Letteratura
‘Quello che possiamo sapere’ di Ian McEwan è un viaggio nel futuro e dell’ignoto
Ian McEwan ha saputo fare della sua capacità di analizzare le profondità psicologiche dei suoi personaggi la sua cifra stilistica. Il suo nuovo romanzo ‘Quello che possiamo sapere’, edito da Einaudi, è un libro carico di tensione e di tensioni. Il plurale è dovuto, se non altro per segnalare i vari livelli su cui l’autore britannico ha saputo, in questo caso, creare un racconto davvero polifonico. Le vicende sono ambientate in due epoche differenti, a cento anni esatti di distanza. C’è un futuro, siamo nel 2119, che scorre in maniera molto simile al presente che viviamo ogni giorno. A parte l’evento del grande disastro e l’inondazione, il futuro immaginato da McEwan ci è del tutto familiare. E questo è un primo livello su cui scorre la narrazione del romanzo, un livello sostanzialmente consolante, un futuro non troppo distante dalla nostra quotidianità, perché ognuno di noi ha sempre molto a cuore la confort zone all’interno della quale è abituato a vivere.
Siamo, appunto, nel maggio del 2119, quando Thomas Metcalfe, studioso di letteratura del periodo 1990-2030, si reca per l’ennesima volta alla biblioteca Bodleiana per consultarne gli archivi, a lui arcinoti, nel tentativo di scovare qualche scampolo di informazione inedita sull’oggetto dei suoi interessi, la fantomatica Corona per Vivien del grande poeta Francis Blundy, mai ritrovata. Qui arriva il primo segnale di un futuro diverso, non assolutamente dispotico, ma perfettamente in linea, purtroppo, con tutti i segnali che stiamo ricevendo già da tempo a livello di crisi climatica. La biblioteca presso cui Thomas intende andare a cercare il poema perduto è stata trasferita nel nord del Galles, per proteggerne il contenuto dalle acque che hanno sommerso la sede originaria che si trovava a Oxford.
Gli abitanti del ventiduesimo secolo, sopravvissuti alla catastrofe ambientale, sembrano essersi abituati ai disagi e alla penuria che la razza umana ha saputo procurarsi. Lo sguardo di Ian McEwan in ‘Quello che possiamo sapere’ è uno sguardo molto indulgente verso il futuro, senza toni di eccessiva speranza, ma allo stesso tempo senza un atteggiamento di rassegnazione. Resta, così, quel misto di rabbia e nostalgia per un passato in cui le cose sarebbero potute andare meglio. E si spiega in questo modo l’ossessione di Thomas Metcalfe per la ricerca di un poemetto mai ritrovato che sta al centro di tutta la narrazione. Si tratta della ‘Corona di Blundy’, composta piú di cent’anni prima, nel 2014, in occasione del compleanno della moglie Vivien, da Francis Blundy, poeta che tutti considerano un gigante della sua epoca. E veniamo così al presente, ambientato nel 2014.
La Corona viene recitata un’unica volta, durante i festeggiamenti presso il Casale dei Blundy, in un tripudio di vini e cibi deliziosi, alla presenza di una cerchia ristretta di amici. Tutta la narrazione di ‘Quello che possiamo sapere’ si incentra sulla ricostruzione di cosa deve essere stata la Corona, la forma letteraria che deve avere avuto, la tensione lirica che deve essere stata in grado di generare in colui che l’avesse letta. Perché quel testo è andato perduto o distrutto e di esso è possibile sapere qualcosa ricostruendolo attraverso i pezzi di memoria dei protagonisti del libro. E dominano alcune domande lungo tutta la narrazione: che fine ha fatto la sublime poesia della cui stessa esistenza ormai tutti dubitano? Quale verità si cela dietro la sua scomparsa? E quale differenza potrebbe mai fare il suo ritrovamento?
Nella seconda parte di ‘Quello che possiamo sapere’, Ian McEwan ricostruisce nel dettaglio la storia d’amore di Vivien con Percy, il suo primo marito, e il rapporto contrastato con Francis Blundy. Sarà un’intuizione geniale a fornire l’indizio che porterà Metcalfe, a distanza di cento anni dalle vicende narrate, a una scoperta rivoluzionaria. Da essa si apprenderà che spesso non c’è niente di vero nelle convinzioni che ci facciamo. Che non c’era niente di vero nell’atteggiamento bucolico con cui Blundy cercava di sedurre Vivien in quei versi recitati una sola volta e poi andati perduti. Che le parole possono essere utilizzate per costruire maschere difficili da schiodare. E che la letteratura, sicuramente quello di Ian McEwan, è lo strumento ideale per consentire al pubblico di fare grandi viaggi verso l’ignoto e dentro sé stessi.
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