Come l’Italia sta aiutando i nigeriani a casa loro

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19 dicembre 2018

Il tweet di Salvini sull’operazione delle forze dell’ordine torinesi, mentre questa era ancora in corso, dove annunciava l’arresto di “15 mafiosi nigeriani”, che non erano 15, che non erano tutti indagati per associazione di stampo mafioso e che non erano ancora stati arrestati tutti, è già storia.

Alle cronache rimane anche l’annuncio del Ministro, verso metà agosto, dopo la missione in Tunisia, di voler visitare la Nigeria per portare «sviluppo e investimenti». Viaggio sfumato perchè la Nigeria non diede il visto sul passaporto necessario per visitare il paese africano.

Come ha raccontato Salvini a Radio Padania:

«Era tutto pronto, avevo anche fatto la vaccinazione per la febbre gialla e sono stato due giorni a letto. E invece non si parte. La cosa assurda è che vengono in migliaia qui come clandestini».

L’intento degli incontri con le autorità nigeriane sarebbe stato quello di strappare accordi su rimpatri più facili, con la proposta di aiuti economici alla Nigeria da erogare ai ragazzi in difficoltà per evitare che lascino il paese (si è parlato di 8,5 Euro al giorno) e influenzare le politiche sulla libertà di circolazione e il controllo dei viaggi dei cittadini all’interno dell’area di libero scambio dell’Ecowas (comprendente vari paesi dell’Africa occidentale fra i quali Senegal, Ghana, Costa d’Avorio, Burkina Faso e Nigeria). Soprattutto di verificare e fermare potenziali migranti diretti verso il Niger.
Ma di che investimenti e di che sviluppo parla il Ministro? Nel 2018 in Nigeria e nel Tribunale di Milano lo sviluppo e gli investimenti che attirano l’attenzione sono altri.

«Il governo italiano sta scoraggiando i migranti nigeriani che cercano di raggiungere l’Italia sostenendo che li aiuterà in patria, ma la più grande multinazionale italiana, in parte di proprietà dello Stato, è accusata di privare il popolo nigeriano di miliardi di dollari», Antonio Tricarico, responsabile del programma Finanza pubblica di Re:Common.
Il caso tangenti Eni in Nigeria, per esempio, ha visto le condanne in primo grado dei mediatori Obi Emeka e Di Nardo, quattro anni per concorso in corruzione internazionale e la confisca di 140 milioni di Euro (centoquaranta). Il processo iniziato il 5 marzo scorso, a Milano, vede alla sbarra Eni e Shell. L’ anticorruzione nigeriana indaga da mesi, insieme ad inquirenti italiani, americani, britannici e olandesi, sulla sparizione di 1,092 miliardi di dollari versati da Eni e Shell per la licenza Opl 245 (una licenza con accordi particolarmente svantaggiosi per la Nigeria, senza accisa ‘Profit Oil’ che, sencondo il report Rdc, hanno causato un perdita di 5,8 miliardi di dollari, il budget di due anni della Sanità e Istruzione nigeriana), nel 2011, che sarebbero dovuti arrivare alle casse dello Stato e che, invece, sono finiti altrove, nelle tasche di politici, generali, faccendieri. Una maxi-tangente da far impallidire anche la ‘nostra’ tangente Enimont da cui ebbe inizio il processo Tangentopoli. L’inchiesta nata da una denuncia dell’organizzazione internazionale Re:Common, ha visto tentativi di depistaggio nei tribunali e in Nigeria, oltre alle pressioni politiche per fermare il processo, c’è stato l’attentato al capo dell’anticorruzione nigeriana, Ibrahim Magu, lo scorso febbraio, salvo per miracolo dopo una sparatoria in cui è rimasto ucciso un agente della sua scorta. Un paio di giorni prima dell’attentato Magu era stato in parlamento dove aveva dichiarato che «contro la corruzione in Nigeria dobbiamo agire o morire».

Già dal 2017 sono note le sanzioni applicabili a Eni e Shell: multe fino a 6,5 miliardi, la perdita del giacimento miliardario e il ritiro della licenza petrolifera nel Paese africano più ricco di petrolio e gas. Una ricchezza che per i cittadini nigeriani non si traduce in una vita migliore perchè vengono derubati due volte, dalle compagnie petrolifere e dai corrotti, oltre alla beffa dei danni ambientali che subiscono. Come dimenticare il disastro causato dallo scoppio della conduttura della Nigeria Agip Oil Company (controllata da Eni), con lo sversamento di idrocarburi in una vasta area danneggiando irrimediabilmente fauna, vegetazione e la comunità di Ikebiri che ci vive.

Stanno ancora aspettando la bonifica, nonostante Eni si sia dichiarata responsabile, la compagnia petrolifera (di cui il socio di maggioranza è lo Stato Italiano) si è sempre fatta scudo col fatto di essere fuori giurisdizione.

“Negli ultimi 50 anni ci sono stati oltre 10 mila sversamenti di petrolio nell’area del delta del Niger e in nessuno di questi casi, in nessuno, si è provveduto a una adeguata opera di bonifica ambientale” denuncia Godwin Ojo, l’avvocato di Friends of the Earth.

L’ipocrita slogan ”aiutiamoli a casa loro” , utilizzato sia da Salvini che da Renzi, viene incenerito dalla desolante realtà: L’Italia destina la maggior parte dei fondi per la cooperazione all’accoglienza dei rifugiati in Italia (e per pattugliare i confini o fermare i migranti) invece che su progetti mirati a migliorare le condizioni nei Paesi di provenienza, come la Nigeria, da dove provengono circa 18 mila dei migranti sbarcati in Italia nel 2017, partecipiamo col resto d’Europa, Stati Uniti e Cina al banchetto delle risorse naturali del continente africano, dai minerali al land grabbing lasciando una scia di povertà, devastazione e avvelenamento del suolo tali da rendere, la loro terra, una terra da cui scappare.

TAG: eni, immigrazione, inquinamento, italia, nigeria
CAT: energia, immigrazione

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