Geopolitica
Il silenzio che fondò l’Europa
I partner fondatori della CEE accettarono di inserire l’Algeria nel Trattato di Roma per non perdere la Francia. Pagarono in silenzio una guerra coloniale. L’Italia di oggi smonta quella stessa Europa senza nemmeno sapere in cambio di cosa.
C’è un documento che vale la pena rileggere ogni volta che si parla di valori europei, di identità condivisa, di “unione sempre più stretta tra i popoli”: è il Trattato di Roma. Tra le sue pagine, all’articolo 227, compare un nome che non ti aspetti: Algeria.
Il Trattato di Roma conteneva due regimi distinti per i territori coloniali e la distanza tra i due non era una questione di forma giuridica. I possedimenti d’oltremare francesi — Senegal, Costa d’Avorio, Madagascar, Congo e gli altri — erano elencati nell’Allegato IV come “paesi e territori associati”: un legame commerciale e finanziario a tempo determinato, cinque anni rinnovabili, fuori dal mercato comune. L’Algeria stava nell’articolo 227, nel corpo del trattato, accanto alla Francia metropolitana, con accesso ai fondi di sviluppo, protezione doganale, circolazione delle merci garantita come per qualsiasi regione francese. Mettere l’Algeria lì, e non nell’allegato dove stavano le colonie, significava qualcosa di preciso: significava che non era una colonia. Significava che la guerra in corso non era una guerra coloniale.
Tra i paesi firmatari, anche l’Italia aveva un territorio in Africa: la Somalia, sotto amministrazione fiduciaria italiana dal 1950, elencata nell’Allegato IV insieme agli altri territori d’oltremare. Ma la Somalia era lì per ragioni strutturalmente diverse. L’amministrazione fiduciaria era un mandato dell’ONU con scadenza fissa — il 1960 — e obiettivo esplicito: preparare l’indipendenza. Nessun governo italiano sosteneva che la Somalia fosse parte della Repubblica. Nessuno chiedeva che fosse trattata come territorio europeo. La sua inclusione nel trattato era la registrazione di un rapporto transitorio già in via di scioglimento, non la sua legittimazione. L’Italia firmò quella pagina con una posizione imbarazzante alle spalle ma senza la pretesa francese: che un paese in guerra potesse chiamare quella guerra ordine pubblico interno.
Era il 1957. Nella battaglia di Algeri l’esercito francese aveva appena concluso otto mesi di tortura sistematica, rastrellamenti, esecuzioni sommarie — documentati, ammessi, difesi come necessità militare. Il dibattito alla Camera francese era rovente. I giornali europei riportavano. Jean-Paul Sartre scriveva. E poche settimane dopo che l’Assemblea Generale dell’ONU aveva discusso per la prima volta la “questione algerina”, i cinque partner fondatori della CEE firmavano un trattato che inseriva quella stessa Algeria nel suo articolo principale come parte integrante dell’Europa. I partner avevano sollevato obiezioni: la Germania non voleva pagare il conto di una colonia altrui, l’Italia temeva la concorrenza agricola nordafricana. Le obiezioni sono verbalizzate negli atti negoziali. Poi ci furono le firme. La Francia aveva posto una condizione non scritta ma inequivocabile: senza l’Algeria dentro il mercato comune, nessuna integrazione europea. I partner cedettero perché sapevano che senza la Francia qualsiasi progetto europeo sarebbe rimasto sulla carta.
Il risultato fu che l’Europa nacque con una guerra dentro il suo testo fondativo, dissolta nella prosa giuridica di un articolo scelto con cura. I fondi CEE andarono a finanziare infrastrutture algerine nel tentativo francese di soffocare per via economica quello che non riusciva a soffocare militarmente. I partner europei contribuirono, in senso letterale, alla repressione coloniale di un alleato senza che nessuno lo chiamasse con questo nome. Quando nel 1962 l’Algeria divenne indipendente, il suo nome rimase nel testo del trattato per anni, residuo giuridico imbarazzante di una costruzione che aveva già mostrato dove stavano i suoi limiti reali.
Questo è il precedente che vale la pena tenere a mente quando si osserva l’Italia di oggi navigare tra Washington e Bruxelles con l’aria di chi ha trovato una terza via. Nel 1957 la logica era brutale ma coerente: si cedeva alla Francia per tenere in piedi il progetto europeo, pagando un prezzo morale reale in cambio di qualcosa di reale. Gli archivi documentano che i partner sapevano esattamente il peso di quella scelta. Fecero una cosa sbagliata con piena consapevolezza, convinti che valesse il costo. Si può discutere se avessero ragione.
Quello che non regge, nel confronto, è l’Italia di oggi. Allora si tacque su una guerra per costruire qualcosa. Adesso si smonta quello che fu costruito pagando quei costi, e non è ancora chiaro per cosa. L’amministrazione americana non ha offerto nulla in cambio, non ha modificato una virgola delle sue politiche commerciali per riguardo verso Roma, non ha chiesto consulenza. Il cedimento del 1957 aveva una logica, per quanto scomoda. Questo non ha nemmeno quella.
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