Gaza

Medio Oriente

Il cardinal Pizzaballa: «Se ne parla meno ma a Gaza si continua a morire»

La denuncia del Patriarca latino di Gerusalemme: «Sei mesi fa si parlava soprattutto di fame, oggi si muore anche per il freddo e per infezioni banali, perché mancano gli antibiotici e i medicinali di base». Il 19 Trump annuncerà il suo piano di ricostruzione.

14 Febbraio 2026

«Anche se oggi se ne parla meno, ogni giorno si continua a morir a Gaza». Le parole del Patriarca latino di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa, pronunciate durante la visita a Rondine Cittadella della Pace, sintetizzano la percezione diffusa tra chi segue da vicino la crisi: la guerra continua anche quando l’attenzione mediatica diminuisce. «Non c’è più quell’attenzione costante che avevamo visto all’inizio, ma la realtà sul terreno resta drammatica».

Il quadro che emerge è quello di una devastazione senza precedenti. «Oltre l’80% degli edifici è distrutto; a Gaza il 90% della Striscia è stato raso al suolo. “Raso al suolo” significa che non c’è più nulla: infrastrutture, rete idrica, elettricità, forniture essenziali, tutto compromesso».

La paralisi ha colpito anche l’istruzione: «Le scuole sono rimaste chiuse tre anni. Qualcosa è stato recuperato, ma si tratta di interventi sporadici: non esiste ancora un vero sistema scolastico funzionante».

Il collasso sanitario

La dimensione sanitaria è oggi una delle più drammatiche. «Sul piano umanitario la situazione è gravissima – ha spiegato Pizzaballa – Sei mesi fa si parlava soprattutto di fame, oggi si muore anche per il freddo e per infezioni banali, perché mancano gli antibiotici e i medicinali di base».

Il problema non riguarda solo i feriti di guerra. «Ci sono moltissime persone con patologie croniche o gravi – ha aggiunto – ma anche situazioni “normali” diventano drammatiche: chi ha bisogno di chemioterapia, dialisi o cure ordinarie non riesce ad accedervi».

Il patriarca ha fornito un dato emblematico: «Nella nostra piccola comunità, 23 persone sono morte per il fuoco diretto della guerra e altre 23 per mancanza di assistenza medica. Immaginate questi dati moltiplicati per un’intera popolazione».

Le testimonianze dal terreno confermano il collasso del sistema sanitario. Secondo Al Jazeera, tutte le strutture mediche della Striscia risultano danneggiate o distrutte. All’Al-Aqsa Hospital, nel centro della Striscia, i medici hanno lanciato un appello urgente: i principali generatori non funzionano più.

Il giornalista Tareq Abu Azzoum ha spiegato che «i generatori sono il battito cardiaco di ogni ospedale qui, perché alimentano ventilatori, incubatrici, sale operatorie e macchine per la dialisi. Ma ora queste linee vitali stanno cedendo». Senza carburante e pezzi di ricambio, «senza di loro il sistema sanitario potrebbe collassare facilmente».

L’ospedale dispone ormai solo di «due piccoli generatori di emergenza completamente inaffidabili», mentre la maggior parte delle strutture resta fuori servizio, con carenze diffuse di farmaci, attrezzature e personale.

«Il problema non è solo politico. Riguarda anche la coscienza collettiva e la responsabilità morale di tutti», ha concluso Pizzaballa. «La pace è un’ipotesi fragile. La fiducia è stata la prima vittima di questa guerra».

Tra emergenza sanitaria, devastazione diffusa e diplomazia in movimento, la realtà quotidiana nella Striscia resta segnata da una crisi profonda e da una pace ancora lontana.

I numeri della guerra

I dati disponibili delineano una crisi di dimensioni enormi. Secondo il ministero della Salute di Gaza, quasi 600 palestinesi sarebbero stati uccisi dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco di ottobre. Dall’inizio del conflitto, oltre 72.000 palestinesi sarebbero morti e 171.000 sarebbero rimasti feriti.

Più di 1.700 operatori sanitari – medici, infermieri e paramedici – sarebbero stati uccisi, mentre 95 medici e operatori sanitari risultano detenuti. Le Nazioni Unite hanno accusato Israele di aver preso di mira strutture e personale sanitario nel corso della guerra.

La mancanza di test genetici per identificare i 53 corpi e 68 organi umani restituiti da Israele all’inizio di febbraio testimonia la profondità del collasso infrastrutturale: i laboratori forensi, in grado di effettuare test genetici per il riconoscimento delle identità, sono distrutti, e non è rimasto altro da fare che procedere alla sepoltura in fosse comuni.

Pressioni e diplomazia internazionale

La crisi continua a dominare il dibattito internazionale. Al vertice dell’Unione Africana, il presidente della Commissione Mahmoud Ali Youssouf ha affermato che l’«extermination» del popolo palestinese deve finire.

Il primo ministro dell’Autorità Nazionale Palestinese Mohammad Mustafa, intervenendo ad Addis Abeba in rappresentanza di Mahmoud Abbas, ha parlato di «ingiustizia storica» e denunciato l’uso della fame come strumento di guerra da parte di Israele.

Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha ribadito che la ricostruzione richiederà «sforzi incessanti» e la realizzazione della soluzione dei due Stati.

Donald Trump annuncerà un piano multimiliardario per la ricostruzione il 19 febbraio, con la partecipazione prevista di almeno 20 Paesi. Sul piano politico emergono iniziative per la fase postbellica. Secondo il New York Times e Reuters, Stati Uniti ed Emirati Arabi Uniti avrebbero già promesso oltre un miliardo di dollari ciascuno, mentre sono in corso trattative con il Kuwait.

L’Italia parteciperà come osservatore al Consiglio di pace, come annunciato da Giorgia Meloni, mentre la mediazione coinvolge anche Egitto, Qatar e Turchia.

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