Letteratura

Il dio vagabondo

La poetica inquieta e metafisica di Maura Baldini.

28 Marzo 2026

Per leggere poesia italiana dovrebbero osservarsi le prescrizioni in limine di certe pubblicità: aerare i locali prima di soggiornarvi. Abissi con domicilio eletto al pianterreno, vanaglorie liceali accresciute da professori intristiti, densità elementari di temi minimi, sonnolenti, da convocazione di maniera all’assemblea di specie delle sofferenze universali.

Nel suo potente “Insula” edito da Marco Saya per la collana Sottotraccia diretta da Antonio Bux, Maura Baldini, come l’Ismaele di Moby Dick, saluta invece la compagnia delle piccole insalubrità artistiche e si imbarca. Alla volta precisamente dell’Islanda, thule fatidica di tensioni leopardiane, rotte nebbiose dell’inquietudine greca, luna a terra di circolarità astronomiche e meditative.

“Nascondersi sì, ma dove?
La notte, qui, è una voglia,
che sfrega dietro la rètina,
mentre il giorno imperterrito
veglia, non recede,
in un tempo di fasulla quiete”.

Il racconto ora in versi ora in prosa, è scandito da capitoli separati che portano il titolo di ciascuna meta, voci del destino e del sortilegio, antichità e folklore, quell’onomastica lunga e accidentata come una cosmogonia che tiene dentro le sue labiali e gutturali la “prima solitudine” del mondo.

“E nel luminare dell’acqua
può finalmente morire,
morire il terrore dell’eterno precipitare,
morire ogni lapide imposta,
morire la prestanza e la forza”.

Nelle parole classiche, cospicue, che contro ogni facile gergalità colloquiale schiudono finalmente lo scrigno segreto di una ricchezza arcana, balugina una processione di dolore, l’incedere di clerici vagantes del millennio e del mistero che appaiono e scompaiono oltre il sipario di acque argentate che tumultua intorno.

“Occhi come resti vulcanici,
indocili testimoni
delle furie oceaniche,
mentre la costa rifrange
l’ultimo sogno,
l’estremo tentativo di trafiggere
l’ombra bugiarda che si veste di sole”.

Di nuovo il vello permanente di colori sensuali, una mineralogia celeste di cui l’autrice restituisce da par suo il gelo, le rifrazioni di luce e gli aggetti notturni. Nei versi come un camminamento assorto, uno sguardo che non perde nulla e disegna intorno ai luoghi e alla loro feroce simbologia la sostanza invisibile di una tempra e di una filosofia.

“Sul promontorio, dopo ore, si erge
il ristoro fra le spoglie di un fiume.
La strega del Pleistocene, apostola
delle eruzioni subglaciali, si nasconde,
canta il requiem del giorno. Ghignando”.

Il pregio dell’opera è che essa non frana mai, non ridonda. Tiene ovunque il suo ritmo quieto e indocile, il tratto minuzioso e che pure a volte ha l’impazienza slegata di un getto impressionista.

“Vieni, è qui, nel lago nero dei ricordi,
che nasce ancora l’universo. Fuori,
il ballo delle assenze sfuma gli sguardi,
sanguina un silenzio illune”.

Se la poesia avesse occhi, in quelli dell’autrice brillerebbe ancora un vibrato di vita ovunque oscillante tra la promenade e la tempesta, forse lenito nelle tregue in buio dell’amore.

“Conta i passi della luna
sulle costole,
i baci
nelle pieghe dei calvari.
Il punto di fuga è nell’assoluzione.
Se attraversi ora,
l’oscenità è l’osso della cura”.

Ciascun capitolo è introdotto da citazioni in esergo di scrittori, poeti, che vorremmo talora veder svanire, tanto ci appaiono insufficienti all’incanto apolide di quel che viene dopo.

“Così noi.
Come l’acqua senza requie
benediciamo l’antitesi,
e senza requie negandoci
incubiamo il desiderio
di una perfezione inferiore”.

Nel “Cratilo” di Platone, si adombra infine che l’etimo della parola “alètheia”, verità, stia nell’”alein theou”, il vagabondare del dio. Il dio vagabondo di Maura Baldini ci emenda per sempre dal “vizio del ritorno”, ci attende e sospende con fraterno ardore nel cuore intrepido di un naufragio, e una salvezza.

“Parlo, sola –
e torno ai fianchi del tuo sguardo, a cercare
nella ritirata il miracolo della diffrazione.
Oltre l’angolo opaco del cuore albeggia
una luce obliqua, il miraggio di Penelope.

Lunga fu la nostra notte in sogno, l’accoppiarsi
di due verdi prigioni, la disputa
di due glauchi gabbiani nati prima del mare.

Ma ora, nell’oscuro ghiaccio, un volto
batte, va alla deriva,
muore,
fantasticando il punto di fusione.”

 

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