Musica

Fuori Sanremo. Sulle tracce di Chiello

La serata finale di Sanremo vissuta con la missione di incontrare Chiello. Incuranti di quello che succede dentro l’Ariston.

5 Marzo 2026

Parcheggiamo sul lungomare di Arma, davanti ai campi di terra rossa degli Amatori Tennis Armesi, club che evoca racchette di legno e dove Fabio Fognini, nato a Sanremo, ha preso le sue prime lezioni. L’imbrunire sul mare piatto è soffocato da una massa compatta di nuvole, ma fa comunque il suo effetto benefico. Siamo carichi. Nostra figlia, che chiamerò la Ragazza, il suo Ragazzo, mia moglie, e moi. Lei deve incontrare Chiello, che alloggia all’Hotel de Paris, ci ha detto un amico di Taggia che fa sicurezza radiomobile nei giorni del Festival; lui segue la missione per divertito amore; noi genitori partecipiamo per una botta di vita: fino a una certa, però, poi i destini delle generazioni si separeranno. Per questo siamo con due macchine.

Prendiamo la navetta che da Arma di Taggia prende in prestito un frammento di ciclopedonale, chiusa dalle 16 alle 2 di notte fino alle porte di Sanremo. In mezzo al mare luccica un bestione galleggiante con scritta luminosa e cubitale a favore di chi sta camminando verso la zona calda: Venite già dormiti. I ragazzi si sono svegliati dopo mezzogiorno e hanno tutto il tempo dalla loro, noi stagionati abbiamo fatto un pisolino cullando la digestione dei tortelli carne e borragine.

Abbiamo qualche tappa, possibile, dove succedono cose alternative al Festivalone: i bagni Matuzia, che fanno sangue perché on the beach e Superluna, più interno e più club. Propongono concerti minimal, salotteria e interviste, djset e finalone con party notturno. Ma le vere certezze sono altre. Intanto la bottiglia di Primitivo nel mio zaino, che accompagnerà lo street food di fortuna e sentimento: il Mulattiere, nostro ristorante di riferimento, da un mese è tutto prenotato, e non è serata da bruciare seduti in attesa di un cameriere, con scritto in faccia Turisti di passaggio.

L’altra certezza è l’Agonia. Non quella che speriamo non ci tocchi, o almeno sia breve, quando saremo chiamati al sonno perpetuo. Ma il locale dove la Ragazza sa che finirà Chiello dopo la chiusura del Festival. E va detto che l’espressione del giovane con una farfalla tatuata sulla guancia destra e un ragnetto sotto l’occhiaia sinistra è quella di chi a un’eventuale agonia si sta già preparando con orgogliosa rassegnazione. Dice la Ragazza, vestita in un mix darklady/reporter, con tanto di macchina fotografica professional al collo, che con Chiello si farà After. Lo scrivo maiuscolo perché lei lo pronuncia con la maiuscola.

A fianco del ragno, verso la punta estremo dell’occhio, Rocco Modello, nato nel 1999 a Venosa, terra di Aglianico del Vulture, ha un cuore spezzato, come si disegnano sul diario quando si ha facilmente il cuore spezzato e non si sa disegnare.

Se sono qui, è anche perché lo ascolto volentieri, quando trasuda dalla stanzetta della Ragazza. E il volentieri, è sempre più raro. In questo nuovo Modello vedo il rock’n’roll e sento la malinconia sottile di certi cantautori anni ’60. Ma è soprattutto quello che non sento a piacermi: la posa, il compiacimento, le rime costrette del blabla.

Le auto paiono ferme, come le nuvole. E tra una e l’altra attraversano, si incrociano flussi inesauribili di persone, come formiche. Sapevamo di dover camminare parecchio, ma le due donne, madre e figlia, non hanno ceduto alle scarpe da tennis. La serata prevede parecchi tacchi a spillo e vestiti da Ocio che arrivo! pensano, e almeno un po’ di tacco, di quelli che definiscono comodi, è obbligatorio. Il tacco a spillo resta uno dei tanti misteri del femminile: una tortura legale che fa il pari, all’opposto, con il Burka. Sono però contento che esista. Il primo. Il secondo, ingoio l’opinione.

Sta di fatto che mi metto a contarle, le coppie di spilli che battono l’asfalto con l’urgenza di una festa, qualunque sia, e arrivo a dieci quando siamo in Piazza Colombo, congestionata. Allunghiamo il collo per sbirciare il mega palco che hanno tirato su, dove suoneranno più tardi, non so chi, e allora proseguiamo nello struscio, per andare a vedere questo benedetto Ariston pronto alla grande serata finale. Sono le 20.30, le transenne della lunga passerella hanno già un largo strato di polpa umana, bramosa di un flash da celebrità. Ancora però non si è visto nessuno. Le facce della sicurezza in divisa sono piuttosto tranquille, quasi divertite: va in scena il nulla e nulla è da temere. Restano schierati sottoponendosi al tiro incrociato degli smartphone che si devono accontentare, per adesso, di immortalare dalla distanza l’ingresso dell’inossidabile teatro che lampeggia.

Non è posto per noi. Ci infiliamo nella movida del centro storico, verso Piazza Bresca e dintorni. Dove è tutto uno Yeahh. Ma meno tirato del milanese. Sanremo è pur sempre una paesone e anche le varie adrenaline sono più scialle.

L’Agonia, dovrebbe essere qui vicino, dice la Ragazza. E ce lo troviamo davanti. L’insegna dice Club Agonia, carattere inferno, di fianco in spray bianco la firma ‘by Chiello’ con coroncina in testa. Due vetrine, due sale. In una il bancone, nell’altra palchetto con qualche sedia e tavolino. Tutto sul rosso, tanto velluto. Demodè. C’è la copertina del vinile di Chiello aperta all’ingresso, e una foto incorniciata, con la sua faccia in tre fotogrammi sovrapposti, appoggiata a un tavolino. Lo stanno aspettando. Non abbiamo l’età per essere lì, ma viviamo di riflesso, il sentimento dei due ragazzi innamorati. Sappiamo cosa significa esserlo. E ci siamo innamorati anche se aveva tanto da fare. Per questo la versione in duetto, che Rocco Modello ha cantato in solitario evitando all’ultimo l’effetto Morgan, per preoccupazione o audacia fa lo stesso, pur ansimante, sbagliata, insomma lasciata agonizzante sul palco, a me è suonata dissacrante. Suo malgrado, certo. Quel palco non meritava Tenco. E non lo meriterà mai.

Bene, torniamo dopo. Sono quasi le dieci e sale il bisogno di un aperitivo, che scaldi e giustifichi l’attesa vaga, del drink che segni il passaggio dalla perplessità all’entusiasmo. L’Agonia è però un po’ sacrificato, due tavolini in strada già occupati, e noi vogliamo star fuori: la brezza del mare, quando si può, si deve. Vorremmo i Bagni Matuzia, aperitivo sulla spiaggia, ma Google Maps, che fatica a caricare, supponiamo per il magma di dati che soffoca la citta dei fiori, segnala 25 minuti a piedi. Anche con le scarpe tacco comodo fanno comunque 50 minuti andare e tornare. E in più, l’appetito soffia da Ponente e ci investe, improvviso.

Da Max. Sul Porto Vecchio. Qui sotto. Dico, trionfante. Il maxischermo all’aperto sta trasmettendo Inter Genoa, ma non è tanto per quello, già fattore di merito, che propongo di prendere qui il nostro fast food: l’hamburger è, per voce di popolo d’ogni tifo, eccellente.

Si libera una panchina a mezzaluna, di ferro battuto grosso, proprio di fronte, con vista passeggio e barche sullo sfondo.

I tavolini sono tutti pieni, una sequenza di foglietti appesi come bandierine lunga tutto il bancone certifica che la nostra ordinazione sarà un’attesa degna del Pronto Soccorso, ma tanto abbiamo la risorsa di Bacco a farci compagnia. Prendo i bicchieri di carta e la bottiglia dallo zainetto, mia moglie il coltellino svizzero a 33 funzioni che tiene sempre in borsa, vicino al rossetto, e che le è stato regalato a Natale dal Ragazzo, con la motivazione che le somiglia: sa fare tutto, è multitasking.

La spirale entra bene, lo stappare è quello primitivo, tutto braccia, il tonfo un soffice gong, e si comincia. Verso per quattro, brindiamo alla missione. Un’esultanza discreta mi fa alzare: vado a vedere il replay. Di Marco esegue il suo perfetto ritornello di sinistro. E se Sanremo è Sanremo, anche San Siro è San Siro (ho una certa, e posso chiamarlo ancora così).

Mi siedo contento del vantaggio, e osservo la gente che passa, il mio cinema all’aperto. Tanta gioventù, zero bambini, zero cani. Tutti sembrano pronti a fare After, venuti già dormiti. Di quello che succede dentro l’Ariston sembra non fregare a nessuno. Noi sappiamo solo che Chiello ha suonato per secondo, e avendo la certezza che non sarà tra i vincitori sarà già fuggito. Magari dalla porta sul retro del teatro.

I nostri panini sono pronti. Il Ragazzo e la Ragazza volano a prenderli. Gonfi e rotondi, per qualche minuto è solo un masticare con gemiti di soddisfazione. La fame, la brezza dal mare, il primitivo in circolo, la cerchia degli affetti e la serata da conquistare: tutto contribuisce alla definizione di Miglior panino con Hamburger mai mangiato. Anche la verità è di passaggio.

Carburati il giusto è il momento dell’Hotel de Paris, vicino al Casinò. Il collega di turno del nostro amico della sicurezza è stato avvisato che arriverà una ragazza in cerca di Chiello.

Sotto le mura color panna sono già appostate una trentina di persone. Le finestre con le luci accese, le sagome che si muovono dentro, la Ragazza crede di aver visto Chiello passare nel rettangolo di vetro. Va dagli uomini in divisa dietro il cordone di delimitazione. Uno di loro si avvicina. La vedo sorridere, muovere la testa, con la sua bella camerona al collo, indicare la breve scalinata che finisce sul balconcino d’accoglienza, dove stanno fumando i musicisti della band di Chiello, che lei riconosce. Il collega del nostro amico non può farla entrare, ma va lui a intercedere. Torna con la conferma che suoneranno alla una e mezza, all’Agonia. I tre la guardano da su, è una gran bella figliuola, dal balcone le rivolgono la parola, ed è lampante che fosse per loro la farebbero entrare subito. Chiello è in camera. Starà facendo un mezzo party, dice la Ragazza. After o party, il soggetto le ispira la bisboccia estrema. Il Ragazzo è un po’ geloso, ma lo tiene per se. Non ostacola nulla. Anzi, accompagna la Ragazza nel retro, dove lei studia un modo alternativo per entrare. Tornano dopo qualche minuto. Lei parla di un muretto basso, da scavalcare, ed esclama convinta: La notte la passeremo qui, all’Hotel! Lui la guarda con una forma di curiosità, e sorride. Noi genitori la guardiamo con scetticismo e tenerezza. Se provi scavalcare, la notte la passi in questura, dico. ‘Perché a vent’anni si è stupidi davvero, quante palle si ha in testa a quell’età’, cantava uno che a Sanremo non l’hanno mai visto.

Poi mi scatta l’urgenza, e sono io a scavalcare, il muretto sul lungomare: trovo riparo sotto la chioma di una palma e lascio partire il mio canto libero.

Si è fatta quasi mezzanotte, urge qualcosa da bere, torniamo sul Viale Matteotti, pieno di gente come fosse un sabato primaverile di shopping e scendiamo in via Gioberti, da Drinx. Cocktail fatti con precisione e sentimento, bottiglieria dietro il banco da starsene lì a contemplarla, le ragazze sempre col sorriso e la parola garbata. Lui affabile, ma non compagnone. Ha un passato milanese.

Tutto strapieno, dentro e fuori. Ma la fortuna aiuta gli assetati e si libera un tavolo da due, nel quale la ragazza riesce a farci stare in quattro.

Due Gin Tonic, le donne, il Ragazzo uno Sbagliato, io prendo un Moscow Mule, perché mi piace la composizione in rame lucido, e perché la vodka mi rende lucido. Parliamo di noi. Di prime volte. A cuore aperto.

Vado a pagare che è quasi l’una. Il gestore, sopraffatto, dietro il bancone, chiama le due ragazze e dice loro di non far entrare più nessuno. Altrimenti non andate più a casa. Dice esattamente così. Deduco che ha promesso loro che a una certa sarebbero andate a fare After, in libertà. Chapeau.

All’Agonia riusciamo ad arrivare al cordone che separa la saletta con il palco. Ma è una calca. Continua a entrare gente, e nessuno può evaporare. La testa del Ragazzo svetta, e fa da bussola. Ed ecco che compare sulla porta Chiello, scortato dai ragazzi del locale: l’espressione che ho imparato a riconoscere, di chi è costretto a vivere, e pure a divertirsi. Lo trasportano fino alla punta del banco, nell’angolino. Rocco Modello sorseggia da una cannuccia, non parla con nessuno, una ragazza urla: Vuoi fare l’amore con me, stasera!, lui abbozza un sorriso, mantenendo lo sguardo sul drink. Dieci minuti scarsi ed è l’ora: una e trenta. Il pertugio si apre per farlo entrare nella sala con gli strumenti.

Per fortuna non mi vedo da fuori, sessant’anni suonati pigiato a ragazzi che hanno tutti vent’anni o giù di lì.

La sala si riempie in pochi secondi, sarà poco più grande di una cantina, e noi quattro restiamo alle corde, letteralmente. Mi umilio e dico a voce alta di infilarsi più in fondo, come fossi alle porte di un vagone della metropolitana quando sono tutti al pelo ma dentro c’è ancora spazio. E arriva ancora la fortuna. O meglio, è venuta a Sanremo con noi. Quello che dev’essere il gestore del locale, ci indica contandoci: Venite con me! Ci porta fuori, e ci fa passare dalla porta sul retro, poi mi fa poi un segno di ok, che rilancio. Un mix di rispetto e pietas, per l’anzianità che si espone. Oppure, e anche, pensa che io sia uno importante, ed è ruffiano preventivo.

Il Ragazzo vede dal suo periscopio. La Ragazza sale in piedi su una poltroncina nell’angolo in fondo, la felicità le incendia le guance. Mia moglie, in piumino rosso fluo, è sotto di lei. Io mi incastro in un angolo, dal quale intravedo solo spiragli dal palco, ma chissenefrega, ascolto e respiro quello che sta ascoltando e respirando la mia amata Ragazza. Un vissuto che conosco e riesumo. Vibrante e scomodo. E mi sale una specie di soddisfazione, quel gusto della vittoria, amplificato dal suono ruvido, essenziale della band e dalla canzone che ha portato al festival e che qui suona diversa. Mi piace. Godo della dimensione cantina. Mi mancava! Il giovanissimo di fianco a me lo chiama, gli dice qualcosa tipo Ti vogliamo bene, ti seguiremo sempre!

‘Ti penso sempre, voglio disinnamorarmi.’

A Sanremo l’amore è un trionfo, Rocco! E tu invece vuoi sconfiggerlo.

Quattro pezzi, che tutti cantano a memoria. Il bis è chiesto invano. Era programmato così. Lui saluta, e ringrazia tanto, è riconoscente di questo amore, di quelli che non deve disinnescare. Lo sento quanto sia sincero. E quanto sia distante da quella messinscena dalla quale è stato espulso qualche ora fa. Il fallimento è un grembo, vorrei dirgli, rubando le parole a Manuel, che su quel palco è salito con molti più astuzia e anticorpi di lui.

Resto sulla porta del retro, che ora è aperta. Tra il dentro e il fuori. Mi viene naturale. La Ragazza è fuori, Chiello è lì, con i tre musicisti intorno, ma lei non ha la canna per sfondare la cerchia e fare quello che deve. Per questo ci pensa il coltellino svizzero: infilza la cerchia e chiede a Chiello di venire fuori. Lui sembra percepire un comando, un qualcosa che deve sapere, da quella che potrebbe essere sua madre, e quando supera i suoi, mia moglie gli si mette di fianco e la Ragazza può scattare la foto. Un attimo, e le parti si invertono, ed è il momento della Ragazza con lui, sua madre alla macchina. Un divertimento traspare dal sorriso annuvolato di Rocco, come quello di un bambino con la febbre. La Ragazza ce l’ha invece infuocato, vergogna ed esultanza alla pari.

Missione compiuta, per quel che mi riguarda.

Il padrone del locale mi affianca, vuole sapere da me. Io dico che anche Vasco è arrivato ultimo, poi ha riempito gli stadi. La frase gli piace. Ride, e annuisce. Chi sono, un Nessuno, non lo saprà mai.

Chiello sparisce. La Ragazza ha gli occhi come fari, le guance come il velluto steso dietro il palco. Il Ragazzo dice Che bello che eravate qui anche voi. Mia moglie e io. E a noi la serata vissuta basta e avanza. Sono le due abbondanti. La navetta potrebbe anche forare di un po’, abbiamo sentito. L’alternativa sarebbero 50 minuti a piedi o il taxi. Ma si vocifera che sia un’impresa trovarne uno.

La Ragazza vuole tornare all’Hotel de Paris. Tanto alle cinque e mezza torna il servizio autobus, quello normale. After doveva, e After sarà.

Sottobraccio, io e la donna dalla quale non voglio e non posso disinnamorarmi, a passo svelto, sulla ciclopedonale vuota, la nostra passerella personale, scortati dal mare che si confonde con il cielo.

In lontananza ci sembra di intuire un muoversi di esseri umani. Acceleriamo il passo, e spunta la sagoma di una navetta. Siamo salvi. Sprofondiamo nei sedili davanti, sono le tre meno venti, questa è l’ultima che parte. La fortuna è la 34esima funzione del coltellino.

Un ragazzo batte sulla portiera, un attimo prima di partire, l’autista apre: è strafatto, di un po’ di cose, ha un accento dell’est, sta parlando al cellulare, farfuglia, chiede se va a Sanremo. L’autista, anche lui con un passato dell’est, dice che Sanremo è questa, e noi si va ad Arma, Hai la fascetta? gli chiede. Il giovane non capisce di che parli, ma capisce di non averla. Allora non puoi salire, mi dispiace, aggiunge l’autista, che avrà una quarantina d’anni, e tanta stanchezza. Nemmeno il tempo di chiedere clemenza all’autista che il ragazzo si è già messo a correre, sulla ciclabile, disarcionato, mantenendo il telefono all’orecchio.

Sono stato anch’io al suo posto e l’autista era un altro, dice l’autista. È giovane, arriverà a casa, chiosa.

Educazione balcanica.

Quando gli siamo dietro, il ragazzo si scansa e inquadro il suo sguardo smarrito.

Non sappiamo nemmeno chi ha vinto. Ma siamo sulle tracce di chi ha perso.

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