosferico proviene da piante e alberi». Quelle frasi le aveva pronunciate molti anni prima. Erano due tra le decine di milioni di frasi che una persona pronuncia in una vita. Si era dimenticato di averle espresse e nonostante fossero state ascoltate da decine di milioni di persone, non avevano causato conseguenze significative sulla sua carriera. Non si era mai pentito di averle pronunciate, ma quella notte erano riemerse da qualche angolo nascosto della sua memoria. Non riusciva a prendere sonno. Si era fatto portare un bicchiere di vino, uno solo. Era l’unica bevanda alcolica che si concedeva, dopo una promessa che aveva strappato a sé stesso: “mai superalcolici, mai come mio padre”. Aveva la speranza che quel bicchiere di rosso proveniente dalla Napa Valley gli avrebbe chiarito le idee. Gli esperti che avevano in mano il dossier avevano opinioni molto diverse tra loro: alcuni sostenevano fosse una di quelle siccità che ciclicamente investiva gli Stati Uniti. Era stato così nel 1935 con il Dust Bowl. Altri scienziati, invece, erano convinti che l’estrema siccità di quell’anno avesse cause molto profonde, collegate a cambiamenti più strutturali e duraturi del clima dell’intero pianeta. Qualcuno cominciava a chiedersi se dietro tutto quello che stava succedendo ci fossero cause antropiche. Chiunque avesse ragione, qualcosa andava fatto. Metà del territorio americano faceva i conti con la scarsità di risorse idriche, l’asfalto delle strade si era deformato in molti tratti a causa del calore troppo elevato e immense aree del Yellowstone National Park – in Wyoming e Montana – erano devastate dagli incendi.

Aveva bisogno di distrarsi, pensare ad altro. Posò il bicchiere vuoto, aprì un cassetto e cominciò a sfogliare delle vecchie foto dell’infanzia in Illinois. Una di queste lo ritraeva sdraiato nel soggiorno di casa a giocare, in solitudine, con undici soldatini. Sul retro della fotografia in bianco e nero, c’era una data: 7 luglio 1920. Erano passati sessantotto anni da quello scatto. In quel lungo lasso di tempo non si era mai fatto crescere i baffi, ma era diventato alto come il generale Lee. E non era diventato semplicemente un generale dell’esercito, ma in qualità di presidente, da sette anni era l’uomo più potente d’America. La sua traiettoria era stata una storia da underdog. Era cresciuto nell’America profonda e lentamente dall’anonimato più totale, aveva raggiunto il vertice della scala sociale. Alla politica ci era arrivato partendo dal sindacato; ma, se in giovinezza era stato un sostenitore di Franklin Delano Roosevelt e del New Deal, in età adulta aveva cambiato idee. Si definiva un liberal-conservatore, profondamente anticomunista. Riguardò la fotografia ancora qualche minuto. Cercava un nome nella sua memoria, ma i suoi ricordi erano troppo disturbati da quelle due frasi. «Gli alberi causano più inquinamento delle auto. L’ottanta per cento dell’inquinamento atmosferico proviene da piante e alberi». Il nome di Tom non gli tornò mai in mente. Tom, il proprietario degli altri dodici soldatini, morì – con addosso i suoi scarponi Red Wing – una settimana dopo nel giardino polveroso della sua casa in Minnesota. Non fu l’unico. Oltre a lui, in quell’estate persero la vita, stroncati dal caldo e dalla siccità, più di 4500 cittadini statunitensi.

Pochi mesi dopo fu istituito l’IPPC, l’organismo ONU, incaricato di valutare gli effetti e i rischi dei cambiamenti climatici. Un contributo decisivo per la creazione di quell’organo internazionale fu dato proprio dal presidente degli Stati Uniti d’America. Le questioni ambientali erano parecchio in fondo alla sua agenda politica; tuttavia, si era convinto fosse necessario l’IPPC: per non doversi occupare della siccità e del caldo, prendere tempo e cercare di far parlare il meno possibile del clima. Ma in cuor suo, da uomo razionale, lo faceva anche perché si fidava della scienza. l’IPPC produsse, quindi, il primo report, un documento fondamentale per avvicinare ricerca scientifica e politica. 38 anni più tardi, il 47° presidente – come Duke un repubblicano,  populista e antisistema, ma pur sempre un repubblicano – dopo aver licenziato 800 esperti dalla più importante agenzia governativa sul clima, decise che gli Stati Uniti d’America non avrebbero più fatto parte dell’IPCC. Sei mesi dopo, 1,3 miliardi di esseri umani fecero i conti con l’estate più calda mai registrata fino ad allora.  Quella del 2026.

 

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