Modena. Al di là della considerazione dell’importante sfida teatrale, nel riflettere sullo spettacolo Crave, costruito e quindi proposto dall’attrice italo-americana Leda Kreider sulla scena del Teatro dellePassioni di Modena, dal 10 al 15 febbraio, occorre partire, non tanto dalla torrenziale ricchezza del testo – la celeberrima pièce di Sarah Kane del 1998, nella traduzione di Barbara Nativi – quanto dalla concettualizzazione che vi è operata. Una concettualizzazione dura, necessaria, inquietante e tale sia per l’artista in scena sia per il pubblico. Formalmente sono due i pilastri su cui si regge questo lavoro: da una parte il riportare (non riassumere e nemmeno ridurre) le quattro voci (A author, abusator, B boy, C child, M mother), attraverso cui si dipana il testo, all’interpretazione di una sola attrice, che le attraversa col corpo e con la voce, che sa riconoscerle in sé (una di esse anzi, C, viene lasciata proprio in inglese perché appunto la Kreider è bilingue), sa distinguerle e articolarle, sa farsi contagiare dalla loro torbida, febbrile, perturbante violenza; dall’altra parte il contrapporre a quella torbida violenza la pulizia e la nettezza della costruzione dello spettacolo. Non c’è un racconto definito, ma si inseguono e giustappongono frammenti di vicende tremende e oscure di pedofilia, di sesso incestuoso, di desideri inconfessabili, di sordida violenza, di estremo disordine morale. Così alla torbida violenza del testo e della sua interpretazione (quest’ultima non sempre sufficientemente forte) sembrano riferirsi l’impianto sonoro (curato da Gianluca Agostini) e le musiche, molto interessanti, composte ed eseguite al violino da Virginia Sutera. Al contrario l’apparato scenico si allinea alla pulizia della costruzione registica: il mood bianco su bianco del costume semplicissimo e della scenografia di Paolo Di Benedetto, i frammenti video di Raffaella Rivi, le luci fredde di Lorenzo Maugeri. Fin qui tuttavia, al di là dell’aggettivazione, si è data poco più che una descrizione di questo spettacolo, ma una recensione deve concentrarsi responsabilmente sulla necessità che esso trovi e assuma un suo senso autentico nella realtà e che questo senso sia autonomo – e appunto necessario – anche rispetto alla drammaturgia da cui scaturisce. Sarebbe molto facile, anzi sarebbe oggettivamente banale, trovare questa necessità nelle cronache di questi giorni colme di violenze e di pornografia di ogni tipo, colore e sapore. Ciò che appare importante notare è che la netta costruzione dicotomica dello spettacolo allude, abbastanza scopertamente, a un processo di normalizzazione “amorale” e di depoliticizzazione irresponsabile della violenza che sta attraversando globalmente l’umanità: «…non sei una cattiva persona, solo pensi troppo…». Un processo disumanante con il quale il teatro e l’arte in generale non possono fare a meno di confrontarsi, al quale devono contrapporre un rifiuto consapevole del dominio fascista della pornografia della violenza e che hanno il dovere di processare esteticamente: «… un orrore così profondo può essere frenato solo da un rito». Veramente tanta roba: pensiero, denuncia, protesta, colta consapevolezza, assunzione di responsabilità morale e politica, sguardo fermo e pietoso sulla realtà. Kreider sembra aver piena contezza di questa forza concettuale e di certo, nell’assestarsi dello spettacolo, saprà dare ad essa ulteriore evidenza.
Crave. Teatro delle Passioni – Modena. Dal 10 al 15 febbraio, Prima assoluta. Di Sarah Kane, traduzione Barbara Nativi, regia e interpretazione Leda Kreider. Assistente alla regia Antonio Perretta, scene di Paolo di Benedetto, progetto sonoro di Gianluca Agostini, musiche composte ed eseguite al violino da Virginia Sutera, visual Raffaella Rivi, luci Lorenzo Maugeri. Produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, TrentoSpettacoli. Crediti fotografici di Luca Del Pia
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