Letteratura
Primme (4) piezze e Salierne rint’a cape e Chiero
Una città del Sud|una memoria (3)
primo pezzo
Salerno lontana, ignota, impossibile da immaginare nella sua coscienza di bambino arrivato da un paese in mezzo alle colline dell’entroterra.
Il golfo, da lontano, Chiero lo vide a guerra finita, quando un giorno – forse del ‘45 o del ‘46 ma doveva essere primavera – zia Rina se l’era portato con lei per cominciare le pulizie nella sua casa di Via Pio XI. Per compagnia. Per non andarci da sola.
Presero la filovia abbasce Acquamela e scesero – zia e nipote per mano – alla fermata a pochi passi dalla chiesa del Carmine. A piedi passarono davanti alle poche villette e alla palazzina – l’unica più alta – in cima alla salita di Via Pio XI. Alla fine, salendo una stretta scalinata con il corrimano in legno lucidato, raggiunsero al terzo piano l’appartamento da arieggiare e pulire.
Zi Rina aprì con una chiave la porta di noce. Buio. Entrò per prima e spalancò le finestre. Luce. Cielo azzurro. Mentre lei puliva e metteva ordine nei mobili, Chiero gironzolò per il corridoio le tre stanzette il gabinetto la cucina. Poi – prima volta di sicuro – s’affacciò da un balcone.
A Casalbarone la casa di nonna Fortuna aveva solo delle finestre ed era a un solo piano. S’era affacciato una sera verso l’imbrunire. Pochi metri più in là, oltre la strada, un muretto basso di tufi con sopra una rete di filo spinato, i filari della vigna ra Bersagliera e, lontanissima, la gobba di una collina verde cupo. Ora, invece, una conca sfavillante!
T’affacciave, e te girave chiane chiane, ra dò a matina spuntave o sole, ra parte ro Mazze ra signora [1] e scurrive cu l’uocchie stu golfe. Fino ai promontori azzurrini verso Vietri e la costa amalfitana. Ca, si ’ngere o sole, o ciele pareve na tavula liscia, celestina n’coppa a n’ata tavule chiù azzurre sotte. O, si ere chine e nuvele scure scure, se cunfunneve co mare sotte. Ca parevene doie lavagne: una nere n’coppe e una verdastre sotte.
Guardando dal balcone in basso, Chiero vide palazzine quasi tutte di tre piani come quella di zi Vicienze e zi Rina. Poi orticelli con palme, nespoli, limoni, glicini. E un campetto circondato da rovi di more Dall’altro balconcino che dava ad est, vide un grande giardino con aiuole di fiori e un lungo cortile. Vi passeggiavano suore – zi Assuntine le chiamava e cape e pezze – e ragazze in grembiule nero. A sinistra, invece, un altissimo e lunghissimo muro e sopra un edificio altrettanto lungo, a tre piani, tutto finestroni. Qualcosa di enorme e di cupo.
Capette roppe ca là, di fronte a casa e zi Vcienze o giardine ere chille e l’Istitute addo, curate ra e cape e pezze, stevene chiuse e guagliottole sordomute. E ca, ‘ncoppa a chillu mure c’ere o seminarie ra diocesi, addo sturiavene chille ca s’avevane fà prievete.
secondo pezzo
Anche dal balcone della loro casa di Via Sichelgaita vide quello stesso cielo e chillu mare accussì gruosse. Ma senza la meraviglia provata sul balcone della casa di sua zia.
Prima che Nannìne si decidesse a portare Chiero e Eggidie sul lungomare per vederlo da vicino passarono settimane. E non è che avessero più quella grande voglia. Cumme! È a prima vota ca e piccirille verene o mare? Ma ra rò venite?
Il golfo rimase là pe fatte suoie. In due occasioni, però, tornò ad attrarre l’attenzione di Chiero.
Una volta, dalla finestra della stanza dove dormiva col fratello, il naso schiacciato sui vetri freddi, verettere luntane, ncoppe o mare ’ncrespate e chine e cavalluni po viente ca sciusicava forte, alcune barche di pescatori. Scomparivano dietro le creste biancastre re cavallune e poi ricomparivano. Faticavano a rientrare in porto. Chiamarono pure Nannìne, che interruppe le sue faccende in cucina e restò a guardare con loro. Finché le barche lentamente si avvicinarono e poi scomparvero dietro i palazzoni del centro di Salerno, segno che erano ormai quasi arrivate al porto.
In un altro giorno, sempre col mare lontano in tempesta e il cielo scurissimo, fu Nannìne a richiamarli alla finestra per indicargli una nave che s’avvicinava. A differenza delle barchette dei marinai, avanzava salda e quasi solenne, indifferente ae cavallune. Quella – disse pure Nannìne ai figli – era una delle navi che arrivavano dalla Russia e portavano il grano.
In un altro giorno ancora, col cielo terso e il mare azzurro, Chiero e Eggidie stavano a guardar fuori dalla stessa finestra. Tirava un vento fortissimo. Nel campetto lì davanti a loro, allora ancora coltivato, strascinava a mulinelli carovane di foglie sul terreno o le sollevava in alto assieme alla polvere. E come si piegavano i pioppi che si trovavano nell’orto botanico al di là del campetto! D’un tratto – ploft! – videro crollare una intera parete di tufo che i muratori avevano da poco tirato su al quarto o al quinto piano di un nuovo edificio, un po’ più in basso rispetto a casa loro, nella zona del convitto Pascoli.
Salierne’ rime cu ‘vierne’ e ‘eterne’… O scrivette, in italiano, Alfonso Gatto ma a rime rimane pure si o scrivite in dialette. L’inverno a Salerno aveva a che fare con il vento. Cumme no! Viente puliti, sicche, ca te tagliane a faccie. E re gelune ncoppa a pieghe re recchie, ve ricurdate? E di com’era difficile avanzare con l’ombrello aperto a lungomare, quando tirava vento? (Libeccio? maestrale? Quei venti come li chiamavano i ragazzi? Viente, e basta!).
terzo pezzo
Sempre nei primi giorni a Salerno, Nannìne, quando andava a fare la spesa, per non lasciare i figli piccoli soli in casa, si portava Chiero e Eggidie con lei .Scendevano a piedi da Via Sichelgaita, attraversavano il passaggio a livello di Via Vernieri e, giù, per Via Arce e via Velia, fino alla Rotonda.
In quella piazza circondata dal retro di edifici vecchissimi, incollati uno addosso all’altro, ogni giorno c’era il mercato del pesce. Ma vendevano pure frutta e verdure. E vendevano pollastri, chiusi nelle gabbie o poggiati a terra, tre o quattro legati assieme per le zampette con lo spago.
E triglie! E ciacianielle! O pesce! O pesce! Signò, o vulite o pesce frische? Chiero sentiva gridare. Guardava, odorava. Ma sotto il controllo ansioso di sua madre. Nannìne vedeva pericoli dovunque. Diffidava del monaco che, appostato un po’ più su dalla Rotonda, all’incrocio tra Via Velia e Corso Vittorio Emanuele, raccoglieva le elemosine. Temeva che il fruttivendolo o il pescivendolo la ingannassero sul peso. Temeva soprattutto che, muovendosi nella folla, pur tenendosi per mano, uno dei due figli si potesse perdere.
quarto pezzo
Chiero guardò tante volte – metro per metro, palazzina dopo palazzina, negozietto dopo negozietto – il pezzo di Salerno che percorreva con Nannìne e il fratello per andare in visita dalla nonna, che ora era in via Pio XI a casa e zi Vicienze. Partivano da Via Sichelgaita 48 e traversavano per accorciare, il giardino botanico – cancello, paura del cane, mamme giovani e incinte che aspettavano davanti all’ingresso di una vecchia villa diventata sede dell’ONMI [2].
Scendevanodi corsa una lunga scalinata, aspettavano Nannìne, spuntavano a metà di Via Vernieri. E proseguivano, rallentando per buttare un’occhiata ai cartelloni del cinema Apollo. Pane amore e fantasia, Marcellino pane e vino, Totò imperatore di Capri. Subito dopo, altra occhiata allo spiazzo di una viuzza laterale in discesa, dove c’era un posteggio di carrozzelle e si vedevano i cavalli che riposavano all’ombra degli alberi. E, dieci metri più avanti, un’altra occhiata furtiva al cortile – il cancello sempre aperto – del pronto soccorso degli Ospedali Riuniti. Più avanti ancora, subito dopo il vespasiano puzzolente di piscio, la curva a sinistra. Là cominciava la salita di Via Pio XI. Ingresso laterale dell’obitorio. Gente in attesa. Giardinetto più avanti. E poi quattro o cinque villette in fila, tutte con i glicini azzurrini che dalle cancellate arrivano quasi a terra.
Alla seconda curva, quando vedevano la palazzina ra famiglie e zi Vicienze, ultima sulla sinistra, Chiero e Eggidie – facimme a chi arrive primme! – si mettevano a correre, lasciando indietro Nannìne. Salivano di corsa la scala e affannati, scieme cumm’a tutt’e guagliuni ma cuntente, trovavano la porta già aperta e entravano nella cameretta di fronte a salutare nonna Fortunata e zia Rafiluccia.
Note
1. Il Colle Bellara a Salerno sovrasta il Forte La Carnale, e viene soprannominato Mazzo della Signora, perché, visto dalle colline di Giovi, ricorda il “fondoschiena di una signora” (https://it.wikipedia.org/wiki/Colle_Bellara)
2. ONMI. L’Opera nazionale per la protezione della maternità e dell’infanzia (ONMI) venne istituita nel periodo fascista con la legge del 10 dicembre 1925.



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