Innovazione
«Hai un grande amico in me», disse l’Agente di IA al collega umano
2026: l’anno degli Agenti di Intelligenza Artificiale. Gartner e IDC convergono: l’AI smette di suggerire e inizia ad agire e si riapre la partita su chi incassa il surplus. Ma senza ROI e buona governance il «Buzz» digitale non è più un grande amico, ma un rischio operativo.
Il 2026 sarà l’anno degli Agenti di Intelligenza Artificiale? Alcuni indizi concordanti confermano che questi sistemi software progettati per perseguire un goal (osservare un contesto, decidere una sequenza di azioni, usare risorse e realizzare risultati con un certo grado di autonomia e restando in un ciclo di feedback con persone reali) sono in rapida diffusione.
Gartner prevede che entro fine 2026 il 40% delle applicazioni enterprise integrerà Agenti di IA capaci di svolgere task operativi (erano meno del 5% nel 2025) e avverte anche che questo effetto corsa sarà seguito da una selezione, perché molti progetti verranno chiusi se non dimostrano un ROI credibile e se non hanno una governance robusta.
IDC descrive il 2026 come l’alba dell’era agentica: l’AI non si limita più a suggerire, ma diventa un soggetto operativo che pianifica ed esegue attività lungo i processi, richiedendo nuovi presidi di governance, controllo e responsabilità.
Come cambieranno l’ambiente di lavoro e le pratiche di gestione delle risorse umane?
«Se siamo uniti scoprirai che c’è un vero amico in me!
Più di un amico in me!»
Inevitabile, per me, rileggere la relazione tra Buzz Lightyear (l’Agente di IA), Woody (il collega umano), Andy (l’organizzazione che integra Agenti IA nei processi gestionali e decisionali): insomma, è come rivedere Toy Story.
Gli agenti di IA si presentano come partner operosi e affidabili.
Nella versione italiana cantata da Riccardo Cocciante, suona come un patto di fiducia. Nei contesti organizzativi contemporanei, anche gli Agenti di IA non sono più soltanto strumenti che eseguono, ma colleghi digitali che presidiano obiettivi, eseguono compiti e coordinano altri tool. I numeri dicono che non è una moda: una quota già rilevante di imprese che hanno adottato l’intelligenza artificiale generativa (GenAI) ha iniziato a integrare agenti nei processi operativi e la traiettoria è in forte accelerazione.
«I tuoi problemi sono anche i miei.
E non c’è nulla che io non farei per te»
Gli Agenti di IA incidono sulle strutture organizzative. La letteratura sui Levels of Autonomy propone una progressione utile anche per il management:
- L1 – Assistito: l’agente supporta l’umano (suggerisce, sintetizza), ma non avvia azioni.
- L2 – Parzialmente autonomo: esegue micro-azioni predefinite, sempre con autorizzazione esplicita.
- L3 – Condizionato: pianifica ed esegue task entro confini e regole; l’umano supervisiona e interviene per eccezioni.
- L4 – Alta autonomia: gestisce workflow complessi e multi-step, chiedendo conferma solo su punti “non negoziabili”.
- L5 – Piena autonomia: decide ed esegue end-to-end, con rischi elevati se mancano vincoli, sistemi per registrare in modo strutturato ciò che accade durante l’esecuzione e responsabilità formali.
È una sfida potente per consigli di amministrazione e direzioni del personale chiamati a definire per ogni livello i relativi diritti decisionali, regole che chiariscono «chi decide, chi risponde e chi interviene». In assenza di questi presidi organizzativi, l’alba dell’era agentica apre giornate plumbee di ambiguità organizzativa.
«E anche se in giro c’è qualcun altro che vale più di me.
Certo, sicuro mai nessuno ti vorrà mai bene quanto me, sai!»
Ammesso che gli agenti di IA siano partner operosi e affidabili, sono anche equi e riconoscenti?
L’Agente di IA è dell’azienda o della persona? La risposta manageriale è: dipende da che cosa contiene.
Se l’agente è costruito su dati, processi, sistemi e credenziali aziendali, la sua operatività è un asset dell’impresa.
Se però l’efficacia nasce dall’investimento individuale allora la situazione si complica parecchio. Cosa succede se una persona che ha «il proprio Agente di IA» cambia azienda: se lo porta con sé? E se l’Agente di IA è stato addestrato almeno un po’ su dati, informazioni, conoscenze dell’impresa, cosa succede? E una persona che ha creato il proprio Agente di IA potrà ricevere un incremento di RAL (retribuzione annua lorda) per la performance supplementare generata dall’Agente di IA? E, in questi casi, se l’Agente di IA agisce in modo inappropriato e crea un danno, su chi ricadono le conseguenze?
Tutte queste domande, e molte altre, aprono ampi spazi di ricerca scientifica interdisciplinare e di sperimentazione nelle imprese.
«Con gli anni capirai che siamo fratelli ormai,
perché il destino ha deciso che c’è un vero amico in me!
Più di un amico in me!»
Quel «Con gli anni capirai che siamo fratelli ormai» sembra la metafora perfetta della delega progressiva e inesorabile: più l’Agente di IA entra nei processi, più la persona tende a cedergli controllo, fino a confondere collaborazione e dipendenza.
Un possibile punto di non ritorno è quello in cui l’Agente di IA può scrivere ed eseguire nuovo codice oltre vincoli predefiniti, cioè quando smette di essere uno strumento governabile e diventa un attore capace di superare i confini definiti dalle regole organizzative, etiche o definite da chi ha la proprietà dell’Agente di IA. Per una parte della comunità scientifica «Fully Autonomous AI Agents Should Not be Developed».
Per chiudere
Comunque la si veda e comunque la si metta, sono tutti fenomeni con un irresistibile fascino intellettuale e scientifico.
Le fonti divulgative e scientifiche usate
Gartner Predicts Over 40% of Agentic AI Projects Will Be Canceled by End of 2027
IDC FutureScape 2026 Predictions
Ajunwa, I. (2025). AI and Captured Capital, 134 Yale LJ Forum
Devi fare login per commentare
Accedi