Economia civile

La transizione digitale del nonprofit è ancora di là da venire

I nuovi dati sulle istituzioni nonprofit presentati dall’Istat delineano un quadro evolutivo timidamente positivo. Rispetto alla transizione digitale però la strada da percorrere è ancora molto lunga.

5 Giugno 2026

Lo scorso 4 giugno l’Istat ha iniziato il rilascio dei dati relativi alla nuova edizione del Censimento sulle organizzazioni nonprofit. Le statistiche sono aggiornate alla fine del 2024, dunque sono le prime dell’epoca post-pandemica e nel pieno di questi turbolenti anni ’20. Gli aspetti analizzati sono molti: settori di attività, forma giuridica, orientamento della missione, coinvolgimento di beneficiari e stakeholder, ecc. Siamo solo all’inizio perché nei prossimi mesi verranno probabilmente presentati altri dati su un ambito, quello nonprofit, che oggi va considerato come il bacino di riferimento del terzo settore. Quest’ultimo infatti, dopo dieci anni dall’avvio della riforma, sta progressivamente assumendo un proprio profilo distintivo rispetto al nonprofit, anche grazie a strumenti come il Registro unico nazionale del terzo settore (Runts).

Il bacino delle istituzioni non lucrative, stando ai nuovi dati, tende ad allargarsi, anche se di poco: si passa infatti dalle 360mila associazioni del 2021 alle 368mila del 2024 (+2,1%). Guardando alle principali forme giuridiche, a crescere è “la pancia” del settore, ovvero l’associazionismo (314mila enti, pari all’85% del totale, +2,5%) e soprattutto le fondazioni, vero e proprio “trend topic” di questi ultimi anni (sono ormai quasi 9mila, +5,9%), mentre continua la diminuzione delle cooperative sociali (sono 14.344, -4,3%). Un ridimensionamento, quest’ultimo, dovuto a processi di aggregazione che diminuiscono il numero di unità, ma non quello dell’occupazione e dei volumi economici, e a una minore propensione ad avviare nuove iniziative attraverso questa forma giuridica (soprattutto nelle aree mature del Centro-Nord Italia). Ma per avere risposte precise bisognerà attendere i prossimi rilasci.

Tra i vari aspetti indagati dai nuovi dati censuari, uno appare di particolare interesse e ha a che fare con la trasformazione digitale del settore. La digital transformation rappresenta infatti la transizione principale tra quelle in atto (spesso in accoppiata con quella green), che catalizza risorse e monopolizza il dibattito, guardando alla rilevanza (e alla profonda ambivalenza) dei suoi impatti.

Come si posiziona il nonprofit? La prima risposta, semplice ma essenziale, riguarda l’accessibilità alla risorsa che fa funzionare il digitale, cioè la rete internet. Il risultato è per certi versi sorprendente perché, alla fine del 2024, quasi il 20% delle istituzioni nonprofit non ha una connessione mobile o fissa a internet e ben il 65% non dispone di una connessione fissa in banda larga. La situazione migliora, ma non di molto, se si guarda alle cooperative sociali, cioè a istituzioni che, in linea di massima, dovrebbero essere maggiormente strutturate anche da questo punto di vista; eppure il 10% non dispone di connessione internet e il 49% non ha un collegamento fisso a banda larga.

Dopo aver verificato le condizioni di accesso al digitale, è possibile approfondire le principali tecnologie utilizzate. L’Istat propone una lista dei principali domini tecnologici digitali: applicazioni mobile, piattaforme, cloud computing, big data, internet of things e un campo generico di “altre tecnologie”. In termini generali l’utilizzo è diffuso, ma non in maniera pervasiva, visto che il 69% delle istituzioni nonprofit con accesso a internet dichiara di impiegarle. Con riguardo alle cooperative sociali le cose migliorano (76%), anche se rimane una parte piuttosto consistente che non le adotta. Rispetto al precedente censimento, nonostante i dati non siano direttamente comparabili, si nota un trend di digitalizzazione stabile, con una percentuale pari al 20% del settore che appare in qualche modo esclusa dalla transizione digitale.

Guardando infine all’utilizzo di alcune tecnologie, si notano trend di adozione interessanti, anche se complessivamente deboli. Le piattaforme – che negli ultimi anni hanno rappresentato la principale frontiera di innovazione tecnologica – sono utilizzate dal 62% delle istituzioni nonprofit e dal 66% delle cooperative sociali. Le app – che spesso rappresentano la modalità principale per interagire con collaboratori e utenti in ambiente digitale – vengono utilizzate dal 72% dell’intero comparto nonprofit e dal 73% delle cooperative sociali. Il cloud, per archiviare, condividere e mettere in sicurezza le risorse digitali, è utilizzato rispettivamente dal 18% delle nonprofit e dal 28% delle cooperative sociali. Gli strumenti per l’analisi dei big data – vera e propria miniera d’oro e centro di potere del digitale – sono in uso solo presso il 2,2% delle nonprofit e il 4,7% delle cooperative sociali. Stessa tendenza per quanto riguarda l’internet delle cose, utile a monitorare qualità e stili di vita, visto che utilizzano queste tecnologie solo il 4,2% delle nonprofit e il 4,1% delle cooperative sociali, che pure gestiscono molti servizi in remoto (appartamenti, comunità, ecc.). Rispetto al precedente censimento si notano comunque segnali di miglioramento: ad esempio, per quanto riguarda l’uso di piattaforme, nel 2021 le percentuali erano ferme al 36% per le nonprofit e al 40% per le cooperative sociali. E le app mobili si collocano rispettivamente al 28% e al 34%.

In sintesi, la strada della trasformazione digitale è stata intrapresa, ma è ancora lunga da percorrere per la gran parte delle organizzazioni nonprofit. Non si tratta naturalmente solo di una questione di mera dotazione, visto che molte di queste tecnologie sono facilmente accessibili. Il tema è soprattutto legato alle competenze e alla cultura d’uso di questi strumenti. Solo un adeguato controllo sui mezzi potrà infatti consentire a questi soggetti di esercitare quella funzione di “sentinella” rispetto a utilizzi più efficaci in relazione ai bisogni ed etici rispetto ai fini. Il tutto guardando alla prossima rivoluzione del digitale – l’intelligenza artificiale – che il censimento Istat non ha comprensibilmente rilevato, ma che comunque solleciterà ulteriormente un vero e proprio nonprofit digitale, e non solo meramente digitalizzato in alcune sue componenti organizzative e operative.

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