Innovazione
L’occhiale sarà la prossima piattaforma tech
A colloquio con Federico Buffa. Il responsabile della ricerca e sviluppo, del prodotto e del marketing di EssilorLuxottica, spiega perché l’azienda non è più solo un produttore di occhiali, ma un ecosistema di open innovation
Come saranno gli occhiali tra cinque anni? E tra dieci? Saranno ancora uno strumento per vedere meglio, per correggere la vista, oppure una piattaforma tecnologica multifunzionale? A MIDO, la fiera dell’occhialeria appena conclusa, ci siamo interrogati sul futuro di uno strumento che ormai ha otto secoli di storia e forse è maturato il tempo per cambiamenti che potrebbero essere radicali. Da questi ragionamenti è nato un dialogo con Federico Buffa, responsabile della ricerca e sviluppo, del prodotto e del marketing di EssilorLuxottica.
«L’occhiale continua a essere uno strumento che ci permette di vedere meglio e di proteggerci dalla luce del sole. Oggi però acquisisce anche nuove funzionalità che gli consentono di fare molto di più. Noi, ogni giorno, immaginiamo qualcosa di nuovo».
EssilorLuxottica sta vivendo una trasformazione radicale, da azienda manifatturiera ad azienda sempre più orientata all’innovazione. Come si è evoluta e da quanto tempo sta evolvendo negli ultimi anni?
«L’innovazione è sempre stata nel DNA della nostra azienda. Basti pensare alla visione del nostro fondatore, il Cavaliere Leonardo Del Vecchio, fin dal 1961: un impegno che c’era allora, c’è oggi e rimarrà anche in futuro. In tempi recenti, semplicemente, abbiamo un acceleratore che si chiama tecnologia, che comprime e cambia totalmente i tempi, eliminando passaggi intermedi. Per questo, credo di non esagerare quando dicoche il fatturato della nostra azienda, tra cinque anni, potrebbe essere composto per più della metà da prodotti che oggi ancora non esistono. È l’accelerazione di un percorso già profondamente radicato all’interno dell’azienda».
Entriamo nel dettaglio: è corretto dire che oggi EssilorLuxottica non è più solo un’azienda manifatturiera, ma anche una tech company?
«Sì, è corretto: l’azienda si è evoluta. Da un lato, il percorso si è sviluppato nel solco dei pilastri storici: le radici di Luxottica nel mondo delle montature e quelle di Essilor fondate sull’innovazione delle lenti. Oggi,non si tratta solo della fusione di questi due mondi ma di costruire una vera e propria piattaforma tecnologica. All’occhiale di lusso si affiancano gli smart glasses, ed entrambi si integrano con le lenti, per garantire correzione o protezione. Inoltre, acceleriamo nella dimensione MedTech, ovvero nelle tecnologie dedicate al benessere, alla salute e alla sfera medica e correttiva della vita quotidiana».
Gli occhiali diventano quindi una piattaforma, perché uniscono funzioni diverse: da quelle mediche classiche a quelle diagnostiche e informative del futuro.
«Assolutamente sì. Proviamo ad andare nel dettaglio. La tecnologia che oggi un occhiale può integrare — grazie alla miniaturizzazione, alla gestione dell’autonomia della batteria e della temperatura di esercizio, e al contatto diretto con la pelle — consente di svolgere molte funzioni che prima affidavamo allo smartphone, quindi con le mani occupate. Oggi attraverso un paio di occhiali possiamo già rispondere al telefono o ascoltare musica senza estrarre il telefono dalla tasca, possiamo scattare una foto, fare una registrazione o condividere una diretta senza bisogno di una videocamera o di un telefono. Ma se immaginiamo l’integrazione progressiva di nuovi sensori, gli occhiali potrebbero abilitare anche funzioni non prettamente sociali, diverse da quelle che abbiamo elencato finora, aprendo la strada ad applicazioni completamente nuove. Ad esempio, oggi l’integrazione con l’intelligenza artificiale ci consente di chiedere al nostro occhiale informazioni su ciò che stiamo osservando. E in futuro, potremo persino interrogarlo sul nostro stato di salute, grazie alla capacità degli occhiali di monitorare alcuni parametri vitali».
È interessante. Ma lato azienda significa che avete bisogno di competenze diverse rispetto a quelle sviluppate finora; e lato utente, l’acquisizione di dati comporta un’organizzazione differente anche dal punto di vista delle regole legali ed etiche.
«Partiamo dal primo pezzo: risorse e competenze interne. Si parte sempre dalla base perché quelle che ieri erano le competenze principali per fare un bell’occhiale lo sono ancora oggi. Allo stesso modo, quelle che erano le competenze per comprendere la gestione ottica di una correzione visiva servono ancora. Si aggiungono, per la parte medicale, competenze scientifiche più avanzate: quelle che chiamiamo neuroscienze, cioè capire la relazione tra vista e cervello e come quello che vediamo diventa una cognizione. Poi ancora, le competenze tecnologiche per disegnare e gestire componenti hardware, o scrivere una riga di software o firmware. Parallelamente, sono necessarie competenze per governare questa complessità: se oggi sappiamo già portare sul mercato statunitense dispositivi medici e lenti terapeutiche nel rispetto delle normative FDA, dovremo continuare ad assicurare anche la piena conformità alle regole europee in materia di data privacy e compliance».
Perché se acquisisco dati medici sulla mia salute, ovviamente, è diverso.
«In realtà lo stiamo già facendo da anni: attraverso i nostri 18 mila punti vendita gestiamo dati di pazienti di ogni tipo. È una competenza che abbiamo e che dobbiamo sviluppare ulteriormente per gestire dati più complessi non solo quando il paziente si trova all’interno del negozio ma anche fuori».
Due cose: possiamo dire che, da qui in avanti, i competitor di EssilorLuxottica non sono più solo i produttori di occhiali, montature e lenti, ma anche le compagnie tech? E qual è la strategia che guiderà la crescita di EssilorLuxottica?
«Partiamo dalla prima. Già negli ultimi anni l’azienda ha adottato una visione di azienda aperta. Anche pensando all’occhialeria tradizionale, analogica, abbiamo smesso di considerare gli altri operatori come semplici competitor, anche perché, essendo i più grandi, sentivamo una responsabilità verso l’intero settore. In qualche modo, lo sviluppo e la crescita non dovevano riguardare solo noi, ma la industry nel suo complesso. Per questo oggi collaboriamo con tutti gli operatori che vediamo qui in fiera, sia come fornitori sia come clienti: nei nostri negozi si vendono anche i loro prodotti e, allo stesso tempo, molti dei loro prodotti integrano tecnologie sviluppate da noi. In più, oggi, gli investimenti in innovazione e in piattaforme tecnologiche non possono essere gestiti dallesingole aziende ma occorre sviluppare partnership con i giganti della tecnologia, con i centri di ricerca e con le università. Ancora una volta un approccio aperto, ma verso altri settori».
Possiamo sintetizzare dicendo che vi ponete come ecosistema nel settore dell’occhialeria?
«Sì. Definiamo l’azienda una piattaforma tecnologica pronta a collaborare sia con le università per dare impulso alla ricerca, sia con partner nei settori dell’elettronica o delle tecnologie medicali, ma anche con quelle aziende più affini dal punto di vista del business. Oggi abbiamo 18 mila negozi di proprietà, ma operiamo anche con 350 mila ottici indipendenti: questo modo di lavorare aperto lo estendiamo a nuovi partner e nuove categorie».
E riguardo alla strategia di crescita, che cosa ci può dire?
«La strategia sembra complessa, ma in realtà è semplice. Le fondamenta sono sempre le stesse: un bel portafoglio di brand che ti permette di essere in contatto con comunità e consumatori — o pazienti; forti investimenti sulla ricerca, sia scientifica sia tecnica.; AI come moltiplicatore di possibilità non solo di calcolo ma anche di ragionamento; e, soprattutto, l’apertura al mondo medicale: negli ultimi mesi abbiamo iniziato ad operare con cliniche private e ospedali e quindi ad approfondire molto di più i processi nella direzione di ciò che oggi si definisce MedTech».
Sul medicale, in particolare, ci può anticipare quali sono le prospettive?
«Partiamo da quello che sappiamo trattare bene: l’occhio. L’occhio, di per sé, non ha bisogno solo di correzione, ma anche di trattamenti terapeutici: cataratta con l’avanzare dell’età, miopia nei giovani, problemi legati alla secchezza oculare. È quindi fondamentale sviluppare terapie e strumenti per affrontare queste condizioni. Da questo si aprono altri mondi. Faccio un esempio: con gli investimenti fatti negli ultimi anni nella tecnologia per la scansione della retina, abbiamo potuto constatare come quest’ultima diventa anche una finestra per monitorare altre patologie, non necessariamente legate all’occhio».
Quindi, in questo, l’occhiale potrebbe essere una fonte di dati continua?
«Assolutamente sì. Già gli strumenti medicali utilizzati durante una visita forniscono una serie di informazioni e immagini preziose. L’occhiale, che quel paziente indossa durante tutto il resto della sua vita, ne fornisce altre. Combinare questi dati permette di avere una diagnosi precoce di patologie anche non dell’occhio — neurologiche, cardiovascolari — e quindi di indirizzare soluzioni più precise e in anticipo».
Va in questa direzione l’operazione dell’anno scorso con Nikon?
«Quando si parla di ambiti così ampi bisogna interfacciarsi con i player forti, quelli che hanno esperienzanelle nuove tecnologie: non si può andare da soli. Tutte queste operazioni, dalle joint venture allepartecipazioni, fino alle collaborazioni con le università, diventano fondamentali».
Cambiamo scenario: abbiamo parlato di EssilorLuxottica globale, ma l’azienda nasce ad Agordo. Perché Agordo e la provincia di Belluno possono essere strategiche — se lo sono e lo saranno — per l’innovazione del gruppo?
«Agordo, per la nostra azienda, è la pietra fondante: siamo cresciuti intorno a quella che è stata — ed è ancora — la casa del nostro fondatore. C’è un legame non solo affettivo ma anche culturale: una vera radice. Il distretto bellunese è sempre stato all’avanguardia, non solo per merito di Luxottica ma anche degli altri player, che insieme hanno creato il distretto dell’occhialeria apprezzato in tutto il mondo. Tutti gli sviluppi di cui abbiamo parlato continuano a partire da lì. Le faccio un esempio: il nostro fondatore, ad Agordo, ha iniziato realizzando una piccola ma eccellente officina meccanica di stampi e componenti. Oggi Agordo ospita la più bella, la più grande e la più tecnologica officina meccanica che abbiamo, e tutti gli stampi e i componenti — anche quelli utilizzati in California — partono ancora da Agordo».
E il design?
«Il design resta al centro, ma è cambiato il contesto: vent’anni fa ad Agordo c’era il miglior centro di designer; oggi c’è la più grande render farm, un hub dove i giovani talenti non solo progettano occhiali, ma creano avatar, volti e immagini di prodotti ancora inesistenti. La radice è la stessa, ma le competenze evolvono insieme alle nuove tecnologie».
Con le nuove tecnologie e i nuovi strumenti: quante sono, in percentuale, nel Bellunese le persone che hanno competenze alte?
«Nel Bellunese, la nostra presenza si fonda su due pilastri complementari. Da una parte, la produzioneprofondamente radicata nel made in Italy e nell’artigianalità con un portafoglio distintivo e di lusso. Dall’altra, i centri tecnici di sviluppo, cuore dell’innovazione, che progettano tecnologie e processi produttivi avanzati. Tutta la programmazione delle supply chain del mondo è ad Agordo: non solo per gli stabilimenti produttivi italiani, ma per quelli di tutto il mondo. Nel Bellunese abbiamo il cuore del nostro Made in Italy, a cui si aggiunge lo stabilimento di Laurianoinprovincia di Torino, e abbiamo un buon 30% della ricerca del gruppo. Qui continuiamo a sviluppare design, competenze tecniche di progettazione e gestione della logistica. Il magazzino di Sedico è uno dei più moderni al mondo: è un gioiello di tecnologia, ed è gestito tuttora dai tecnici e dai programmatori del Bellunese».
La provincia di Belluno fa fatica ad attrarre talenti: secondo lei, di quali competenze ci sarebbe ancora bisogno, non solo per EssilorLuxottica ma per tutto l’ecosistema?
«Le competenze del saper fare il prodotto — un bell’occhiale, con una perfetta vestibilità e che sia distintivo — rimarranno. Quando indossiamo qualcosa sul viso vogliamo che sia confortevole, perché vogliamo sentirci bene e apparire anche più belli. A quello si aggiungeranno le competenze tecnologiche. E stiamo cercando di investire anche sull’educazione, con programmi ad hoc sia con le scuole secondarie sia con le università: a Milano abbiamo il primo corso sull’occhiale indossabile».
Una battuta quasi telegrafica. Cosa significa per lei ‘andare fuori dai luoghi comuni’
«Andare fuori dai luoghi comuni significa soprattutto evitare di dire: “abbiamo sempre fatto così”. A mio avviso, in qualunque azienda questa frase dovrebbe essere bandita».
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