Tra fake e consulenze politiche il gioco è davvero pulito?

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27 Novembre 2017

C’è un tempo per ogni piagnisteo e se il ventennio scorso – l’infausto, lo definirebbero i detrattori del Cav. – lo abbiamo passato ad accapigliarci sul famigerato conflitto di interessi, il prossimo con tutta probabilità verrà consacrato all’appassionante questione delle fake news con relativa incidenza, vera o presunta, sulle nostre vite politiche. È di queste ore, infatti, il grido di denuncia e di allarme lanciato dai banchi della Leopolda millennial da parte di Matteo Renzi: «Li abbiamo sgamati, – ha urlato al microfono rivolgendosi a Lega e Cinquestelle – usano le stesse tubature della Rete. A questo punto, ogni 15 giorni il Pd presenterà un rapporto sulle schifezze che appariranno sui social». Probabilmente alla persona comune, quella che beve il caffè nel nostro stesso bar, che abbiamo seduta a fianco sullo stesso tram, che ci precede in fila mentre acquistiamo il pane, sfuggirà la portata di quello che sta succedendo davvero “a sua insaputa” e cioè che, secondo autorevolissime fonti anche straniere, stanno cercando di scipparci regolari elezioni attraverso un sapiente lavoro di manipolazione social. Infatti, pur nella nostra instancabile intenzione di rompere quotidianamente i coglioni a un sacco di persone incontrate per caso lungo il corso della giornata, nel disperato tentativo di saperne di più sulla società che ci circonda, nessuna si è mai mostrata smarrita sull’argomento “fake”, nessuna ha inteso muovere un dubbio, nessuna ci ha mai detto “eh però che vergogna la sorella della Boldrini”, nessuna se n’è mai uscita con un “che schifo la Boschi al funerale di Riina”, nessuna ma davvero nessuna ci ha mai strattonato per mostrarci il filmato di Renzi che sgavazza a Ibiza su una Lamborghini decappottabile.

Eppure uno di questi fulgidi esempi – il finto funerale di Riina al quale partecipavano figure istituzionali – è stato usato dall’autorevolissimo New York Times a paradigma di una ricerca sulle fake, per concludere che anche in Italia, dopo l’America, «abbiamo un problema». E tutti e tre i fulgidi esempi sono stati usati dal segretario del Partito Democratico per evocare un complotto ai suoi danni. È anche del tutto ovvio e naturale che se non mi hanno strattonato dall’indignazione gli estranei che cercavo di sensibilizzare sull’argomento fake, stessa moneta mi è giunta da amici e conoscenti, alcuni anche molto frequentatori dei social, i quali almeno per il momento stanno continuando con la stessa, noiosissima, vita di sempre in attesa, finalmente, di poter votare, cazzo.

Quando l’altro giorno abbiamo posto un dubbio che la questione fake, davvero molto seria se analizzata con (e in) profondità, non si dovesse confondere con il materiale caciottaro che infesta la Rete (il finto funerale di Riina ne è la sintesi assoluta), che non fosse serio soprattutto confonderne i piani, siamo rimasti davvero sorpresi nel leggere i commenti alla bacheca del direttore Tondelli che aveva rilanciato il pezzo. Un signore molto perbene come Bernardino Sassoli de’ Bianchi ha scritto testualmente: «Come è possibile che gente che ha una preparazione di un certo tipo, che magari ha lavorato nel banking a Londra, non abbia gli strumenti per capire che la sorella della Boldrini non è la sosia della Johansson e non guadagna cinquantamila euro al mese?»
Ora. Detto che ci rimane oscuro il motivo secondo cui chi lavora nel banking a Londra dovrebbe avere una lucidità superiore a un linotipista o a un prestinaio, è utile che i risparmiatori interessati provvedano i ritirare immediatamente le loro sostanze. Commenta ancora il signor Marcello Orizi: «Scorrete le vostre timeline o guardate le vostre conversazioni sui grumi di whatsapp e vedete cosa condivide la gente, i no-vax, le scie chimiche etc… Tutta questa gente vota e prende sul serio tutto ciò che può leggere sui social». Anche qui. Pare davvero che dall’avvento dei social in qua, ogni nefandezza umana abbia avuto finalmente il suo luogo di elezione, è come se un’ignobiltà collettiva avesse preso una forma compiuta che prima non aveva, insomma che aspettassimo la rete per mostrare la merda che siamo. Una visione così ingenua che scambia il mezzo per il fine. Come scrive saggiamente Juan Carlos De Martin su Repubblica «è arrivato il momento di chiederci cosa c’è di nuovo sotto il sole e di sicuro non solo le notizie false, che esistono da sempre. Esistono da sempre anche i tentativi delle nazioni di influenzare – con metodi che spaziano dal lecito all’inquietante – le rispettive opinioni pubbliche. Anche la propaganda esiste da sempre, con la sua forma moderna codificata negli stati Uniti da Barnays quasi un secolo fa. Anche l’idea che un mercato in cui le idee possano e debbano confrontarsi , nel rispetto delle leggi, lasciando al cittadino-sovrano la decisione di quale idea adottare, uno dei pilastri delle società liberali». Di nuovo allora cosa c’è, si chiede De Martin? «È il progressivo sgretolamento

dell’autorevolezza dei punti di riferimento tradizionali, ovvero media, professioni, scienza, politica, sindacati. Su tutti, infatti, incombe ormai l’ombra del conflitto di interessi, insinuando il sospetto in molti cittadini… Il dato tecnico, invece, è non solo l’esplosione dei canali di comunicazione resa possibile da internet, ma anche il confluire di tutti questi canali sullo schermo, quello dello smartphone , che è diventato il centro della vita di miliardi di persone….È inevitabile concentrare l’attenzione sugli algoritmi che determinano cosa ci pare davanti agli occhi, esattamente come da sempre ci interroghiamo sul “algoritmi” che decidono cosa appare in televisione o sui giornali».
De Martin evoca il conflitto di interessi evocato all’inizio. Sembra un elemento mesozoico, eppure ne abbiamo parlato instancabilmente per i vent’anni berlusconiani, e in America è uno dei principi cardine della visione liberale. Ma se ora lo evochi qui, dalle nostre parti, sei semplicemente un piccolo, modesto, disturbatore del potere che per definizione non deve essere disturbato. Ora, per esempio, in tutta questa vicenda c’è un ragazzotto talentuoso che ha messo il suo sapere al servizio della politica e di chi ne avverta la relativa necessità professionale. Questo ragazzo si chiama Andrea Stroppa, è un informatico, ha stretto una consulenza con Matteo Renzi per i temi di cui sopra, in passato ha lavorato anche per Carrai, e un suo dotto report in cui si evidenziano gli intrecci di alcuni siti che si rifanno al mondo Cinquestelle e che diffondono “contenuti di propaganda disinformation e misinformation” è stato addirittura citato dal New York Times, che è poi la fonte autorevole che ha dato effettivamente la stura alla polemica più politica. Senza la “protezione” alta del NYT saremmo rimasti nei bassifondi caciottari.

Peccato però che proprio il New York Times abbia tenuto molto basso il livello del dibattito, perché nell’evocare la possibilità di un complotto internazionale atto a modificare l’esito delle nostre prossime elezioni ha citato come esempio illuminante quella baggianata senza limiti del finto funerale di Totò Riina a cui avrebbero partecipato, tra gli altri, Boschi e Boldrini. Un post per Facebook talmente sgarrupato che neppure un cercopiteco avrebbe mai potuto dargli credito e che invece è stato rilanciato con tanto di indignazione da parte di esponenti del Partito Democratico.
Ora il giovane Stroppa fa un po’ il piangina perché qualcuno lo attacca per le sue consulenze renziane e prima carraiane. Ma come tutte le persone avvedute avrebbe dovuto prima «mettere in sicurezza» il proprio lavoro da possibili manipolazioni. Perché, caro Stroppa, la triangolazione report-Nyt-Matteo Renzi sul palco della Leopolda è stata così immediata, subitanea, persino ingenua, come abbiamo visto, nella sua esposizione, che il sospetto di un possibile conflitto di interessi non è più neanche un sospetto. E poi è utile esser chiari da subito: se si allaccia una consulenza politica, in questo caso con il segretario di un certo partito, tutto ciò che di negativo uscirà su un altro partito politico potrà essere valutato con la terzietà che richiederebbe il puro dato scientifico? Qualche dubbio rimane. Per chiudere. Alberto Nardelli, responsabile dei contenuti di BuzzFeed News, che recentemente ha smascherato su Facebook l’utilizzo di account fasulli con milioni di interazioni, si è giovato della collaborazione di Stroppa, consulente di Renzi-Carrai. A domanda su possibili conflitti risponde: «La nostra trasparenza sta nel fatto che abbiamo scritto qual è il suo contributo e il lavoro di analisi e di verifica è stato svolto in modo indipendente da noi. Per noi è usuale partire da segnalazioni che possono arrivare da chiunque e poi verificarle e svilupparle». Nessun dubbio sulla trasparenza complessiva, ci mancherebbe. Ma come ha notato, gentile Nardelli, non bastano le pinze da laboratorio per dirsi “estranei” alla manipolazione politica. E allora sorge la domanda: un report di un consulente politicamente unidirezionale, che in pratica mette in cattiva luce solo i soliti noti, non è troppo scivoloso per la vostra indiscussa terzietà?

TAG: fake news
CAT: Editoria

Un commento

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  1. evoque 3 anni fa

    Sottovalutare la gravità del sistema delle fake news – è diventato un sistema – credo sia alquanto miope. In ogni caso, non è stato solo il consulente di Renzi a scoprirlo, consulente che ha un nome e un cognome…, ma anche un ex dipendente della Casaleggio e Associati che evidentemente sapeva dove andare a mettere le mani e facendo un percorso a ritroso è arrivato alla fonte e di lì alla ragnatela di collegamenti con siti filo-russi e di propaganda leghista; addirittura si è scoperto un contatto fra il responsabile della comunicazione digitale di Salvini e questo Cinquestelle. Inoltre, se un responsabile Cinquestelle va a Mosca a parlare a un convegno, credo del partito di Putin e viene fatto parlare per primo, beh…Come diceva Agatha Christie: un indizio è una coincidenza due indizi fanno un sospetto, tre indizi una prova.

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