Geopolitica

Cosa può fare l’Italia per il Regno di Danimarca e gli altri alleati europei?

18 Gennaio 2026

Due ufficiali dalla Norvegia e altrettanti dalla Finlandia, tre ufficiali di stato maggiore dalla Svezia, un britannico, tredici tedeschi, due neerlandesi. La Francia ha inviato quindici unità, ma altre dovrebbero arrivare. In totale la presenza europea in Groenlandia ha raggiunto, secondo un mio calcolo aggiornato a sabato mattina, i trentotto uomini (e, presumibilmente, donne) in divisa*. Un numero esiguo, anche se va ricordato che l’unica base statunitense nell’isola, quella spaziale di Pituffik – con il suo Upgraded Early Warning Radar, il suo aeroporto e il suo porto in acque profonde – ospita tra le centocinquanta e le duecento unità.

Formalmente gli europei si sono recati in Groenlandia su invito di Copenaghen, per unirsi all’esercitazione Arctic Endurance, organizzata proprio dal Regno di Danimarca. Non è la prima volta che accade: nel settembre del 2025 si è tenuta l’esercitazione Arctic Light, con la partecipazione di francesi, tedeschi, svedesi e norvegesi (oltre che dei danesi), per un totale di oltre 550 donne e uomini coinvolti.

Una presenza così ridotta ha avuto in primo luogo una valenza simbolica. Come ha sottolineato il ministro per l’Europa e gli esteri francese Jean-Noël Barrot in un’intervista alla LCI, «si sta dando prova di solidarietà con la Danimarca». Non solo: l’esercitazione ha dimostrato «la piena e completa abilità degli europei di garantire la propria sicurezza, e la sicurezza dell’Artico è inseparabile dalla sicurezza dell’Europa».

Su Facebook Rasmus Jarlov, parlamentare conservatore e presidente della commissione difesa del Folketing (il parlamento monocamerale danese), ha recentemente scritto che «le troppe europee continuano ad arrivare in Groenlandia, rendendo abbondantemente chiaro che l’Europa è pronta ad affrontare la situazione. Ciò rende la questione molto più seria e reale per l’opinione pubblica americana». Jarlov ha il pregio, raro tra i politici europei, di parlare con chiarezza.

Se la presenza di forze europee, per quanto molto esigue (token forces), si stabilizzasse (e non è detto che sia così, almeno per i tedeschi, che dovrebbero rientrare già nel weekend)** si otterrebbe un altro risultato: quello di avere delle tripwire forces. In caso di attacco di terzi all’isola tali risicate forze – destinate ad essere catturate o eliminate da forze preponderanti – dovrebbero innescare una risposta politico-militare europea ben più ampia.

Si cita spesso come esempio di tripwire force quella statunitense a Berlino ovest. Come scrisse il futuro premio Nobel Thomas Schelling in Arms and Influence, «[l]a guarnigione di Berlino [ovest] è composta da soldati eccellenti, ma il loro numero è straziantemente piccolo. Che cosa possono fare 7.000 soldati americani o 12.000 soldati alleati? Francamente, possono morire. Possono morire eroicamente, in modo drammatico e così da garantire che l’azione non possa fermarsi lì. Rappresentano l’orgoglio, l’onore e la reputazione del governo degli Stati Uniti e delle sue forze armate e apparentemente possono tenere a bada l’intero esercito rosso. Proprio perché non vi è una via d’uscita dignitosa se volessimo che le nostre truppe cedessero del terreno, e perché Berlino ovest è un’area troppo piccola per ignorare piccole invasioni, Berlino ovest e le sue forze militari costituiscono uno degli avamposti militari più inespugnabili dei tempi moderni».

Ciò che una tripwire force deve fare, in altre parole, è morire. In effetti si potrebbe pensare che nulla leghi le mani a un governo più di una strage di giovani uomini in uniforme. Ci sono però varie obiezioni. Una, evidente, è che i decisori politici non amano farsi forzare la mano da nessuno, e ciò avvenne anche a Berlino ovest tra il 1958 e il 1961: gli Stati Uniti, nel corso delle crisi, fecero di tutto per proteggere le loro truppe nella città tedesca, e non farsi trascinare in una guerra devastante.

Ancora, una tripwire force svolge una vera funzione deterrente soltanto se la controparte è convinta che in caso di suo attacco ci sarà una reazione forte. Nel 1982 c’erano esigue forze britanniche nelle Falklands/Malvinas (meno di un centinaio di Royal Marines e poche unità della FIDF), e questo non impedì agli argentini di invadere le isole. Il regime militare al potere a Buenos Aires, anche a causa di una lettura erronea dello United Kingdom Defence Programme: The Way Forward, non giudicava il Regno Unito in grado di rispondere in modo efficace all’invasione, ad esempio per ovvie ragioni logistiche (del resto gli stessi britannici ritenevano che «scoraggiare o respingere persino un’invasione su scala ridotta richiederebbe un impiego significativo di risorse navali», e che un aumento rilevante delle proprie forze nell’area «potrebbe benissimo precipitare proprio l’azione che si intende scoraggiare»).

Ora, l’amministrazione Trump denuncia da tempo il pericolo che i cinesi o i russi conquistino la Groenlandia, minacciando così la sicurezza degli Stati Uniti. Gli europei, tuttavia, non temono un’invasione russa o cinese dell’isola. Un rischio del genere al momento è estremamente basso, per vari motivi (ad esempio perché la Groenlandia è coperta dall’articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico, e in ragione dell’accordo del 1951 tra il Regno di Danimarca e gli Stati Uniti). Il maggior generale Søren Andersen, a capo dell’Arktisk Kommando a Nuuk, ha dichiarato, anche di recente, di non ravvisare minacce in tal senso.

Casomai ciò che gli europei temono è un colpo di mano da parte di Washington, specie dopo quanto accaduto in Venezuela. A mio parere il rischio di un’invasione statunitense della Groenlandia è basso, ma c’è. L’amministrazione Trump non ha escluso l’uso della forza per ottenere la Groenlandia, com’è noto, e secondo un tabloid britannico il presidente statunitense avrebbe persino chiesto piani per invadere l’isola, territorio autonomo nell’ambito del Regno di Danimarca. I dazi annunciati da Trump nei confronti dei paesi europei che hanno mandato unità in Groenlandia suggeriscono la determinazione del presidente statunitense a impadronirsi dell’isola, ormai una sua idée fixe, al punto da rischiare una guerra commerciale con l’Unione Europea e l’indebolimento (o lo sfascio) della NATO.

Ed è il rischio di un’invasione, o almeno di un colpo di mano, che turba i sonni di migliaia di danesi e soprattutto di groenlandesi, e preoccupa le cancellerie europee. Il presidente francese Macron è stato molto esplicito: «[g]li Stati Uniti sono una potenza consolidata, ma che si sta gradualmente allontanando da alcuni dei suoi alleati, e si sta liberando delle regole internazionali»; Macron ha anche tuonato contro «il nuovo colonialismo e il nuovo imperialismo»…

Ecco, dunque, a cosa dovrebbe servire, secondo alcuni, un ridotto contingente europeo in Groenlandia: a proteggere l’isola dal neoimperialismo (statunitense) denunciato da Macron di fronte agli ambasciatori francesi all’Eliseo. Una tripwire force, appunto. Anche se ovviamente serve preservare la fictio che a minacciare l’isola siano russi e cinesi, i due pilastri della bestia nera CRINK, per ovvie esigenze geopolitiche e diplomatiche…

Ora, è evidente che molti nell’amministrazione Trump ritengono l’Europa imbelle dal punto di vista militare, e priva di reale capacità di proiezione. Naturalmente è una visione intrisa di pregiudizi anti-europei (una versione da trogloditi della nota metafora kaganiana gli americani vengono da Marte, gli europei vengono da Venere); in realtà danesi, neerlandesi, italiani, francesi, tedeschi, spagnoli ecc. sono capaci di combattere, e negli ultimi decenni lo hanno fatto soprattutto al fianco degli statunitensi. Tuttavia è difficile che una tripwire force funzioni nei confronti di chi ti ritiene un “parassita”.

Ecco perché, a mio parere, una ridotta forza europea di terra in Groenlandia è meglio di niente, ma non serve così tanto. Di fronte a un regime aggressivo, sia esso una dittatura di estrema destra in Argentina o un’amministrazione democraticamente eletta ma sempre più aggressiva e sprezzante nei confronti del diritto internazionale, urge farsi prendere sul serio, e apparire determinati e in grado di difendersi. Servono, in altre parole, volontà politica e mezzi militari adeguati. Serve sisu, come direbbero i finlandesi. E del resto su Facebook ci si può imbattere in militanti repubblicani che ridicolizzano le poche unità inviate dagli europei in Groenlandia…

I dazi che dovrebbero colpire, da febbraio, le merci danesi, francesi, tedesche ecc. segnalano che Trump vuole rispondere alla (moderata) reazione europea nel suo stile consueto: alzando la posta e cercando di intimidire la controparte. L’Italia non è tra i paesi oggetto delle ire trumpiane, ma è ovvio che anche per il nostro paese si pone un interrogativo: che fare?

Il ministro della difesa Guido Crosetto ha di recente mostrato forti perplessità in merito all’iniziativa dei nostri alleati in Groenlandia. «Da tempo la Difesa si interessa all’Artico, con la marina, l’aeronautica, l’esercito. Le esercitazioni non sono iniziate adesso. E che non sono sicuramente quindici soldati mandati in Groenlandia. Mi chiedo a fare cosa? Una gita? […] Penso sia nostro interesse tenere insieme il mondo occidentale, pensando sempre in ottica Nato, in ottica Onu».

Il ministro coglie nel segno quando sottolinea la limitata capacità deterrente della “gita” francese, tedesca ecc. Tuttavia è chiaro che Trump vuole la Groenlandia (lo ha riconosciuto anche il ministro degli esteri danese Lars L. Rasmussen), e che quindi sarà molto arduo varare una missione NATO nell’isola. Ma l’Unione Europea deve fare qualcosa. E l’Italia non può stare alla finestra mentre i nostri alleati europei vengono colpiti dagli Stati Uniti per aver fatto partecipare trentotto loro militari a un’esercitazione in un territorio di un regno europeo.

È importantissimo che l’Unione Europea (con il Regno Unito) risponda in modo compatto e coeso. Sabotare, isolarsi o porsi ai margini del consesso unionale rischia di indebolire l’Italia a Bruxelles, e di trasformare il nostro paese in un’Ungheria mediterranea, preludio magari di un’Italexit che nuocerebbe enormemente alle famiglie e alle imprese. È probabile che con i suoi dazi selettivi l’amministrazione Trump stia (anche) cercando di dividere, una volta per tutte, l’Unione Europea, come peraltro traspariva già nella National Security Strategy pubblicata a novembre. Dobbiamo vanificare questo tentativo nefasto.

Ciò non significa rinunciare alla diplomazia e al confronto con Washington. I Trump vanno e vengono, gli Stati Uniti restano. Serve tuttavia fermezza. Trump e i suoi uomini rispettano soltanto i leader che mostrano fermezza e, quando necessario, durezza, come la presidente del Messico Claudia Sheinbaum o il primo ministro canadese Mark Carney. Se alla fine si riterrà opportuno attivare l’Anti-Coercion Instrument, così sia.

In ogni caso il fronte europeo non dovrà essere spaccato. Non si tratta solo di “fare la propria parte”, o di gratitudine per il sostegno che gli altri membri dell’Unione Europea ci hanno offerto con il PNRR. Il punto è che le sole Germania e Francia sono il nostro più importante partner commerciale, industriale e finanziario, superando di gran lunga gli Stati Uniti, ormai un fornitore sempre più scadente di sicurezza. Parafrasando quanto detto pochissimi giorni fa da Jens-Frederik Nielsen, Naalakkersuisut siulittaasuat (premier) della Groenlandia, se l’Italia sarà costretta a scegliere tra l’amministrazione Trump e l’Unione Europea, la scelta potrà essere una sola: l’Unione Europea.

Bisognerà poi armarsi di pazienza, perché a novembre ci saranno le elezioni di midterm (sempre che l’amministrazione Trump non le rinvii con un pretesto…) e i democratici hanno serie possibilità di conquistare la maggioranza almeno presso la Camera dei Rappresentanti. E non è del tutto da escludersi che la Corte Suprema, alla fine, non si pronunci contro i dazi…

Ed è ormai imperativa una missione europea per difendere l’isola artica (dalle minacce russe e cinesi, ovviamente, come suggeriva il vicepresidente statunitense J. D. Vance), e proteggere l’integrità territoriale del Regno di Danimarca. Non bastano delle tripwire forces. La Groenlandia si sta trasformando nella Crimea dell’Europa. Se gli europei cedessero alle minacce e ai ricatti trumpiani manderebbero un inaudito segnale di debolezza al mondo: perché oltre agli Stati Uniti che puntano alla Groenlandia (e forse all’Islanda), ci sono ovviamente i russi, smaniosi di prendersi almeno Klaipėda (Lituania) e Narva (Estonia), o magari l’intera Lituania Minore e la Samogizia, tutta l’Estonia, e persino le Svalbard norvegesi e la svedese Gotland, chiave del Baltico; e perché la Turchia non dovrebbe saldare i conti con la Grecia, e la Serbia quelli con la Croazia e il Kosovo?

Il modello della missione europea in Groenlandia, come ho già suggerito su questo giornale, potrebbe essere EUNAVFOR Aspides, l’operazione difensiva dell’Unione Europea nel Mar Rosso. Unità navali francesi, italiane, nordiche, tedesche e così via per salvaguardare la sicurezza marittima e la libertà di navigazione nel GIUK gap, nello Stretto di Davis e nella Baia di Baffin, e contrastare eventuali attività sottomarine russe, come già previsto dal lungimirante accordo di Lunna House tra la Norvegia e il Regno Unito. È ovvio sottolineare che tale missione non dovrebbe avere natura anti-statunitense, anzi occorrerebbe coinvolgere nelle modalità opportune sia gli Stati Uniti sia il Canada.

Si deve agire. Difendere la Groenlandia, sostenere il Regno di Danimarca e i nostri alleati europei, attendere che alla Casa Bianca sieda un altro presidente è l’unica strada che l’Italia può percorrere.

 

* sono esclusi dal calcolo le unità danesi

** non è da escludersi che le unità inviate dai francesi, dagli svedesi ecc. non abbiano avuto uno scopo di ricognizione in funzione dell’invio di truppe più nutrite tra qualche settimana…

 

Foto in copertina tratta dall’archivio della difesa danese (Danish Defence Media). Titolo: Hvidbjørnen i sne- og isklædt landskab. Autore: Søren Dreijer og Christian Thøgersen/1 Eskadre

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