Teatro
Metadietro: verso un delirio perfetto
Metadietro, spettacolo metateatrale e metafisico di Antonio Rezza e Flavia Mastrella, in un commento retrodatato e prospettico. Visto al teatro Arena del Sole di Bologna, il 25 gennaio 2026, attualmente in tour.
Ma il mio destino è vivere
balenando in burrasca
da Gabbiani, di V. Cardarelli
Il teatro di Antonio Rezza e Flavia Mastrella è sempre origine di una gioia oscura e farneticante; davanti a un loro nuovo lavoro io li voglio incontrare, fargli domande, perché dal loro palco continua a fluire una forma d’arte indefinitamente potente, voce di un dissenso vivace, di una libertà e un’espressività vere e mirabolanti. Un’arte del delirio perfetto, la (non) rappresentazione di un cosciente e continuo naufragio generale, fatto di corpo, di suono e assenza narrativa.
Il titolo del nuovo lavoro è stato il primo richiamo, annunciato durante l’estate scorsa dalla voce di Antonio Rezza nel dopo-Pitecus portato all’Arena delle balle di paglia nel ravennate: Metaditero. Prismatico, pneumatico, perforante. Ma anche trascendente, profondo, depistante: un titolo intelligente, inafferrabile, non a titolo di niente.
Prima di assistere alla quarta replica della domenica pomeriggio (la più soporifera secondo l’occhio teatrale che fu di Ennio Flaiano) all’Arena del Sole di Bologna, ho fatto qualche domanda ai due autori, inscindibili e autonomi nella gestazione del lavoro, così come in questo scambio telefonico: più per approssimarmi al lavoro che avrei visto l’indomani, che per indagarne le intenzioni. Ma anche per rispondere io di un tentativo di recensire l’inafferrabile, l’inenarrabile che è l’anima occulta dei loro lavori. Si potranno raccogliere entusiasmi o fecondi fastidi, si potrà stimare di Metadietro la portata artistica, ma recensire i lavori di Rezza-Mastrella a me è sempre parsa un’avventatezza. Dunque non una recensione ma una ricognizione, un riconoscimento di talento e di libertà ancora una volta espressi da una testimonianza diretta.
L’intervista
Antonio, il titolo Metadietro, superate le interpretazioni più immediate, può essere una reazione al razionalismo modernista? Contiene una vena di nostalgia del passato?
A.R: No, nessuna nostalgia. Le opere che facciamo noi sono sempre postmoderne, perché sono senza retorica, sono innovazione pura; anche questo lavoro surclassa l’opera codificata, non ha un codice espressivo che presupponga la condivisone di una tematica. Andiamo oltre la modernità… Metadietro è anche una posizione dello spettacolo, solo apparentemente retrostante, dominante a livello poetico: la presenza di un attore come Daniele Cavaioli conferisce una poesia che senza di lui lo spettacolo non avrebbe avuto, e questo ha sorpreso anche me durante le prove. E’ l’ennesimo salto in avanti accidentale, involontario rispetto a quello che abbiamo fatto in passato; riusciamo anche stavolta a porci oltre quello che abbiamo fatto… Rispetto alla tua domanda, noi classicizziamo semmai le opere del passato, replicandole ancora a partire dalle prime, rendendole immortali, ma senza mai voler retrocedere a loro.
Il corpo di un perfomer e il tempo: riesci a immaginare soluzioni portate dalla tecnologia cyborg per contrastare il decadimento fisico? Puoi immaginare componenti biomeccaniche per il ripristino di abilità fisiche e cognitive eventualmente degenerate nel corso degli anni? Intendo un’evoluzione cyborg del corpo di Antonio Rezza.
A.R: Nel caso questa trasmigrazione dovrebbe avvenire il prima possibile, nel raggio di qualche anno; un cybercorpo a 70 anni no, che me ne farei?… dovrebbe avvenire adesso questa infiltrazione meccanica, e mi dispiace, non credo che sia già pronta… Tra 15 anni le cartilagini saranno in dirittura d’arrivo, e certo ci vorrebbe un corpo efficiente a oltranza; per questo mi curo molto da anni, specie prima di arrivare sul palco – momento che resta unico per me – mi tratto bene, non bevo, non fumo (solo una sigaretta dopo lo spettacolo), faccio tutto il possibile per mantenermi in forma, mi alleno molto, ma devo stare attento al bilanciamento corpo-mente: senza le idee il corpo non serve a niente e viceversa, quindi è un continuo discorso di bilanciamento.
La tua relazione con la tecnologia e l’IA nella quotidianità?
A.R: Credo che l’IA sia stata creata soprattutto per dar vita a una generazione di megalomani ignoranti, frustrati, che sarebbero appunto i futuri giovani; per ora non soppianta la libera inventiva, ma tra pochi anni potrebbe essere così… e noi cresceremo una generazione di megalomani che credono di sapere fare qualcosa solo perché assistiti da un programma… contenti di non saper far le cose, il che rappresenta una resa… ma a me non può riguardare quello che accadrà all’umanità in futuro, non posso preoccuparmi di quello che sarà… se io non ci sarò più, non potrò far niente per l’umanità che verrà… faccio molto per me stesso, per mantenermi puro, integro e per quelli che ho intorno adesso, ho anche un figlio di 17 anni… Dirmi preoccupato del futuro dell’umanità sarebbe una menzogna spregevole, un’ipocrisia, far finta di preoccuparmi di quello che verrà. La tecnologia non la sento come minaccia, non me ne importa niente… non l’avverto come pericolo per la mia liberà personale, faccio ancora quello che mi pare.
La denuncia politica e sociale che molti artisti portano avanti a voi non appartiene, giusto? Non vi schierate.
A.R: Non voto da anni, non riconosciamo l’esistenza di un potere, una gerarchia; per me non esistono le istituzioni, sono forme arcaiche mentali per cervelli meno sofisticati: non può esistere il rapporto con l’istituzione, almeno non è sano da parte mia… ma nemmeno parlerei di anarchia, c’è un disinteresse verso formule di pensiero rudimentali come quelle legate alla politica, che fa leva sul compromesso… Mi sento disinteressato a queste forme minori del pensiero.
So che Metadietro prevede un equipaggio che si ammutina, annega, scompare, riusciremo a capire cosa gli succede?
A.R.: Non si sa se sia un equipaggio vero o se siano voci, supposizioni: resta l’incertezza… è un equipaggio della mente, un equipaggio di spettri, si deve per forza travisare.
La scintilla di questo nuovo lavoro quale è stata?
A.R: Anche stavolta tutto è partito dal caso, dal primo giorno di prove in uno spazio maggiore è stato rifatto tutto e trovato il titolo, anche grazie al nuovo allestimento di Flavia.
A volte sembra ti voglia scagliare contro il pubblico, qualcuno ha parlato addirittura di astio, io credo sia altro: che sentimento ti lega a un pubblico fedele e sempre in crescita?
A.R: Non c’è mai astio, anzi il pubblico è la mia energia, il mio stimolo profondo; io lo amo il pubblico, ma non posso dimostrarlo capisci? Che poi sembra la voglia portare dalla mia parte, non sarebbe giusto no?
Flavia, quali sono state le suggestioni e le intuizioni rispetto all’idea della navicella-nave-canoa?
F.M: Dato il momento storico, ho pensato proprio a un pentagono che si trasforma per tutte le situazioni possibili, che si accorda alla situazione politica internazionale ovviamente, e che poi Antonio ha percepito per quello che era, una forma di potere che cambiando annulla l’impresa dell’eroe, la sua volontà, perché alla fine c’è un eroe che viene distrutto. Considera che anche stavolta l’incontro tra habitat e performance è avvenuto nel momento delle prove, prima io e Antonio quasi non parliamo, lavoriamo separatamente.
Si coglie in te un afflato umano e politico molto forte, è così?
F.M: Certo, c’è in me una forte attenzione al comportamento umano; mi occupo di comunicazione, anche di movimenti politici… ma io e Antonio non ci schieriamo, ci sentiamo indipendenti, io però ho una posizione politica: sono anarchica… negli ultimi anni schierarsi politicamente è puramente ridicolo, il concetto di politica si è deformato; schierarsi sembra far parte di una squadra di pallone, il livello è quello della tifoseria calcistica; non ci sono programmi politici veri e propri, i politici bramano il potere senza curarsi di presentarne gli obiettivi diretti alla comunità.
Il tuo rapporto col digitale rispetto agli habitat, anche rispetto all’ultimo lavoro?
Questo lavoro muove dalla fascinazione digitale… ho fatto un viaggio virtuale, mi sono occupata anche di allestimenti immersivi, ho cercato di trasformare in materia scenica quel senso di fascinazione che l’IA suscita, includendo però anche dei significati ulteriori, cosa che con l’arte digitale non è possibile; questa fascinazione ti porta altrove e affascina ma poi funziona a teatro solo in questa ottica di stimolo… per me tutto è materia, anche i pensieri, le parole… mi avvalgo della tecnologia ma il teatro non le è compatibile perché è primariamente corpo, fisicità… magari prendo l’idea dalla tecnologia digitale e la trasformo in materia… In questo lavoro le persone non si vedono, si parla a voci digitali, come facciamo quotidianamente; le voci sono attive, le udiamo, ma sono incorporee: sono presenti ma incorporee e questo allontanamento dal corpo è uno dei messaggi che io e Antonio vogliamo ribadire. L’IA poi la uso nel quotidiano per conoscere la composizione delle medicine se ho qualche acciacco, o per le notizie che mi fornisce in modo veloce… quando lavoro agli habitat vado come in trance, faccio prima qualche ricerca, poi costruisco io gli oggetti… li faccio direttamente o con l’aiuto di un fabbro, di getto; molti sono costruzioni scultoree, preparo i materiali poi li costruisco, devono essere pratici e poco pesanti, pratici e anche belli (sorride n.d.r.). In questo nuovo lavoro c’è un anche un esplo in scena che diventa navicella, una specie di scultura prêt a porter come furono i rotolacampo, una scultura da asporto diciamo, che si apre al volo quando serve.
Mi sono fatto un’idea di purezza del vostro lavoro, anche di nostalgia, è corretto?
F.M: Non c’è nostalgia, ci scostiamo dal passato, c’è invece la percezione del presente, che non si usa molto nel teatro italiano dove l’oggi è sempre meno raccontato; magari noi si coglie qualche metafora che ci precede per parlare del presente in modo trasversale; agiamo di solito in modo frontale, senza nostalgia e senza pudore, ma la purezza c’è comunque, è lo stato d’animo con cui ci si offre alla narrazione.
Se ti dico anima cosa mi rispondi?
F.M: E’ una parola che in fondo mi appartiene, ma senza alcuna etichetta… mi sento spirituale a tratti, ma non spiritualista. Detesto la religione e ogni atteggiamento dogmatico riferito alla spiritualità.
In sala
Domenica 25 gennaio 2026, Arena del Sole di Bologna.
Siamo davanti al proscenio in attesa di partire, la platea mormora e si assesta; rosseggia il palco dominato dall’ecopentagono veleggiante e oggetti laterali che sdrammatizzano l’imponente struttura con la loro sfericità opalescente. Nell’attesa ripenso al titolo, metafonico, metateatrale, metaletterario, e qui Rezza potrebbe continuare fulminandomi, ingaggiando una delle sue sincopate digressioni attorno alla parola, musicandola, dilatandola… meteorico, metafisico, metamorfico, metastorico e così andando verso il mare aperto.
Comprendiamo subito qual è la posizione di questo lavoro, non retroguardia di sé stesso, non retrospettivo, forse retroattivo in termini di ridondanze possibili, una volta usciti dalla sala. Dentro l’habitat di Flavia Mastrella, questa volta di dimensioni più ampie, l’irrealtà è di conseguenza aumentata e l’ammiraglio Rezza, avviato all’azione attraverso un voicebot che replica la sua voce distorcendola, si prepara alla partenza verso mari e cieli immaginifici. La sua ugola risuona tra voci off e il mugolio sommesso del comandante che lo affianca poco dopo l’inizio (Daniele Cavaioli). E’ in scena la musicalità, una phonè che emerge solcando l’aria – decreterebbe un redivivo Carmelo Bene – che dà corpo al corpo e poi lo supera, nella maniacalità vocale che ferisce, che lo ulcera, prostrandolo ansimante sul ponte della nave a contar gli affanni.
L’ammiraglio è fasciato di blu elettrico, è scalpitante, ma in questa nuova performance è la voce – le due voci, ammiraglio e capitano in controcanto – ad esprimere più che a rappresentare la tragedia esteriore che compirà il viaggio. Improbabile – sarebbe un fallire ingenuo – imbastire una linea drammaturgica di Metadietro, salvo ripetere che anche questo lavoro si annuncia un superamento dei precedenti, una disfida all’essere al potere e al poter essere. Un parto dell’intelligenza naturale nella deriva artificiale di intelligenze altre. Questo è il (contro)potere di Rezza-Mastrella, il potere esprimere ciò che vogliono senza doverlo dire, senza la mediazione della logica, semmai della matematica, per non dar conto di niente oltre a sé stessi. L’alto generale assiste all’arrivo in scena del suo comandante vestito di una marsina verde ramarro; come lo vediamo apparire ci inteneriamo della sua postura scomposta, del suo inequilibrio, del ciondolare tenue, e progressivamente cadiamo dentro una poetica inedita nei lavori dei due artisti. Il capitano è una figura minuta, goffa ma di piena presenza, che da controfigura si fa piano piano contrasto poetico alle provocazioni virtuosistiche dell’ammiraglio, come alle sfide ginniche che finiscono per esaltare l’errore, l’errare sul palco come fosse apprendistato circense simulato. Dislessico più ancora che laconico, il capitano soprattutto accenna, biascica fonemi che si lasciano intuire e affinano l’orecchio; si articola in movimenti morbidi e disarmonici, riesce in espressioni di un’ebetudine sorniona, e così in poche battute conquista il pubblico fitto tra i rossi sedili della platea. Questo è un primo elemento di novità del lavoro che non si può dire si avviti su già oliate filettature, tutt’altro. Ci sono voci off di un equipaggio assente ma squillante, con le quali l’ammiraglio dialoga e così facendo parla al suo stesso far teatro, commenta dal palco l’impossibilità di variarne il repertorio vocale, perché registrato, invariabile. Torniamo sulla scena, un pentagono dinamico e snodabile, fornito di vele cangianti sotto i vari fasci di luci che vanno dall’inferno all’apogeo, fino ai paradisi artificiali del digitale; sarà prima veliero poi navicella e infine canoa, porterà i nostri dai mari affollati di naufraghi a spiagge gremite di cadaveri, dal Mato Grosso alla superficie lunare e tutto questo senza tralasciare elementi di ordinaria umanità come gli escrementi dei cani, segno evidente di una progressiva comunione biologica.
E’ un continuo naufragare dai toni divertiti e irriverenti, scevro da interiorizzazioni e da qualunque intenzione di uniformità narrativa; sono modulazioni dello sconforto e dell’oblio lontane dalle naufraghe allegrie di Giuseppe Ungaretti; desolazioni rese più dai suoni che dall’azione, sebbene anche questa non manchi; c’è anche una lunga deriva matematica durante lo sfioramento tra un alluce valgo e un giovane cadavere sulla riva nera dei migranti, esercizio contabile ricorrente che nella sua elementarità confonde le idee a un pubblico numericamente rilevante, già buon conto di se stesso. L’apollinea geometricità di scena e l’alta preparazione fisica del performer (sempre in mirabile forma) si alternano al dionisiaco animismo delle voci, che concertano gran parte del lavoro, con la musicalità stentorea dell’ammiraglio alternata alla dimissione fonetica del comandante. Non si ha il senso di una rappresentazione, di una finzione attoriale, ma dell’essere immersi dentro un delirio fluente, una tempesta invocata, dominata da una tecnica serrata e dal senso del ritmo. Il metateatro accade di nuovo per la caduta nel sonno di una spettatrice tra le prime file: l’ammiraglio sfodera le sue doti più caustiche trascinando la sonnolenza dell’avventrice fino al sipario, ma qui va detto – ricordando di nuovo Ennio Flaiano – che nel passaggio dalla veglia al sonno, lo spettatore riesce a cogliere la pura bellezza di uno spettacolo, scevra da filtri e orpelli imposti dalla coscienza. Dunque la signora colta nel sonno ha vissuto questo privilegio più volte, perché a più riprese destata e riconsegnata alla veglia estatica, a quello stato che definiva per l’acuto occhio di Flaiano lo spettatore perfetto.
La resistenza dei sensi e del cervello accaniti a voler cogliere, comprendere o anche solo divertirsi davanti a questo nuovo lavoro di Rezza-Mastrella viene vinta dal ritmo incalzante di un flusso sonoro e motorio ondivago, inenarrabile, questo almeno fino all’apparizione di Angelo Benedetto, eterea figura ospitata nella navicella-esplò frutto dell’estro creativo di Mastrella. Momento poetico l’apparizione dell’angelo dalle sembianze dell’ammiraglio: una sospensione spirituale davanti all’indistinto senso di naufragio universale, dove l’angelo Benedetto (o angelo Angelo) possa evocare una possibile salvezza solo a sterminio avvenuto, estinti da tempo gli eroi e consegnata ai cieli l’ultima caduca realtà; un angelo simbolo forse di un superamento terreno davanti all’illusione di un cielo beato. Il viaggio si chiude sugli ultimi cenni quasi borborigmi del capitano che decreta la fine in un monosillabo.
Riflessione del rientro
Una chiosa finale sulla moltitudine di spettatori davanti a questa nuova produzione di Rezza-Mastrella assieme a La Fabbrica dell’Attore e il Teatro Vascello. Un successo di pubblico a riconferma dell’interesse ampio e trasversale che suscitano i due artisti Leone d’Oro alla carriera nel 2018. Antonio Rezza e Flavia Mastrella, ognuno a proprio modo, sono capaci di un’arte che si fa politica evitandoci la retorica di ogni messaggio, sollevando dubbi, in un momento di palpabile disagio sociale e politco, che viene sollecitato a manifestarsi, a tempestare le proprie (in)certezze. In questo senso Rezza parla spesso di emulazione mancante, auspicando reazioni pubbliche, risvegli diurni al termine degli applausi.
RezzaMastrella rappresentano una rara conferma che a teatro può ancora essere smascherata la mesta spensieratezza di ordinanza, assieme ad ogni posa politica e moraleggiante, stravolgendo il politicamente corretto in una corrente di idee personali e contrarie, chiamando a sé un pubblico vasto ed eterogeneo come è stato nel caso dell’Arena del sole. Non occorre capire questo genere di teatro per coglierne l’implicito valore sociale, la corrosiva funzione liberatoria ed esorcizzante; Metadietro – metanarchico ed esplosivo come tutti i lavori che lo precedono – risveglia lo spettatore addormentato da un torpore mentale più o meno conscio, rianima una follia ribelle contro il disagio psicologico socialmente integrato e nutrito. Metadietro risuona sulle corde profonde dello spettatore, ridotte al silenzio da un ingannevole gioco di forze da cui esce schiavo blandamente contento.
Evocare i tanti inferni mediati dal web e dalla tecnocrazia, portarci sul baratro di risate laceranti con l’estro e la disinvoltura del corpo e dello spirito di questi due artisti, è un merito che – nonostante le sue necrosi – dobbiamo ancora riconoscere all’antica forza del Teatro, ancora oggi, mentre i magnati della rete vagheggiano cimiteri su Marte.


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