VA BENE TUTTO, MA I VECCHI NO, GRAZIE

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29 Ottobre 2014

Si può parlare di giovani senza futuro, di cervelli in fuga, di esodati. Si può parlare dei miracoli che tocca fare per conservare il lavoro dopo che hai avuto un bambino o della maternità come un miraggio in questi tempi grami di crisi e precariato. Si può parlare della violenza contro le donne, di pedofilia, del problema dell’alcolismo tra gli adolescenti.
Sono certamente temi trattati sulla maggior parte dei magazine, femminili compresi, che tra uno stiletto di Jimmy Choo e l’ombretto mai-più-senza di Dior, Chanel o chi per loro, inseriscono volentieri qualche pagina tristona che non faccia sentire le lettrici troppo frivole, per carità.
Alla tristezza c’è un limite, però. Ci mancherebbe. E quindi per esempio non si può parlare, così mi pare, di un altro tema non meno urgente, grave, spinoso, certamente doloroso, ma mooooolto politico, che è la vecchiaia oggi.
Condizione rimossa, elusa, confusa, di certo fastidiosa. Specie se si va a vedere qual è la ricaduta che ha la cura dei nostri vecchi sulla nostra vita. Dico nostra perché appartengo a quella che in America chiamano la generazione sandwich, fatta di uomini e donne (soprattutto donne) di 45-55 anni incastrati tra due accudimenti: quello che abbiamo dedicato ai nostri figli e da cui stiamo cominciando a uscire e l’inizio dell’accudimento dei nostri genitori, tanto più penoso, difficile, straniante per certi versi. Nel frattempo, oltre tutto questo, si lavora. O ci si prova.
È innegabile, va detto, che non sia allegro leggere di quello che succede quando la madre o il padre anziani iniziano a perdere la loro autonomia, quando precipitano più o meno velocemente dentro la demenza (l’Alzheimer per esempio, la malattia del secolo), diventando altro da quello che sono stati, non tuo papà non tua mamma, ma estranei spesso furibondi o crudelmente fragili con le fattezze dei tuoi genitori.
Ci sono, dice l’Istat, 409 mila anziani con demenza che vivono in famiglia e il 72 per cento di questi ha anche disabilità fisiche: a loro volta, coinvolgono più di 900mila persone per il loro accudimento, tra consorti, figli, badanti. Il tasso di sofferenza psico fisica tra chi si trova a occuparsi di queste persone – la moglie, il marito o i figli – è elevatissimo.
Una tragedia, che mette in discussione convinzioni etiche coltivate in una vita, che suscita desideri di cui poi ci si vergogna, che lascia spossati, smarriti, consumati dentro. Oltre che in braghe di tela.
Già, perché lo Stato aiuta pochissimo
: c’è un contributo per il badante (450 euro al mese, quando un badante che sta fisso in casa sei giorni su sette costa almeno tre volte tanto e spesso di badanti ce ne vogliono due), servizi asl che forniscono un tot di pannoloni (mai sufficienti però) o inviano a casa un infermiere due volte al mese se c’è per esempio da fare cambi di cateteri o altre amenità simili. In più, per fortuna, ci sono associazioni di volontariato che aiutano e supportano (ma il volontariato non è lo Stato).
Altrimenti ci sono le Residenze per gli anziani, alcune molto ben funzionanti, ma costosissime, altre, meno costose, dove la sola di idea di lasciare lì tuo padre ti toglie il fiato e mille anni di vita.

Immersa in una situazione di questo tipo, mi barcameno tra mio papà ormai del tutto inabile a fare qualsiasi cosa, preda di una demenza definita grave dai test psico cognitivi, ma ancora in grado di esprimersi con il linguaggio che gli è sempre appartenuto fatto di aggettivi ottocenteschi e locuzioni da vetusta burocrazia bancaria, e mia mamma travolta da un’inevitabile depressione.
E al sollievo di sapere che i miei genitori, dopo una vita intera di lavoro serio e onesto, possono usare le loro pensioni per pagarsi un’assistenza un minimo adeguata, si affianca lo sgomento al pensiero di che cosa sarà di noi che la pensione non l’avremo e che non potremo contare sui soldi dei nostri figli – chissà se lavoreranno e dove. Immagino, nei momenti bui, una popolazione di vecchi – già oggi ci sono 17 milioni di anziani per 11 milioni di giovani – malandati e poveri, in una sorta di mondo post apocalittico.
Ecco perché ho scritto sopra che si tratta certamente di un tema politico. Perché è una questione urgente, che va affrontata sia da un punto di vista etico (in un Paese in cui parlare di eutanasia è ancora una bestemmia) sia strutturale. Il silenzio, però, mi pare assordante. Del resto, è tempo di sognare, ci dicono. Stiamo sereni.

TAG: anziani
CAT: Famiglia, Qualità della vita

8 Commenti

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  1. Luca Ruali 6 anni fa

    Ciao Marta, buona fortuna per questo nuovo spazio e agli Stati Generali tutti (è il primo commento?). Dell’amministrazione della vecchiaia non parlerà mai nessuno. Fino ad un secondo prima del sandwich o della demenza difficile sentirlo e ancora più difficile esprimerlo come tema.

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  2. Marta Dore 6 anni fa

    Presto o tardi sarà inevitabile parlarne, luca….

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    1. Marta Dore 6 anni fa

      ogni volta che ci si prova si scatena il finimondo, ahinoi

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  3. alberto.robiati 6 anni fa

    Complimenti Marta, riflessione condivisibile e secondo me assai utile. L’invecchiamento della attuale classe dirigente, dei “poteri forti” :), porterà l’attenzione sul tema nei prossimi anni. Aneddotto: qualche anno fa collaboravo con una azienda italiana di broadcast televisivo ex monopolista di cui preferisco non menzionare il nome :), e alla proposta di un format sulla creatività degli adulti “saggi” (i vecchi) mi sono sentito rispondere: il tema è assolutamente strategico, ma fra qualche tempo, quando tutti gli alti dirigenti saranno over 60 e dovranno immaginarsi il proprio futuro di telefruitori pensionati. Insomma, staremo sereni ;)

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    1. Marta Dore 6 anni fa

      quando poi saranno morti, ne potrai proporre uno sull’aldilà ;)

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  4. Carlo Locatelli 6 anni fa

    Gentile Marta, lei ha ragione. I nostri vecchi sono un problema politico.

    E’ fastidioso parlar di loro principalmente perché rappresentano una generazione che ha peccato di lungimiranza: hanno ricostruito il Paese con un modello economico impostato su una crescita infinita (prendendo un grosso granchio), e oggi sono gli unici che si godono i frutti di una pensione che pagano tutti gli altri ma che non tornerà più per nessuno. Non con gli stessi criteri per lo meno.

    Per tanto in un mondo che vive di dicotomie non è bello sentir parlare di un “nemico” privilegiato. Meglio occuparsi d’altro, pur sapendo che già oggi gli anziani riguardano tutti, e non solo da un punto di vista contributivo o economico.

    Qual è la soluzione dunque?

    In tutta onestà la risposta non è da ricercare in più assistenza da uno Stato le cui casse sono vuote, tantomeno in più volontariato: le sovvenzioni statali sono destinate a diminuire (non certo a crescere), mentre la raccolta di donazioni e il fundraising nel mondo del non profit diminuisce costantemente in tempi di crisi.

    All’alba del 2015 esiste una terza via anche in Italia: quella di un welfare privato e sostenibile composto da imprese a scopo sociale.

    Vere e proprie imprese, che vengono gestite da privati nell’interesse pubblico, al riparo da derive speculative. E sopratutto che non pesano sulle casse dello Stato perché indipendenti da finanziamenti pubblici.
    Gia oggi esistono moltissime imprese a scopo sociale impegnate a fornire soluzioni di welfare a prezzi accessibili, anche per i meno abbienti.

    Basti pensare al caso di Welfare Italia, centri di poliambulatori che forniscono prestazioni sanitarie a prezzi calmierati, (o al francese Groupe SOS, un vero e proprio colosso dell’impresa sociale europea) oppure a tutto il mondo dell’housing e della residenza sociale.

    Srl, cooperative sociali di mercato, start up innovative a vocazione sociale.. Il panorama dell’impresa a scopo sociale in Italia è vasto e variegato, ma attualmente mal supportato da un impianto normativo non all’altezza.

    Più che aumentare l’assistenzialismo, l’auspicio è che lo Stato torni a fare la sua parte normando in maniera coerente i confini entro i quali possa demandare a terzi parte dei propri compiti.

    Un compito squisitamente politico.

    All’interno dell’attuale riforma sul Terzo Settore, è prevista una modifica normativa sull’impresa sociale italiana.

    Qualora venisse ratificata, e se sarà accompagnata da politiche attive che mettano al l’economia sociale al centro di un nuovo modello di sviluppo, le garantisco che si tornerà a parlare di vecchi in Italia, seppur in un modo nuovo.

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  5. Gioia Guerzoni 6 anni fa

    Brava Marta, e concordo sul testamento biologico. Qualcosa UAAR è riuscita a fare.

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