Lavoro
Il gioco del potere tra Umani e Agenti di IA
L’IA sostituisce gli umani, anche quelli ad elevata qualificazione: c’era da aspettarselo e si è verificato. La sfida non è fermare la sostituzione del lavoro umano, ma governare delega, competenze, responsabilità e nuovi equilibri di potere nelle imprese.
«Stavolta sarà diverso perché è venuto meno un ostacolo decisivo: la manodopera. Non ne abbiamo più bisogno. Il rimpatrio di milioni di immigrati verso i loro paesi d’origine sta continuando, senza impedire la nostra crescita economica. I miei robot, che ancora pochi anni fa erano sperimentali e maldestri, oggi animano già decine di fabbriche. Da soli. Con l’unica supervisione dell’intelligenza artificiale. Hanno raggiunto la perfezione in termini di efficienza, precisione, qualità. In quanto a etica del lavoro, sono imbattibili. Così abbiamo risolto tre problemi in una volta sola: la concorrenza dell’operaio cinese, la sindacalizzazione delle nostre maestranze, e la denatalità».
Realtà? No. Ma il punto è che non suona più inverosimile.
È uno dei numerosi passaggi di grande attualità tratti da Il gioco del potere di Federico Rampini e Jacopo Rampini (Mondadori, 2025): più che un semplice romanzo, una spy story sul nuovo gioco del potere, dove IA, geopolitica e capitalismo familiare si sfidano senza esclusione di colpi. [1]
Ora proviamo a cambiare poche parole, ma decisive.
Sostituiamo il «rimpatrio di milioni di immigrati» con «il licenziamento di milioni di knowledge workers».
Al posto dei «robot» mettiamo gli «Agenti di Intelligenza Artificiale».
Alle «fabbriche» aggiungiamo anche gli «uffici».
E al posto dell’«operaio cinese» scriviamo «knowledge workers asiatici e, a breve, anche africani».
Così facendo, l’estratto da Il gioco del potere diventa:
«Stavolta sarà diverso perché è venuto meno un ostacolo decisivo: la manodopera. Non ne abbiamo più bisogno. Il licenziamento di milioni di knowledge workers sta continuando, senza impedire la nostra crescita economica. I miei Agenti di Intelligenza Artificiale, che ancora pochi anni fa erano sperimentali e maldestri, oggi animano già decine di fabbriche e uffici. Da soli. Con l’unica supervisione dell’intelligenza artificiale. Hanno raggiunto la perfezione in termini di efficienza, precisione, qualità. In quanto a etica del lavoro, sono imbattibili. Così abbiamo risolto tre problemi in una volta sola: la concorrenza dei knowledge workers asiatici e, a breve, anche africani, le richieste delle nostre maestranze, e la denatalità».
E allora?
Anche questo scenario, per ora, non è reale. Ma potrebbe non essere lontano, come mostrano alcuni fenomeni già visibili.
Una prima avvisaglia è arrivata dal Tribunale di Roma. Con la sentenza n. 9135 del 19 novembre 2025 ha ritenuto legittimo un licenziamento per giustificato motivo oggettivo dentro una riorganizzazione segnata da crisi aziendale, assorbimento di attività da parte di strumenti di IA e assenza di possibilità di ricollocazione interna. Il punto non è che l’IA licenzia, ma che l’IA entra ormai tra le leve della riorganizzazione del lavoro.
L’11 marzo 2026, il caso Investcloud ha dato a questo rischio un volto concreto: 37 persone qualificate della sede veneziana sono state coinvolte nella chiusura annunciata dal gruppo, motivata con un nuovo modello più integrato, scalabile e basato sull’IA.
Sullo sfondo c’è l’avvertimento di Andrea Pignataro, riportato dal Corriere della Sera a fine febbraio 2026: imprese e professionisti, mentre usano l’IA per guadagnare produttività, rischiano di insegnarle la grammatica del proprio lavoro e di addestrare, poco alla volta, il proprio sostituto.
Nel corso della storia, l’innovazione tecnologica ha sempre avuto, almeno nel breve periodo, un effetto sostitutivo sul lavoro umano: elimina alcune attività, ne ridisegna altre, sposta il valore lungo la catena produttiva. Le novità di oggi, però, sono due. La prima è la velocità: il ciclo tra invenzione, sperimentazione e adozione si è accorciato drasticamente. La seconda è la profondità dell’impatto: questa volta la pressione non riguarda solo il lavoro manuale o ripetitivo, ma entra nei mestieri ad alto contenuto di conoscenza.
Per queste ragioni, l’effetto di sostituzione, almeno in una certa misura, sarà difficile da evitare. La domanda più impegnativa è come governare il fenomeno e ridurne gli impatti su persone e comunità.
E qui si caricano di nuove responsabilità le imprese, le direzioni del personale e l’intera filiera dell’istruzione e della formazione, perché la transizione non riguarda solo l’adozione di una tecnologia, ma la ridefinizione di ruoli, competenze, processi, contropartite e criteri di responsabilità.
Il primo passaggio si giocherà sulla scelta tra esecuzione umana ed esecuzione delegata all’IA.
Finché l’Agente di IA resta al livello di assistente o consigliere, l’umano decide ed esegue. Ma quando l’agente sa usare strumenti e agire nei processi, la scelta diventa concreta: tenere l’esecuzione dentro il perimetro umano oppure delegarla all’IA con supervisione umana. Nelle forme iniziali questa supervisione è stretta, passo dopo passo; poi, aumentando l’autonomia, l’intervento umano si sposta a monte, nella definizione di regole, soglie, permessi e casi di eccezione. In altri termini: più l’agente diventa autonomo, meno serve un controllo minuto e più serve una governance robusta.
Il passaggio successivo è ancora più profondo: cambiano le competenze distintive dell’impresa. Non basta più saper fare una certa attività; conta sempre di più saper progettare la delega, coordinare il lavoro ibrido, definire confini operativi, capire quando deve intervenire l’umano, rendere tracciabile il processo, ridisegnare ruoli e metriche di performance.
Portare gli agenti nei processi aziendali non è solo una questione tecnica, ma una scelta di organizzazione e gestione: quando l’Agente di IA entra nei processi, cambiano i flussi di lavoro, le interfacce uomo-macchina, chi decide e chi risponde delle decisioni.
Il punto, insomma, non è soltanto convivere con gli Agenti di IA, ma imparare a governare Il nuovo gioco del potere che si apre tra chi esegue, chi delega e chi controlla.
[1] Lo scorso luglio ho avuto il piacere condurre la conversazione con i due autori per la presentazione del libro a Valdagno nell’ambito delle iniziative di Guanxi Network. Il video dell’incontro è disponibile qui.
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