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Musica

Le utopie scadute

di Dino Villatico

Riascoltare oggi musiche che evocano le speranze degli anni ’70 dl secolo scorso fa riflettere su quanto esse siano ormai memoria, illusione, progetti scaduti.

19 Febbraio 2026

Che cosa hanno in comune Franz Joseph Haydn e Frederic Rzewski? Niente, salvo il fatto di essere il primo, come già aveva intuito Goethe, la realizzazione più completa in musica dei principi dell’illuminismo, e il secondo, statunitense dl XX secolo, il sognatore di un’utopia ugualmente illuministica che però era destinata a non realizzarsi mai. Emanuele Arciuli li ha riuniti in una stessa serata, per i concerti da camera dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, a Roma. E tutti e due i compositori affrontano la forma della variazione, forma dalla quale del resto è nata, nel Cinquecento, la musica strumentale, e in particolare quella per tastiera. Haydn porge su un piatto d’oro a Beethoven l’idea che nella trasformazione di un tema stia tutta l’importanza di un brano musicale. Solo che per il compositore austriaco il tema non è ristretto, come sarà per i romantici, quasi al solo profilo melodico, ma comprende tutti i parametri musicali che lo compongono, campo armonico, struttura ritmica, definizione degli intervalli. Basta lavorare su un solo di questi parametri e il tema resta riconoscibile. Come accade nelle sue sinfonie, nei suoi quartetti, nelle sue sonate per pianoforte. Nell’Andante con vaiazioni in fa minore, opera tarda, del 1793, si respira un concentrato di quest’arte. A cominciare dalla presentazione dei due temi che saranno variati, il primo in fa minore, il secondo in fa maggiore: in realtà già il secondo tema è una trasformazione, una reinvenzione del primo. Le due variazioni che seguono di ciascuno si concludo con una gigantesca coda che ha tutto l’aspetto e la sostanza di una rielaborazione. In altri termini, tutta la composizione è strutturalmente concepita come una perpetua modifica delle prime battute. Un trionfo dell’intelligenza, come bene dice Goethe, ma anche un’abissale discesa nei meandri della coscienza: negativo e positivo si bilanciano, ma la conclusione è aperta, ed è tutt’altro che rassicurante. Come in Goethe, essere illuministi non significa automaticamente sposare la positività di una Ragione che organizza tutto. Questa è un’idea semplicistica dell’illuminismo. La Ragione non domina il mondo, né per Goethe né per Haydn, e nemmeno per Voltaire, per Diderot, per Mozart, per Beethoven, ma ci aiuta a conoscerlo, a capirlo, anche nei suoi lati oscuri. Arciuli ama molto questa pagina, che infatti propone spesso. La forza analitica del suo pianismo ne sviscera tutte le pieghe, soprattutto con la mutevolezza del tocco che distingue le singole voci e mette in evidenza i percorsi armoni, i contrasti, le tensioni introdotte da dissonanze che rinviano la risoluzione. E qui Arciuli fa irrompere l’utopia quasi selvaggia dello statunitense di origine polacca Frederic Rzewski. The People United Will Never Be Defeated! 36 variazioni su “El pueblo unido jamás será vencido”, canzone del cileno Sergio Ortega, che negli anni ’70 del secolo scorso fu quasi l’inno di ogni oppositore alle dittature fasciste, come quella che con un colpo di stato s‘instaurò in Chile nel 1973. Sono una sorta di monumento, perfino ingenuo, alla ribellione, alla resistenza contro ogni forma di fascismo. I modelli sono sublimi, e vogliono essere un punto di riferimento: le 30 Variazioni Goldberg di Bach e le 33 variazioni Diabelli di Beethoven. Ma solo idealmente. Musicalmente Rzweski compie una sorta di storia, di sintesi della storia della musica dell’Occidente, compresi il jazz, la scomposizione delle avanguardie darmstadtiane, la canzone di protesta. Ed è un ascolto travolgente, anche perché la furia analitica di Arciuli scopre tutte le carte, denuda tutte le seduzioni, riannoda tutti i fili di una stagione musicale in cui si sperava, e si credeva che con la musica si potesse cambiare il mondo. La nuova musica era la messaggera di un nuovo mondo. Qualunque fosse questa novità, bastava che appunto fosse qualcosa di nuovo. Un’utopia, certo. Ma non nel senso che non sta in nessun luogo, quanto in quello, concreto, che è un modello al quale si può guardare per costruire appunto questo qualcosa di nuovo. Nel riascoltare, oggi, quel sogno che scambiavamo per utopia realizzabile, ci si sente sprofondare in un’amarezza senza limiti, un disincanto che ha tutta l’aria della disperazione, alla lettera: nessuna speranza. Non già di un mondo nuovo, ma anche solo di un mondo meno brutto, meno violento, meno rancoroso, in una parola, meno cattivo, più vivibile. E arrivano i bis: Minstrels, di Debussy, la musica, anche qui, di un passato estinto, il jazz nei caffé notturni di Parigi. E poi il secondo bis, la musica di un nativo americano. E il pessimismo si fa certezza di una realtà che oggi sembra schiacciare ogni altra di diverso colore. Uno scrittore messicano di notevole spessore, Âlvaro Enrighe, ha scritto un bellissimo romanzo sui nativi americani: Ahora me rindo y eso es todo, Barcelona, Anagrama, 2018 (in italiano Adesso mi arrendo e questo è tutto, Milano, Feltrinelli, 2021). Racconta la resa di Geronimo, il capo degli Apache. Il “succo” del romanzo è semplice: la nostra civiltà, la civiltà degli USA, del Messico, dell’Occidente, di cui meniamo vanto, si fonda sull’estinzione, sulla soppressione delle civiltà che l’hanno preceduta, o dal rinchiuderne i superstiti in una riserva. La loro felicità. ma anche la loro infelicità, come la nostra, sono armamentario da museo.

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