Teatro
La provincia profonda de “le volpi”
Catania. C’è nella cultura italiana un’antica e diffusa tendenza a immaginare e raccontare la provincia come qualcosa di sempre, sostanzialmente sano e positivo. Un ambiente sereno, lontano dalle contradizioni e dai mali delle città. Come tutte le generalizzazioni, si tratta ovviamente di una falsità, di un mito rassicurante e tuttavia sarebbe utile e interessante indagare su questa tendenza spesso manipolatoria, sulla sua origine, sulla sua attuale realtà, sulla persistenza di questo pregiudizio positivo e sulla sua scarsa aderenza alla realtà. Un’aderenza alla realtà che oggi infatti appare molto più legata a processi di comunicazione pubblica e di marketing che ad autentici motivi culturali. Invece quanto è duro spesso vivere in provincia, quanto può esser faticoso, opprimente, velenoso per chi ha scelto – più o meno politicamente – di viverci restando aderente ai suoi principi, all’altezza delle sue esigenze culturali, delle sue aspettative, dei suoi desideri più sani, civili, legittimi. Sono considerazioni che innervano con consapevole intelligenza la scrittura e la realizzazione de “Le volpi” lo spettacolo di Lucia Franchi e di Luca Ricci (ovvero la compagnia CapoTrave di Sansepolcro) che si è visto a Catania (Sala Futura, nel contesto della stagione dello Stabile) dal 12 al 15 febbraio scorso. In scena ci sono attori di provata solidità, ovvero Giorgio Colangeli, Manuela Mandracchia e, la più giovane, Federica Ombrato.
Non è un dato secondario: questa solidità attorale rende possibile il dispiegarsi efficace della drammaturgia. Un vecchio politico di paese, ovvero un sindaco scafato e rotto ad ogni compromesso, una funzionaria pubblica di grande esperienza che prova a essere onesta, una ragazza, sua figlia, che si trova a vivere nel suo paese d’origine – provincia profonda – e desidera o, meglio, desidererebbe, vivere del lavoro per cui ha studiato e restare a vivere proprio lì, in quel paese in cui è cresciuta e in cui possiede casa, famiglia, possibilità di vivere con qualche comoda certezza. È una esperta d’arte contemporanea e vorrebbe, addirittura, gestire lei, proprio lei che ha la giusta formazione e non qualche gretto e rassicurante amico degli amici, uno spazio espositivo che, chissà con quale finanziamento pubblico, era stato realizzato in quel borgo. Sarà possibile? Sì, ma non al prezzo di una paziente e ordinata trafila, che del resto, per quanto onesta, sarebbe stata molto probabilmente inutile, ma di un fragile compromesso trovato con la coscienza e imposto con scaltrezza alla madre pensierosa, incredula, recalcitrante e, alla fine, sconfitta. Ci si potrebbe fermare qui, perché tutta la storia del nostro paese è piena di situazioni del genere, ne è piena l’attualità e così pure l’esperienza di gran parte degli italiani. Veramente nihil sub sole novum in quel soggiorno modesto e luminoso, in quel pomeriggio estivo, in quella discussione lenta, controllata, in quel gioco sottile in cui, tra un biscotto vegano e un caffè, si mette a tacere la coscienza e le carte del proprio interesse si scoprono con circospezione fino a travolgere ogni resistenza e ad arrivare al dunque. Cosa colpisce allora di questo lavoro? La pulizia del disegno registico e la raffinata levità del gioco drammatico, che non attenua, ma anzi sottolinea per contrasto e paradosso, la sordida gravità del fatto e la cinica, tagliente determinazione a portarlo a termine. No, la provincia non è sempre un luogo di pulizia morale e sani sentimenti.
Le volpi. Teatro Stabile di Catania, Futura, dal 12 al 15 febbraio 2026. Uno spettacolo di Lucia Franchi, Luca Ricci, con Giorgio Colangeli, Manuela Mandracchia, Federica Ombrato. Scene e regia di Luca Ricci. Costumi Marina Schindler. Suono Michele Boreggi e Lorenzo Danesin, luci di Stefan Schweitzer, tecnico Piero Ercolani, Nicola Mancini. Amministrazione Riccardo Rossi, organizzazione e distribuzione Giulia Randellini, ufficio stampa Maria Gabriella Mansi. Foto Artemisia Moletta. Produzione CapoTrave – Infinito SRL.
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