Energia
Dispersione di futuro
Come Spagna e Portogallo hanno trasformato la vulnerabilità energetica in forza attraverso investimenti decennali in rinnovabili e amministratori di formazione europea, e oggi firmano contro ogni dilazione italiana dalla posizione di forza conquistata.
C’era un tempo—nemmeno così lontano—quando la geografia della resistenza ambientale europea aveva una topografia inconfondibile. Meridione, deficit energetici, vincoli infrastrutturali cronici: l’Italia, la Spagna, il Portogallo reclamavano simultaneamente moratorie, dilazioni, la legittima insofferenza di paesi che non potevano permettersi il costo della purezza nordica. Non erano suppliche timide. Erano coalizioni costruite su basi solide.
Oggi, mentre Meloni chiede una sospensione dell’Emission Trading System per contenere i prezzi dell’energia, Spagna e Portogallo firmano insieme a Danimarca, Olanda, Svezia e Finlandia per difenderlo come pietra angolare della politica climatica europea. Non vi sono sfumature in quel testo. Non vi sono eccezioni peninsulari. Hanno abbandonato definitivamente la barca e hanno fatto rotta verso il Nord.
Quando Meloni ha firmato la lettera chiedendo l’estensione delle quote gratuite oltre il 2034, si è ritrovata con una cordata di cui è difficile vantarsi. Austria—ok, ha suoi problemi energetici. La Grecia—ancora nei guai. Romania, Bulgaria, Croazia: paesi che cercano di stare al passo. Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia: il trio che contesta tutto, sempre. E Slovacchia.
È la riunione dei paesi che non hanno fatto i compiti. Chi ha detto “investiamo adesso”? Nessuno. Chi ha detto “aspettiamo e vediamo se conviene rimandare”? Tutti.
Nel frattempo Spagna e Portogallo guardavano, firmavano il documento degli otto paesi del Nord, e pensavano: guardate che squadra avete messo insieme. Noi abbiamo investito quando non c’era garanzia. Voi state ancora qui a negoziare i tempi. E voi vi accompagnate con chi sta nella stessa trincea di procrastinazione.
Come è accaduto? Non attraverso miracoli tecnici, bensì tramite scelte amministrative ostinate, avviate quando l’esito restava ancora incerto. Il governo portoghese ha dato impulso sistematico allo sviluppo delle fonti rinnovabili: le centrali a carbone chiuse con due anni di anticipo, la scadenza per l’ottanta per cento da rinnovabili anticipata dal 2030 al 2026. Non una dilazione. Un’accelerazione consapevole.
I numeri non lasciano adito a dubbi. Il Portogallo genera oggi l’ottanta per cento della sua elettricità da energia rinnovabile, secondo in Europa dopo la Norvegia. La Spagna ha affermato il solare fotovoltaico come principale fonte energetica; la capacità installata ha raggiunto i 112 gigawatt. E quando la crisi energetica del Medio Oriente ha colpito, la Spagna ha registrato prezzi inferiori del quarantacinque per cento rispetto a molti colleghi europei.
È qui che emerge la vera rottura. Nei giorni scorsi, a Bruxelles, Sanchez ha enunciato chiaramente: il Green Deal è “uno dei pilastri della politica climatica europea e mondiale”. E ha accusato pubblicamente: “Ci sono governi in Ue che stanno utilizzando questa crisi energetica per cercare di indebolire la politica climatica”. Non ha detto i nomi. Non ha dovuto. La Spagna può dimostrare che le rinnovabili permettono di soffrire un minor impatto della guerra. L’Italia no.
Ma c’è un’altra ragione, più profonda. C’è stata l’epoca dell’Erasmus, quella della generazione di giovani europei che hanno studiato nelle università del continente, tessuto amicizie, costruito visioni condivise di futuro. Quella generazione è diventata struttura amministrativa. E qui comincia la differenza vera. Spagna e Portogallo hanno mandato negli uffici di rappresentanza europea i loro giovani. Quelli con legami europei vivi. Quelli che conoscevano le reti. L’Italia ha mandato dirigenti sulla strada della pensione. Ha usato gli uffici europei come cuscinetto, come parcheggio per carriere consumate. Ha mandato il passato, esattamente quando serviva il futuro.
Chi guarda al futuro manda i giovani perché sa che il futuro avrà bisogno di quelle reti, di quella continuità. Chi ha paura di perdere quello che ha in mano manda i vecchi. E così mentre Spagna e Portogallo tessevano una mentalità europea—investiamo per crescere insieme—l’Italia continuava a tessere difese, a costruire trincee.
Questo spiega tutto. Spagna e Portogallo hanno investito sistematicamente sulle rinnovabili perché dentro aveva una cultura che guardava oltre l’orizzonte nazionale. Sono i figli di quella generazione Erasmus. Sanno cosa significa essere parte di qualcosa di più grande. È la differenza fra chi pensa che l’Europa è il futuro e chi la vede come un obbligo.
L’Italia chiede rinvii. Quando la Commissione europea ha proposto il tetto ai prezzi, Roma ha protestato. Intanto la Spagna battezzava fabbriche solari; il Portogallo aggiungeva gigawatt di eolico. Nessuno dei due paesi dispone di risorse che l’Italia non possegga. Hanno semplicemente avuto coerenza amministrativa.
L’ironia è quasi perfetta. L’Italia ha sempre sostenuto l’eccezionalismo meridionale—il diritto strutturale alla dilazione. Lo sosteneva con gli spagnoli ei portoghesi. Questi due paesi, per decenni nella medesima trincea, hanno invece deciso che non era una salvezza: era una trappola. Se ne sono andati. Hanno costruito e condiviso progetti con gente che sapeva cosa significava dire “noi europei”. Ora guardano indietro, vedono l’Italia ancora lì a contrattare sui tempi, e sottoscrivono lettere che enunciano chiaramente: non si contratta più. Si costruisce.
Per questo la firma congiunta contro la richiesta italiana sull’Emission Trading System non è una sconfitta diplomatica di routine. È una sentenza. Spagna e Portogallo stanno affermando: non siamo come voi; abbiamo smesso di chiedere rinvii; voi dovreste fare altrettanto. Non è cattiveria. È il linguaggio freddo di chi ha capito che il futuro appartiene ormai a chi ha già cominciato a viverlo.
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