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Teatro

Crave, sa ancora inquietarci

di Paolo Randazzo
19 Febbraio 2026

Modena. Al di là della considerazione dell’importante sfida teatrale, nel riflettere sullo spettacolo Crave, costruito e quindi proposto dall’attrice italo-americana Leda Kreider sulla scena del Teatro delle Passioni di Modena, dal 10 al 15 febbraio, occorre partire, non tanto dalla torrenziale ricchezza del testo – la celeberrima pièce di Sarah Kane del 1998, nella traduzione di Barbara Nativi – quanto dalla concettualizzazione che vi è operata. Una concettualizzazione dura, necessaria, inquietante e tale sia per l’artista in scena sia per il pubblico. Formalmente sono due i pilastri su cui si regge questo lavoro: da una parte il riportare (non riassumere e nemmeno ridurre) le quattro voci (A author, abusator, B boy, C child, M mother), attraverso cui si dipana il testo, all’interpretazione di una sola attrice, che le attraversa col corpo e con la voce, che sa riconoscerle in sé (una di esse anzi, C, viene lasciata proprio in inglese perché appunto la Kreider è bilingue), sa distinguerle e articolarle, sa farsi contagiare dalla loro torbida, febbrile, perturbante violenza; dall’altra parte il contrapporre a quella torbida violenza la pulizia e la nettezza della costruzione dello spettacolo. Non c’è un racconto definito, ma si inseguono e giustappongono frammenti di vicende tremende e oscure di pedofilia, di sesso incestuoso, di desideri inconfessabili, di sordida violenza, di estremo disordine morale. Così alla torbida violenza del testo e della sua interpretazione (quest’ultima non sempre sufficientemente forte) sembrano riferirsi l’impianto sonoro (curato da Gianluca Agostini) e le musiche, molto interessanti, composte ed eseguite al violino da Virginia Sutera. Al contrario l’apparato scenico si allinea alla pulizia della costruzione registica: il mood bianco su bianco del costume semplicissimo e della scenografia di Paolo Di Benedetto, le luci fredde di Lorenzo Maugeri. Fin qui tuttavia, al di là dell’aggettivazione, si è data poco più che una descrizione di questo spettacolo, ma una recensione deve concentrarsi responsabilmente sulla necessità che esso trovi e assuma un suo senso autentico nella realtà e che questo senso sia autonomo – e appunto necessario – anche rispetto alla drammaturgia da cui scaturisce. Sarebbe molto facile, anzi sarebbe oggettivamente banale, trovare questa necessità nelle cronache di questi giorni colme di violenze e di pornografia di ogni tipo, colore e sapore. Ciò che appare importante notare è che la netta costruzione dicotomica dello spettacolo allude, abbastanza scopertamente, a un processo di normalizzazione “amorale” e di depoliticizzazione irresponsabile della violenza che sta attraversando globalmente l’umanità: «…non sei una cattiva persona, solo pensi troppo…». Un processo disumanante con il quale il teatro e l’arte in generale non possono fare a meno di confrontarsi, al quale devono contrapporre un rifiuto consapevole del dominio fascista della pornografia della violenza e che hanno il dovere di processare esteticamente: «… un orrore così profondo può essere frenato solo da un rito». Veramente tanta roba: pensiero, denuncia, protesta, colta consapevolezza, assunzione di responsabilità morale e politica, sguardo fermo e pietoso sulla realtà. Kreider sembra aver piena contezza di questa forza concettuale e di certo, nell’assestarsi dello spettacolo, saprà dare ad essa ulteriore evidenza.

Crave. Teatro delle Passioni – Modena. Dal 10 al 15 febbraio, Prima assoluta. Di Sarah Kane, traduzione Barbara Nativi, regia e interpretazione Leda Kreider. Produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, TrentoSpettacoli. Crediti fotografici di Luca Del Pia

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