Economia
Blue Monday: veri amanti del lavoro cercansi
Il terzo lunedì di gennaio è il giorno più triste dell’anno. Un’occasione per capire che solo a pochi può piacere realmente lavorare e che la sostituzione del lavoro umano con quello artificiale sarebbe da auspicare e incentivare affinché l’umanità continui a progredire.
Il termine inglese Blue Monday indica, secondo una narrazione ormai diffusa, il terzo lunedì di gennaio: il giorno più triste dell’anno. È il momento in cui ci si rende conto che le festività sono definitivamente alle spalle, che la pausa è finita e che davanti si stendono mesi lunghi, privi di ponti, di interruzioni significative dal lavoro, di vere occasioni per “staccare”.
Già il fatto che esista un’espressione come Blue Monday dovrebbe farci riflettere. Se il lavoro fosse vissuto come una dimensione appagante della vita, avrebbe senso associare a un giorno lavorativo un picco collettivo di tristezza?
Forse no. E infatti i dati sembrano confermarlo.
I numeri dell’insoddisfazione
I principali istituti di ricerca internazionali mostrano da anni un andamento chiaro: la soddisfazione per il proprio lavoro è in costante calo. L’indagine annuale Gallup, che fotografa il rapporto tra persone e lavoro a livello globale, evidenzia che solo il 21% dei lavoratori nel mondo si dichiara coinvolto o soddisfatto. In Europa la percentuale scende al 13%. In Italia si ferma a un eloquente 6%.
E anche quel 6% meriterebbe di essere guardato con maggiore attenzione. In molti casi, infatti, la soddisfazione dichiarata non riguarda il lavoro in sé, ma ciò che il lavoro consente di ottenere: reddito, carriera, status, riconoscimento sociale. Non tanto il contenuto dell’attività quotidiana, quanto i suoi effetti collaterali.
Viene allora da porsi una domanda scomoda, ma inevitabile: piace davvero lavorare? E cosa succederà quando l’intelligenza artificiale e le nuove tecnologie renderanno obsoleta gran parte dell’occupazione umana?
Se si osserva la questione senza pregiudizi, la risposta dovrebbe essere che il lavoro non piace. E la cosa non dovrebbe sorprenderci. In un’epoca in cui cresce il desiderio di “tornare alla natura”, di vivere in modo più conforme ai nostri ritmi biologici, è legittimo dedurre che la nostra specie non sia nata per lavorare nel senso moderno del termine.
La fatica della civiltà
Il lavoro è una costruzione storica, un prodotto della civilizzazione. Ha consentito enormi progressi, ha migliorato le condizioni materiali di vita, ha reso possibile lo sviluppo delle società complesse. La fatica del lavoro è tuttavia il prezzo che paghiamo per la civiltà e il progresso raggiunti (traguardi che peraltro non tutti valutano in modo positivo).
Non a caso, la parola “lavoro” deriva dal latino labor, che significa appunto fatica, travaglio. In francese diventa travail, in spagnolo trabajo. In napoletano si dice “faticà”. La lingua, ancora una volta, dice la verità prima che venga distorta o manipolata per secondi fini.
Ricordare questa scarsa compatibilità tra lavoro e natura umana genera spesso fastidio. Siamo figli dell’era del lavoro umano, immersi fino al collo in un’etica che fa del lavoro non solo un dovere, ma una virtù morale. In Italia, poi, c’è un ulteriore vincolo simbolico: una Costituzione che fonda la Repubblica sul lavoro. Una scelta storicamente comprensibile, ma che oggi rende ancora più difficile mettere in discussione questo paradigma.
Eppure la realtà si incarica di farlo.
Il grande bluff dell’occupazione
Cosa accade quando il lavoro umano viene progressivamente sostituito da quello “artificiale”? Accade ciò che stiamo già osservando da tempo, ma che continuiamo a rimuovere: si difende a oltranza il pensiero unico lavorista, anche quando il lavoro diminuisce, si frammenta, si impoverisce.
Finché i numeri dell’occupazione tengono, o sembrano tenere, non ci si pone il problema. Ma spesso si tratta di lavoro povero, di mansioni a basso valore aggiunto, di attività che resistono solo perché, per ora, non conviene automatizzarle. Tuttavia i lavoratori vengono messi in competizione con le “macchine” effettive o ipotetiche e i salari compressi di conseguenza.
Parallelamente cresce una retorica colpevolizzante: i disoccupati sarebbero pigri, i giovani troppo viziati, i poveri dei parassiti in cerca di sussidi. “Per chi ha voglia di lavorare, un lavoro c’è sempre”, si sente ripetere spesso, cosi come: “Il lavoro non manca, mancano le persone preparate per svolgerlo” (traduzione: “non hai fatto il corso di studi giusto e ora che vuoi?”). “Basta coi sussidi, cercatevi un lavoro”, arriva a dire il CEO di Ryanair, che peraltro vorrebbe ricoprire d’oro i ministri.
Guai ai vinti!
È curioso notare come i neocapitalisti non abbiano più alcun pudore nel prendersela con i “perdenti”. Perdenti che, in un certo senso, sono anche coloro che rendono possibile il loro successo: senza consumi di massa, senza redditi diffusi, fatturati e profitti vanno a farsi benedire. E senza intervento pubblico, senza altri tipi di sussidi, molte imprese sarebbero costrette a chiudere. Molti imprenditori ricevono sussidi dallo Stato, ossia dalla collettività, da noi tutti.
Oggi il vecchio Marx è guardato con sufficienza, ma la sua critica al capitalismo resta piuttosto attuale. Si sarà anche sbagliato nella proposta di un’alternativa al capitalismo, ma, per dirne una, considerava la disoccupazione uno strumento disciplinare efficace, in quanto costituiva quello che lui definiva “l’esercito industriale di riserva”, utile a contenere i salari e a tenere sotto scacco gli occupati. La sua critica torna attuale, perché il neoliberismo tende sempre più a somigliare al liberismo ottocentesco, con grandi potenze colonialiste che inviano le cannoniere per aprirsi i mercati esteri e ottenere l’accesso diretto alle materie prime.
Lo scenario che ci aspetta
Gli economisti ortodossi sostengono che la piena occupazione non sia auspicabile, in quanto genererebbe inflazione. Tuttavia, il sospetto è che in realtà serva sempre una quota di precarietà, di bisogno e di ricattabilità. In questa logica, i sussidi sono da eliminare perché attenuano la paura degli occupati di poter perdere tutto. Deve sempre esserci un minimo di disoccupazione e di necessità di lavorare per riuscire a sopravvivere, in modo da ridurre il potere contrattuale dei lavoratori ed evitare che il rendimento sul lavoro diminuisca.
Nei prossimi anni, con l’accelerazione del lavoro “artificiale” e la contrazione di quello umano, assisteremo all’accentuazione dei fenomeni in atto: l’accumulo di ricchezze e potere in poche mani e la proletarizzazione dei ceti medi. I politici, gli economisti e gli esperti continueranno a ripetere formule e a prospettare soluzioni che hanno avuto qualche validità fino a oggi, ma che si mostreranno sempre più inadeguate.
Le classi dirigenti diventeranno sempre più isteriche di fronte alla disoccupazione tecnologica e, come detto, daranno sempre più la colpa ai giovani, continuando ad accusarli di essere troppo “choosy” (schizzinosi), ai poveri, cosiderati degli scansafatiche in cerca di comodi sussidi per stare tutto il giorno su un divano, e agli anziani che vanno in pensione troppo presto e che dovrebbero piuttosto morire sul luogo di lavoro per il bene dell’economia nazionale.
L’intelligenza artificiale come acceleratore
L’intelligenza artificiale e le nuove tecnologie rendono questo quadro ancora più instabile. Il lavoratore non teme più solo il disoccupato che potrebbe sostituirlo, ma anche l’automazione della propria mansione. E quando il lavoro scompare, scompaiono anche i redditi. E senza redditi, scompaiono i consumi. A quel punto, l’intero sistema economico inizia a vacillare.
Prima o poi però, anche le classi dirigenti dovranno prenderne atto, anche se farlo in emergenza è sempre peggio che prevenire. Siamo peraltro già in ritardo con la prevenzione perché la sostituzione del lavoro umano con quello artificiale è in corso da tempo e non può che accelerare nel prossimo futuro.
La consapevolezza di tutto questo potrà forse venire dal bilancio pubblico: meno redditi da lavoro significa meno entrate fiscali da imposte e contributi, quindi meno risorse per lo Stato. Sì, perché i redditi da lavoro non sostengono i sistemi economici solo con i consumi, ma anche con le imposte e i contributi a cui sono sottoposti, quindi la loro riduzione mette a rischio il bilancio statale la cui gestione è affidata alla politica. Ma non è detto che basti, se la politica continuerà a schierarsi soprattutto dalla parte dell’offerta di beni e servizi e non della loro domanda, ossia dalla parte delle imprese piuttosto che dei cittadini-consumatori che con i loro consumi rendono profittevoli le imprese.
Un nuovo paradigma
Serve quindi al più presto un cambio di paradigma. Un movimento culturale prima ancora che politico che apporti una nuova visione delle dinamiche economiche e sociali e che possa influire sulla politica.
Le premesse ci sono tutte: il lavoro umano è sempre meno necessario, sempre meno desiderato, sempre più artificiale. Il lavoro è amato “realmente” da pochi, le masse, più o meno inconsciamente, lo detestano e nello stesso tempo sono minacciate di perderlo, per cui si dovrà pervenire il prima possibile a un nuovo patto sociale cambiando mentalità, epoca, paradigma.
I giovani lo hanno già capito. Si stanno già posizionando su questi cambiamenti. È vero, i giovani sono sempre meno, ma i cambiamenti profondi non si fermano per motivi demografici. Il cambiamento potrà essere più lento, ma non si fermerà; sarà quindi importante impostarlo nel modo più proficuo per l’intera collettività.
Forse il Blue Monday non è solo un giorno triste. È un sintomo. Spetta a noi decidere se continuare a ignorarlo o coglierlo come un’opportunità per cambiare la nostra visione del lavoro, prima che sia il lavoro stesso a scomparire, lasciandoci con il rimpianto di una necessità che è stata spacciata per una virtù.
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Fabio Massimo Rampoldi è autore di Scritti di ALTER EGOnomia, una raccolta di riflessioni sull’impatto delle nuove tecnologie sul lavoro e sulla ridistribuzione del benessere.
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