Una pace (fiscale) con poche vittime: saranno sempre le stesse?

7 ottobre 2018

Più che la pace, si dovrebbe fare prima la guerra.

Oggi, con gli strumenti in possesso delle istituzioni, lasciare in giro gli evasori, impuniti e addirittura perdonati, è veramente un atto ingiustificabile. Il tema della pace fiscale è quello che più di tutti, interessa la pubblica opinione, molto di più del reddito di cittadinanza.

Si, perché oggi, chiunque ha un reddito rintracciabile, ha pendenze con il fisco o altro.

Dalle idee che si stanno sviluppando attorno a questo “nuovo/vecchio” strumento è quello di fare una distinzione tra evasori o contribuenti “in difficoltà”. L’Agenzia delle Entrate ha sicuramente i dati per distinguerli. Lo strumento è quello dell’Anagrafe dei rapporti finanziari, con informazioni su flussi e saldi di conti correnti e depositi. Sono circa 450 miliardi di euro i crediti che non è stato possibile riscuotere, ma quanti sono realmente gli importi dovuti da persone che davvero non possono pagare.

Certo, la domanda sorge spontanea, se non sono un contribuente che detiene un conto corrente e/o posso movimentare flussi economici di un certo livello, quanti debiti realmente posso aver contratto con l’erario?

Nel contratto di governo, sottoscritto dalle forze politiche oggi in gioco,viene citata la pace fiscale come:

–          “Un efficace aiuto ai cittadini in difficoltà“,

Il governo, quindi vuole fare in modo che la “pace” sarà riservata a “gente onesta che non poteva pagare“, o addirittura “disperata” ed insiste sul fatto che sarà riservata a chi non è riuscito a saldare i conti con l’erario perché non ne aveva la possibilità economica, “Milioni di italiani che hanno fatto la dichiarazione dei redditi e poi non sono riusciti a versare tutto il dovuto”.

Facciamo un’analisi dei dati. L’Agenzia delle Entrate, braccio della riscossione, ad oggi non ha incrociato i dati del  magazzino crediti con le informazioni su flussi e saldi dei conti correnti e conti deposito degli italiani. In questo momento quindi l’Erario non è in grado di dire quale percentuale dei 448,9 miliardi di euro ritenuti ancora aggredibili sia dovuta da “disperati” e quanta parte, invece, da contribuenti che potrebbero pagare. Poco prima di lasciare Ernesto Maria Ruffini, il direttore, dopo circa 7 anni dalla legge che la prevedeva, ha avviato la “sperimentazione della procedura di analisi del rischio di evasione” basata proprio sul confronto tra dichiarazioni e accrediti sui conti.

I crediti affidati all’ex Equitalia dal 2000 al 2017 ammontano a 871 miliardi di euro costituiti per l’81% da tasse non pagate. Il 41% è però ritenuto irrecuperabile perché dovuto da soggetti falliti o morti, imprese chiuse, nullatenenti. Tolti gli importi rottamati, quelli in cui è in corso contestazione e quelli su cui si pensa ci sia solo un ritardo sul versamento, restano appunto 448,9 miliardi.

Su 364,7 miliardi sono già state tentate senza successo azioni di recupero e 84,2 miliardi per i quali non è stato possibile avviarle a causa di norme a favore del debitore come l’impignorabilità della prima casa. Il fisco, insomma, conosce bene quei contribuenti e ha già provato a riscuotere. Dei soggetti preposti al recupero/controllo, nessuno è in grado di dire se il debitore non paga perché non può o perché non vuole.

Ormai se ne parlerà quando il governo avrà stabilito i paletti da rispettare per accedere alla pace fiscale, compresi gli indicatori per valutare la “difficoltà economica”.

La storia dei controlli anti evasione è costellata di ritardi, imputabili ai vari esecutivi più che alle agenzie fiscali che sono al servizio del ministero dell’Economia. A stabilire la creazione di una “Anagrafe dei rapporti di conto e di deposito” fu il settimo governo Andreotti, nel 1991, ma solo nel 2009 l’Anagrafe, che include l’archivio, è diventata operativa. 18 ANNI

Nel 2011, il decreto Salva Italia di Monti per rafforzare l’Anagrafe dei conti ha disposto che banche e intermediari dovessero comunicare anche le movimentazioni dei conti correnti e di deposito non solo i dati identificativi dei titolari.

L’Agenzia è stata incaricata di stabilire i criteri per elaborare le liste dei contribuenti “a rischio”.

Solo lo scorso 31 agosto le disposizioni di Ruffini – che il nuovo governo ha sostituito con il generale della Gdf Antonino Maggiore – hanno avviato il primo test della procedura di analisi del rischio. La sperimentazione partirà dalle società di persone e di capitali che per il 2016 hanno omesso la dichiarazione o ne hanno presentata una irrilevante nonostante sui loro conti correnti ci siano stati accrediti. Ci vorranno molti mesi e certo non si concluderà in tempo per fornire informazioni utili per la messa a punto della pace fiscale.

La fattibilità e la convenienza della pace fiscale dipenderanno da quattro fattori:

  • l’ammontare delle somme contestate dal Fisco;
  • lo stato dell’eventuale contenzioso;
  • la presenza di debiti Iva;
  • il raccordo con le rottamazioni delle cartelle già in corso.

In una valida azione di marketing, quando una si lancia un’offerta speciale per esempio per attirare nuovi abbonati, si deve fare in modo che i vecchi sottoscrittori non diano disdetta, pur non offrendo loro lo stesso prezzo.

L’elemento di partenza sono le cifre richieste dal Fisco. L’ipotesi iniziale parla di un massimo di 100mila euro per contribuente, oggi si presume è lievitata fino a 500mila euro nel Piano nazionale delle riforme (Pnr), anche se per la Lega la soglia ideale è un milione di euro. I dati delle Entrate sulle cartelle non riscosse  mostrano che il 96% dei contribuenti ha importi inferiori a 100mila euro. Il problema, però, è legato alla distribuzione dello stock. Perché a questi stessi contribuenti è riconducibile meno del 20% del “magazzino”, che sale poco sopra il 30% includendo chi ha cifre fino a 500mila euro, di fatto quindi  i due terzi dell’arretrato dipendono dai grandi evasori.

Un’altra variabile è l’eventuale pendenza di una lite con il Fisco. Innanzitutto, bisognerà capire se il limite massimo per aderire alla pace fiscale sarà unitario (liti più cartelle) o se si potrà beneficiare di plafond differenziati. In seconda battuta, va analizzato lo stato del processo. Secondo le prime ipotesi circolate , la pace fiscale dovrebbe escludere le cause pendenti in Cassazione, ma ancora non si sa quale sarà la data alla quale il giudizio dovrà risultare pendente in primo o secondo grado per poter rientrare nella sanatoria. Di fatto, l’esclusione delle liti davanti alla Suprema corte interesserebbe poco più dell’11% del contenzioso tributario.

Se guardiamo alle cifre in ballo, in commissione tributaria provinciale nove cause su dieci valgono meno di 100mila euro, quota che scende a otto su dieci in appello. Rispetto alle cartelle, però, c’è una variabile in più: la situazione processuale (per le liti in primo grado) e l’esito della prima sentenza (per quelle in secondo). Chi ha vinto o ha buone chance di farlo, può temporeggiare in attesa di conoscere i dettagli della pace fiscale, ma non è detto che alla fine aderirà. D’altra parte, non si conosce ancora il bilancio ufficiale della definizione agevolata delle liti dell’anno scorso: molti sospettano un flop dovuto proprio alla scarsa convenienza dell’istituto per chi aveva già vinto una “tappa” del processo.

Un altro fattore riguarda il tipo di tributo. Per l’Iva, regolata a livello comunitario, una sanatoria dell’imposta è ipotizzabile solo nel caso delle liti (per il resto, si possono scontare solo sanzioni e interessi, si veda l’articolo a fianco). Allora, a parità di cifre totali, chi ha debiti fiscali riguardanti l’Iva e le imposte dirette, dovrà mettere in conto un costo più elevato per chiudere la partita con il Fisco, rispetto a chi ha solo cartelle su Ires e Irap.

MA veniamo alle ultime indicazioni operaitve.

Dovrebbero essere dieci rate semestrali in cinque anni per chiudere il conto con Equitalia. Per saldare i debiti di tutte le cartelle accumulate tra il 2000-2017 e per le quali sono in corso azioni di recupero crediti.

Zero sanzioni e zero interessi di mora. La bozza della pace fiscale, o meglio la già soprannominata rottamazione ter, contenuta nella manovra che porterà nelle casse dello Stato 11,1 miliardi di euro, 2,2 miliardi ogni anno per i prossimi cinque: «Un maggior appeal di circa il 70% rispetto a quello registrato per la definizione agevolata» dei governi del Pd, si legge nella relazione tecnica. Si presume quindi che si potranno sanare Iva, Irpef, Irap, contributi Inail e Inps non versati e multe sia coloro che hanno dichiarato ma non pagano per difficoltà economiche sia i sospetti evasori che hanno ricevuto un accertamento della Guardia di Finanza o dell’Agenzia delle Entrate. Ma anche chi non ha completato le precedenti rottamazioni. La differenza questa volta è che le rate avranno un tasso di interesse ridotto, lo 0,3%, anziché il 4,5%. Versando la prima o unica rata scatta l’estinzione delle procedure esecutive già avviate. In caso di omesso ovvero insufficiente o tardivo versamento di una sola rata, la rottamazione diventa inefficace e l’agente della riscossione proseguirà l’attività di recupero coattivo del debito residuo. Anche sulle «liti pendenti» è prevista una sanatoria, tra i contribuenti e l’Agenzia delle Entrate davanti alle Commissioni tributarie. La norma prevede che per i ruoli notificati fino ad una data che sarà presumibilmente quella del settembre 2019, si possa pagare un importo pari al valore della controversia o, se l’Agenzia delle Entrate ha perso in primo o in secondo grado, un importo pari alla metà o ad un terzo della contestazione.

Allo studio l’estensione della pace fiscale anche ai debiti IVA applicando un’aliquota al 30%, più alta di quella del condono fiscale IRPEF & Co, ma in questo caso bisogna valutare attentamente tale ipotesi e gli eventuali rischi di incompatibilità con il diritto UE. Le dichiarazioni ufficiali degli esponenti dell’esecutivo non hanno finora ricompreso l’IVA nella pace fiscale, anche perché condonare l’imposta sul valore aggiunto rischierebbe di essere incompatibile con il diritto comunitario. L’ipotesi è che il meccanismo allo studio del Governo consenta di aggirare questo ostacolo, ma al momento non sono chiari i dettagli.

Quindi la pace fiscale riguarderà sicuramente i debiti fiscali (di persone fisiche e imprese) e con ogni probabilità anche le infrazioni al codice della strada, mentre negli ultimi giorni si è parlato anche di una possibile estensione ad altri tributi comunali come la TARI e i contributi previdenziali.

Non sarà una rottamazione come quelle passate perché si parla anche di uno sconto sull’imposta iniziale, una sorta di mini-sanatoria, sicuramente non sarà una guerra, ma una pace con poche vittime…forse sempre le stesse.

TAG: manovra finanziaria, monica mandico, pace fiscale, rottamazione cartelle esattoriali, tasse
CAT: economia civile, Tasse

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