VLD terzo pilastro

Economia civile

I buoni nella società delle cattive

Il terzo pilastro della società affronta una crisi di legittimità e di ruolo nella “società delle cattive”. Tra welfare preventivo e istanze securitarie, le organizzazioni sociali devono ripensarsi oltre le nicchie per evitare l’irrilevanza di fronte alle tensioni future.

24 Ottobre 2026

Tempi duri per i buoni. Già si era capito che poi così buoni non sono (o addirittua non vogliono esserlo), ma ora la questione si fa più complessa. Se, come dice il più influente rapper italiano, “con le buone non cambi le cose” e alcuni dei protagonisti affermano che spaccare “era l’unico modo per farsi sentire”, cosa succede allora a tutti quelli che vogliono mettersi inl mezzo attraverso il dialogo e la promozione della partecipazione nell’alveo del civismo? È quasi stridente osservare che, durante queste inedite “giornate di Milano”, in un teatro poco distante molti dei buoni in questione si erano radunati per provare a fare politica con la compiacente Patti Smith di “People have the power” in sottofondo. Questa crisi della terzietà – che, a scanso di equivoci, non riguarda solo il terzo settore – viene da lontano e incrina ogni tentativo di delineare e perseguire quell’interesse generale che anima statuti, dichiarazioni di missione, obiettivi progettuali e di policy. Una crisi che è di legittimazione esterna – secondo Ipsos oggi il livello di reputazione del settore sociale non è tutto sommato così differente da quello delle imprese corporate individuate come bersaglio della rivolta – ma non solo. La narrazione, sempre più diffusa anche se non univoca, della crisi dell’impegno sociale restituisce strutture motivazionali compromesse in chi ci lavora a causa dei bassi salari, ma anche di un appesantimento burocratico opprimente da cui non sfugge neanche il volontariato, minando intenti trasformativi trainati dal desiderio.

Dunque i buoni che non sono, o non vogliono essere, tali, come si comportano in tempi in cui le cose si risolvono sempre più spesso con le cattive, dalla geopolitica alla prossimità?

Ad esempio, dicendosi che il welfare non è solo preventivo e abilitante, ma anche in grado di erogare servizi di contenimento che si avvicinano all’uso della forza da parte delle istituzioni dello Stato Leviatano? Una presenza che peraltro già si nota, ad esempio nella gestione dei flussi migratori e dell’accoglienza oppure nelle misure alternative alla detenzione: accettare, quindi, di essere parte di un welfare della sicurezza provando a non farlo decadere in modelli securitari.

Oppure contribuendo a stringere le maglie della giustizia riparativa, che riguarda i diretti ma anche gli indiretti interessati? Persone condannate per reati contro l’ordine e il patrimonio pubblico e le loro famiglie, che contribuiscono al ripristino o vengono indotte a svolgere lavori di pubblica utilità. Un modello in cui l’educazione soft basata sull’espressività individuale in contesti sociali come le comunità educanti lascia spazio a percorsi più direttivi di vera e propria rieducazione, rispetto ai principi stabiliti dalle leggi formali che governano la società.

O ancora, contribuendo ad aumentare le fila della sirurezza privata, ad esempio per persone che possono diventare target della violenza urbana e cieca, come donne e ragazze? Quasi dei bodyguard o steward in grado di dissuadere e, se necessario, intervenire in contesti di minaccia come quelli innescati da fake news (che comunque hanno contribuito a segregare in casa moltissime studentesse) o che si sono davvero verificati, come in occasione degli ultimi capodanni, anche a Milano.

L’elenco potrebbe continuare. Ma richiederebbe di rispondere a una domanda: i buoni le vogliono davvero fare queste cose? O meglio, visto che in buona parte già le fanno, riconoscono un loro ruolo più muscolare in questa società delle cattive? La risposta risiede anche nell’impatto sociale rilevato ma a corto raggio di progettualità che hanno agito in senso preventivo attraverso percorsi di inclusione e coesione sociale, facendo in modo che il conflitto diventi energia trasformativa. L’impressione è che ci siano molte buone pratiche di nicchia che però hanno fatto fatica a farsi “politiche del quotidiano” e “infrastruttura sociale”. E così queste iniziative sono sempre più esposte a tensioni sociali crescenti che caratterizzano e che probabilmente caratterizzeranno i prossimi decenni, e che organizzazioni meno buone – non tanto negli intenti quanto nel modus operandi – saranno comunque chiamate a gestire.

 

thx a consorzio Consolida per l’immagine

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