“Noi, italiani nel Venezuela violento di Maduro che ha spento anche il web”

1 Maggio 2017

“Tutto quello che sappiamo sulla situazione attuale del Venezuela arriva da amici e familiari che vivono all’estero e ci mandano notizie tramite Internet. Mercoledì scorso il canale Direct Tv è stato bloccato mentre stava raccontando che il paese è uscito  dall’Organizzazione degli Stati Americani e lo stesso è accaduto all’emittente Caracol, dove ora trasmettono una serie sul Comandante Chavez. Anche la Cnn in inglese e in spagnolo è oscurata”.

Teresa, 55 anni, ha la doppia nazionalità italiana e venezuelana e vive col marito a Maracay, città di mezzo milione di abitanti, molti dei quali figli della generazione spezzata dalla guerra e salita a bordo di una nave per l’infinito viaggio verso quello che allora era un paese colmo di promesse. Suo padre partì poverissimo nel 1954 dalla Campania e, diventato manager di una multinazionale del cotone, riuscì a conquistare la copertina della rivista americana ‘Life’.  I due figli di Teresa, poco più che ventenni, sono scappati negli Stati Uniti dove hanno chiesto l’asilo politico quando erano da poco iniziate le proteste di piazza contro il presidente Nicolas Maduro che hanno avuto come risposta una violenta repressione.

“Negli ultimi mesi, viviamo in una situazione di tensione estrema. Usciamo di casa solo per andare a lavorare e fare le spese necessarie. Dopo le sei della sera non si può stare in strada perché il rischio di essere aggrediti e derubati è altissimo. Il nostro incubo sono i Pran (acronimo per Preso, Rematado, Asesino, Nato), gruppi di detenuti paragonabili ai capi mafiosi che dal carcere istruiscono altri criminali a chiedere il ‘pizzo’ agli imprenditori e a commettere rapine e furti di auto. Otto miei amici sono stati aggrediti dai Pranes. Il governo li conosce ma fa finta di non vederli”.

Teresa ha partecipato alla protesta del 19 aprile, appoggiata anche dall’opposizione di centrodestra, la più grande manifestazione di popolo nel Venezuela degli ultimi anni. Ormai da un mese i venezuelani scendono in piazza quasi ogni giorno e almeno 30 persone sono morte in varie città del paese, molte delle quali colpite dai ‘Colectivos’, bande di civili armati che si fanno chiamare “guardiani della Rivoluzione”. “Girano con le moto e sono pagati dal governo per scagliarsi contro chi sfila in modo pacifico rubandogli portafogli e cellulari o arrivando anche a uccidere”.

In occasione del primo maggio, Teresa  spiega che, come sempre accade in questa ricorrenza “per via dell’altissima inflazione”, il governo “ha aumentato lo stipendio del 60% ai lavoratori pubblici e privati”. Questa volta però, forse per guadagnare consenso, il successore di Hugo Chavez “ha concesso un aumento più alto del solito che è del 40%, massimo 50%”. Soldi che non servono ai lavoratori per curarsi perché “nelle farmacie non si trovano nulla, nemmeno i farmaci per il cancro, gli antibiotici, l’insulina, le pastiglie per la pressione. Gli ospedali pubblici non hanno  materiale medico, se hai una persona ricoverata devi portarle tu le medicine. Non ci sono neppure pannolini e latte per i bambini. Quando arriva, le code sono così lunghe  che non basta per tutti. E’ terribile. In questo momento non vedo una via d’uscita”.

Manuela D’Alessandro

TAG: venezuela
CAT: diritti umani

Un commento

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  1. tom-joad 3 anni fa

    Ah già, la colpa è del dittatore Maduro se non ci sono medicinali o prodotti alimentari, non di chi questo blocco lo attua. Nemmeno una citazione delle parole di Papa Francesco o di Jose Mujica che criticano aspramente l’opposizione a Maduro. La situazione non è certamente semplice, ma già fare informazione corretta sarebbe una bella cosa.

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