Storia
Bontempelli e il rifiuto delle leggi razziali
Nel 1938, mentre gran parte dell’intellettualità italiana si adeguava senza esitazioni alle direttive del regime, Massimo Bontempelli compì un gesto tanto semplice quanto clamoroso: disse no. Un no netto, pubblico, impossibile da confondere con una prudente presa di distanza. Fu il suo modo di opporsi alle leggi razziali, nel momento stesso in cui entravano in vigore.
Bontempelli non era un dissidente di professione né un oppositore marginale. Era un Accademico d’Italia, un nome centrale nel panorama culturale del fascismo, uno scrittore che aveva creduto — almeno per un tratto — nella possibilità di una modernità promossa dal regime. Proprio per questo il suo rifiuto pesa più di molte condanne pronunciate a posteriori.
Quando Attilio Momigliano, uno dei più autorevoli storici della letteratura italiana, venne estromesso dalla cattedra di Letteratura italiana all’Università di Firenze perché ebreo, il sistema si mosse con la consueta efficienza: un posto liberato doveva essere subito occupato. A Bontempelli fu offerta quella cattedra. Lui la rifiutò.
Non cercò scorciatoie, non invocò motivazioni personali. Il rifiuto fu chiaro e definitivo. In un’Italia che faceva finta di non vedere, Bontempelli si rivelò l’unico Accademico a non accettare una cattedra resa disponibile dalla persecuzione antiebraica. Un gesto che, da solo, spezza la narrazione di un consenso compatto e senza crepe.
Nello stesso anno, il 27 novembre 1938, durante la commemorazione di Gabriele D’Annunzio, Bontempelli pronunciò parole che suonarono come una sfida diretta al clima del tempo. Denunciò l’“obbedienza militaresca” diventata ormai costume nazionale. Non era solo una formula retorica: era una critica esplicita al modello di intellettuale imposto dal regime, ridotto a esecutore disciplinato di ordini politici.
In un contesto in cui il silenzio equivaleva a complicità, Bontempelli rimise al centro la responsabilità individuale. L’intellettuale, suggeriva, non può rinunciare al proprio giudizio senza rinunciare a se stesso.
Il regime non dimenticò. Bontempelli venne espulso dal Partito Nazionale Fascista e colpito da un anno di interdizione dalla scrittura. Fu costretto a lasciare Roma e a trasferirsi a Venezia, in una condizione di isolamento che segnò la fine del suo ruolo ufficiale nella cultura di regime.
Non si trattò dunque di un gesto simbolico o innocuo. Quel rifiuto ebbe conseguenze concrete, pagate in prima persona, quando opporsi significava perdere protezioni, incarichi e visibilità.
La posizione di Massimo Bontempelli contro le leggi razziali non cancella le ambiguità della sua biografia né il suo iniziale coinvolgimento con il fascismo. Ma introduce una frattura decisiva: dimostra che anche all’interno del sistema era possibile scegliere, e scegliere contro.
Nel momento più buio, quando l’ingiustizia diventava legge e la carriera chiedeva silenzio, Bontempelli scelse il rifiuto. Un gesto asciutto, senza proclami, che ancora oggi resta una delle testimonianze più limpide di come la dignità individuale possa incrinare anche i regimi più compatti.
Il dopoguerra non restituì a Massimo Bontempelli una piena riabilitazione pubblica. Nel 1948 venne eletto senatore nelle liste del Fronte Democratico Popolare e sedette tra le file del Gruppo Democratico di Sinistra, ma quella stagione durò poco. Nel 1950 la sua nomina fu invalidata: nel 1935 aveva curato un’antologia per le scuole medie e la legge elettorale dell’epoca stabiliva che non potessero candidarsi, per cinque anni dall’entrata in vigore della Costituzione repubblicana, gli autori di libri e testi scolastici di propaganda fascista.
Fu una conclusione paradossale e dolorosa. L’uomo che aveva pagato di persona il rifiuto delle leggi razziali, che aveva detto no quando il consenso era obbligatorio, veniva escluso dalla nuova Italia repubblicana per un atto compiuto anni prima all’interno del sistema. Una chiusura amara, che restituisce tutta la complessità — e la contraddizione — di una figura incapace di adattarsi fino in fondo tanto alla dittatura quanto al suo dopo
Oppure la vendetta di coloro che accettarano senza fiatare le cattedre e gli impieghi pubblici degli italiani di religione ebraica. Coloro che aprofittarono delle leggi anti ebraiche e poi si scordarono di restituirle ai sopravvisuti. Bontempelli non fu un’eroe era una persona giusta e come tutti i giusti subisce solo torti
Devi fare login per commentare
Accedi